Woodstock: 3 Days of Peace and Music

Erano solo degli sfigati

Era l’estate dell’89 e la mia amica Simona, vedendo in tv i reportage del ventennio di Woodstock, con tanto di frikkettoni e canne al vento, buttò lì la sua frecciata, senza degnare nemmeno un attimo i contorcimenti di Joe Cocker. Non risposi: un po’ perché ero consapevole della distanza quasi siderale che c’è fra chi sul mondo e la musica la pensa in un certo modo e chi no, e un po’ perché Simona era una bella ragazza, e a 21 anni, davanti a due belle tette, l’eloquio critico va facilmente in crisi.

E oggi, nel cinquantesimo anniversario della fine del Festival di Woostock , e con la notizia che la sempre preziosa Rhino Records ha partorito un cofanetto con tutto-ma-proprio-tutto (in realtà mancano 4 pezzi…) il sonoro disponibile, chiacchiere comprese (432 tracce, per un totale di 38 cd: box set già sold out), butto giù qualche considerazione. Riflessioni che, un po’ per scelta un po’ per ghiribizzo, non diranno granché sulla musica e sulle performance: preferisco – come i tecnici dei reportage dell’epoca – imbarcarmi in elicottero, e dare un’occhiata alla fiumana umana (“sembra un campo-profughi”, dice Giusi guardando alcune foto…) che ha riempito, per 3 giorni (e mezzo) la piana di Bethel, e raccontare cosa ho visto. E stavolta la metto giù lunga: siete avvisati 🙂

Dunque, tutto inizia quando John P. Roberts – erede della dinastia Block, la produttrice dell’adesivo per dentiere Poli-Grip… ma pensa te! – attingendo al ricco patrimonio di famiglia, coinvolge l’amico Joel Rosenman in un’avventura: scrivere il pilot di una serie tv basata su due aspiranti manager. Alla ricerca di materiale per la trama, pubblicano un annuncio sul New York Times che così recita: “Giovani con capitale illimitato cercano proposte commerciali legittime e interessanti“. Rosenman e Roberts ricevono migliaia di risposte: alcune così intriganti che i due abbandonano l’idea della sitcom per diventare imprenditori a tutti gli effetti, e nel ’68 aprono a Manhattan il Mega Sound Recording Studios.

Artie Kornfeld (musicista semi-professionista, e giovanissimo vicepresidente della Capitol Records) e Michael Lang (ex tenutario di un “head shop” e organizzatore del recente “Miami Pop Festival”) contattano Rosenman e Roberts, con l’idea di costruire uno studio di incisione dalle parti di Woodstock (stato di New York): “E al cocktail party di inaugurazione inviteremo artisti locali, come Bob Dylan”. Rosenman ribatte: “E allora, tanto vale fare un festival”. I quattro mettono su una società, la “Woodstock Ventures Inc”, e iniziano a cercare il posto: la prima location, il Mills Industrial Park (Wallkill, 65 miglia a sud ), è bloccata dalla raccolta di firme dei residenti. Si switcha allora su Bethel, nella contea di Sullivan, 35 miglia a ovest di Wallkill: quando il primo proprietario terriero coinvolto, Elliot Tiber, capisce che la sua tenuta è troppo piccola, presenta agli organizzatori Max Yasgur, un allevatore cinquantenne e artigiano caseario, che concede il terreno (e a un prezzo nemmeno troppo alto: 10.000 dollari, equivalenti più o meno a 70.000 dollari attuali).

L’appezzamento di Yasgur – una conca naturale digradante a nord verso lo stagno Filippini – è perfetto: sulle colline, l’ingegnere del suono Bill Hanley dispone su una piattaforma quadrata sedici gruppi di altoparlanti, alti settanta piedi. Nonostante i pezzi di carta bollata parlino di un’affluenza massima di 50.000 persone, il sound engineer progetta gli impianti per 200.000 ascoltatori… Ma saranno ben di più. I biglietti sono venduti in prevendita a 18 dollari: mica pochissimo, per l’epoca, e sicuramente non un prezzo da hippie, ma davanti a un afflusso che pare non fermarsi, il concerto si trasforma in un evento gratis (con buona pace dei 186.000 col biglietto in mano). Il cartellone, nonostante il cambio di location. è intitolato “Woodstock: Music and Arts Fair presents an Acquarian Exposition in White Lake, NY – 3 Days of Peace and Music – August 1969“: e così passerà alla storia.

E, da qui, tutto il resto: il semi-sconosciuto Richie Havens che, buttato sul palco ad aprire la saga, alle 17:07 di venerdì 15 Agosto, improvvisa quella “Freedom” che diventaterà un inno del festival, Joe Cocker in stato da alterazione alcolica che sputa soul e corde vocali, Joan Baez con un bel pancione di 6 mesi, l’esordiente (quasi) assoluto Carlos Santana con la sua fantastica drum-machine vivente Michael Shrieve, la sacerdotessa del blues al catrame Janis Joplin, i Greateful Dead che suonano sotto la pioggia, fra scintille e scosse elettriche, gli Who che salutano il sorgere del sole, e Jimi che intona una delle “Star-Spangled Banner” più aspre e visionarie di sempre.

