Mentre c’è il mantra

Ciao a tutti. Forse non ne ho mai parlato, ma è da 5 anni che pratico Yoga: una volta alla settimana, più una ventina minuti (quasi) giornalieri di “piccola meditazione”… Diciamo che l’iconcina che mi identifica in rete forse qualche indizio avrebbe dovuto darlo 🙂

Ciò detto, volevo parlarvi di un qualcosa che con lo Yoga c’entra, ma anche con la musica: e cioè la recitazione dei mantra. All’inizio di ogni lezione ci dedichiamo a un canto: a un mantra, nello specifico. Il dizionario definisce il mantra come “formula sacra (sovente cantata) che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa“: ma, nel corso che seguo, tutto è molto destrutturato, e poco schematico. L’insegnante, che suona anche un harmoniun indiano a mantice, guida il canto, e noi (5-6 a lezione) lo seguiamo. Detto così pare facile: ma non è mica vero! Ecco, quindi, un piccolo resoconto della mia esperienza.

  • La prima volta. Bene… è la mia prima lezione qui… stai tranquillo, ora di sicuro ti spiegano. Infatti arriva un bel foglio plastificato, con il testo! Vedi, quante preoccupazioni inutili! Ma un attimo… “janmoddhāra-nirīkṣaṇīha taruṇī vedādi-bījādimā“: in che cazzo di lingua è scritto? Dev’essere sanscrito! Ma ti pare che io sappia il sanscrito? E intanto questi partono a cantare, tutti concentrati: e sembra che la sappiano bene! Ma io che farò? E, soprattutto: cosa ci faccio qui?
  • Quinta lezione. Dai, non è difficile. Ogni linea di testo (o gruppi di linee) segue sempre la stessa melodia, semplice, e che si ripete: una volta assimilata, è fatta! E poi basta rimanere sottovoce… Ma il sanscrito proprio non lo reggo: si si, per la carità, di fianco c’è il testo, ma in inglese… Siamo in Italia, possibile non ci sia una traduzione! Mannaggia a quest’esterofilia… vuoi mica abbia ragione la Lega?
  • Nona lezione. Ecco, lo sapevo: avevo appena imparato a canticchiare un mantra, e questo me lo cambia! Che nervoso… E dire che vengo qui per calmare la mente! E poi: sembra facile, leggere ‘ste parole! Non solo sono lunghe e assurde, no: ci sono anche quei “segnetti” sopra le vocali… a che minchia servono? Va beh, dai: non ci pensare, e canta come riesci.
  • Sedicesima lezione. E cantiamo: a volte 5, a volte 10, a volte anche per 20 minuti. All’unisono, col maestro: oppure a botta e risposta, prima lui da solo, e poi noi, in gruppo. Nelle lezioni, durante le posizioni, l’insegnante dice sempre di seguire il respiro: inspira, fermati, espira, fermati. Guarda un po’: se lo faccio anche con i mantra, riescono meglio! Vuoi mica che…
  • Ventiduesima lezione. Oh che bello… Si inizia col canto! Mi piace, ho scoperto. No, non ho una bella voce, ma pazienza. C’è chi sussurra appena, chi ha un tono profondo, chi canta da Dio… E tutto va bene. Ma possibile che non si dica mai una parola sul testo?
  • Trentaquattresima lezione. Oh, sorpresa: oggi abbiamo commentato il testo di un mantra. Ma chi ci ha capito qualcosa? Qualcuno si, ma non io! Forse era meglio prima: e mi chiedo, di nuovo: io, qui, c’entro qualcosa? Credevo di aver capito, e invece peggio di prima… Ma cosa significano queste divinità, queste figure di cui si parla? Mah…
  • Quarantunesima lezione. Cavolo, è ormai già passato un anno dalla prima lezione. Il canto non mi fa più paura, anzi… E dei testi ho smesso di preoccuparmi: sono un supporto, e basta. Almeno, a me piace vederli così. Andrebbe bene anche cantare la guida del telefono: sempre che se ne trovasse ancora una, ovviamente.
  • Cinquantunesima lezione. Nelle posizioni non conta solamente eseguire i movimenti, ma anche sentire me stesso mentre li faccio: e osservare il mio atteggiamento mentale, se prevale il perfezionismo o la libertà, la preoccupazione o la distrazione, la concentrazione o la voglia di scappare. Come con le posizioni, così farò col canto: e scopro che è ancora meglio.
  • Sessantatreesima lezione. Le indicazioni dell’insegnante sono sempre poche: ma è chiaro che non conta “cosa” canti, o “come” canti, ma che tu stia “lì”, concentrato… Come ci ripete, ogni occasione (anche il mantra, quindi) è buona per essere presenti. E chi se ne frega se stono, se ho poco fiato o se mi inciampo con le parole! Seguire le intricate sillabe sanscrite, senza perdere il ritmo; inspirare ed espirare bene; sentire vibrare petto, labbra, collo. E ascoltare l’insieme delle voci muoversi nella stanza, creando ogni volta un qualcosa di diverso. Wow!
  • Settantunesima lezione. Come un rosario, insomma. Se credi, aggiungi un altro significato. Ma se non credi, o non ti interessa quell’aspetto, poco cambia. Sensazioni e fatti, chiari, puliti, lineari: ecco. Finalmente ho capito.
  • Ieri. Niente, non ci siamo. Venire qui, oggi, nessuna voglia. In fondo a che serve? Ogni giorno torno da capo, distratto e con la testa su mille cose. E ‘sta gente attorno a me, ci crede davvero? O facciamo tutti finta? Cantare, poi: che sciocchezza. Mah… Ah, intanto il maestro ha salutato, ha preso l’harmonium, e inizia. Tanto vale: per lamentarci, facciamo questo: e la lezione finirà. […] Piano piano, però, qualcosa cambia: respiro lentamente, a fondo, e canto… Mi calmo. Entro nel mood. Sento tutto: ed è come se fosse il canto a cantare me, e non io a cantare lui. Il mantra, intanto, è finito: apro gli occhi, e sono grato di essere qui. Il mantra, però, continua a risuonare nella mia mente, con la sua melodia semplice e vagamente ipnotica, per tutta la lezione e anche dopo: mi accompagna a casa, e mi segue a letto, fino a quando spengo la luce. Chissà domani, come mi sveglierò bene!
  • Oggi.Like a Virgin, touched for the very first time…” Ecco cosa canta la mia mente sempre inquieta, al risveglio, a tradimento. Altro che mantra… Ma pazienza: come sempre, giorno dopo giorno, con pazienza, da capo.

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