E, poi, le curiosità: gli Iron Butterfly bloccati in aeroporto; l’agente di Joni Mitchell che – piuttosto di vedere la sua protetta “sedere in un campo con 500 persone” – la manda al Dick Cavett Show; Lennon che pretende di portare con sè la Plastic Ono Band, e cui gli organizzatori fanno un bel dito medio; Dylan che si tira indietro per (forse) assistere il figlio malato; gli Stones, non invitati in quanto “non in linea con lo stile pacifico del festival”; i Doors che, dopo lo scandalo di Miami, preferiscono evitare altri guai; i Led Zeppelin, che non vogliono essere solamente “una delle tante band in scaletta”; Neil Young, che non vuole essere filmato per non perdere la concentrazione; i Jethro Tull che rifiutano semplicemente perché Ian Anderson è un proibizionista e un anti-hippy convinto; e Tommy James & The Shondells che non firmano perché la segretaria – che forse lei sì che si era fatta qualche canna di troppo – gli spiega che “C’è questo allevatore di maiali nel nord dello stato di New York che vuole che suoniate in un suo campo“… E capiranno cosa si sono persi una settimana dopo.

Ma noi, che a Woodstock non ci siamo stati, sappiamo realmente cosa ci siamo persi? In questo siamo in buona compagnia: il mezzo milione di astanti, per quanto sia davvero un bel numero, è una goccia se paragonata al pubblico mondiale: ma chi nel ’69 era giovane e bello è stato comunque a Bethel, anche senza andarci. Un po’ per lo spirito del tempo, che legava tutti i gggiovani sotto un unico credo; è un po’ perché un anno dopo, per la regia di Michael Wadleigh (con la collaborazione al montaggio fra gli altri di Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker), esce nei cinema il film “Woodstock”. Un evento, o almeno vissuto come tale da milioni di persone, che dà modo alla maggioranza dei rock fans di vedere coi propri occhi le performance di miti viventi (anche se mancano filmati di star come i Creedence, gli Airplane e della Joplin): ma soprattutto di sentirsi parte di un qualcosa di unico, e che (si capisce subito) mai più si ripeterà.

Il sogno della “Woodstock Nation” teorizzata da Abbie Hoffman si presenta bene. Il New York Times manda sul posto Barnard Collier con l’esplicita mission di amplificare i problemi (blocchi stradali e scarsi servizi igienici) e, se del caso, inventare dal nulla una “catastrofe sociale in corso”. Dice Collier: “Era difficile persuadere gli editors che la mancanza di incidenti seri e l’affascinante cooperazione, premura e correttezza di così tante persone era il punto significativo. Dopo molte telefonate acrimoniose, acconsentirono a pubblicare la storia come la intendevo, e benché i miei articoli non mancassero di riferire di ingorghi stradali e piccole illegalità, i miei pezzi erano permeati dall’atmosfera autentica di quella assemblea. Dopo che la descrizione della prima giornata comparve sulla prima pagina, molti riconobbero che caso sorprendente e bello stesse avvenendo”.

Ricorda John Fogerty dei Creedence: “Ci fu un momento che non dimenticherò mai finché vivrò: a 500 metri di distanza, nel buio, c’era un tipo con la fiammella del suo accendino Bic, e nella notte una voce esclamò: «Non preoccuparti, John. Siamo con te». Ho suonato il resto del concerto per quel tizio“. Max Yasgur, che proprio figlio dei fiori non è – è un cinquantenne repubblicano di origine ebraica, fiero sostenitore della Guerra in Vietnam e malato di cuore – sale sul palco, proprio prima di Joe Cocker, e sorprende tutti con un discorso improvvisato, pieno di calma e raziocinio: “Non avevamo idea che ci sarebbe stato un gruppo di queste dimensioni, e per questo motivo avete avuto parecchi inconvenienti per quanto riguarda acqua, cibo e così via […] La cosa importante è che avete dimostrato al mondo che mezzo milione di ragazzi – e vi chiamo ragazzi perché ho figli più grandi di voi – possono stare insieme e passare tre giorni di divertimento e musica, e non altro che divertimento e musica. Dio vi benedica per questo!”. E, non contento, distribuisce acqua, latte e formaggi gratis, fino a esaurimento  scorte.

Durante il festival – dove, ovviamente, la cannabis e l’lsd, nella “special edition” di Woodstock, la “Orange Sunshine”, corrono a fiumi – succede un po’ di tutto: due decessi (uno per overdose e l’altro, molto meno “rock”, per un tragico incidente agricolo), due nascite (in un’auto ferma nel traffico, e su un elicottero), quattro aborti spontanei e (chissà se è vero) tremila concepimenti (più LOVE che peace, of course).

Le interviste ad alcuni ex-ragazzi del raduno sono tutte concordi, seppur con accenti diversi: molti andarono lì prima di tutto per la musica, e solo durante i tre giorni percepirono la nascita di una comunità. Molti non avevano scorte di cibo (“Portammo solo un sacco di carote“) o posti dove dormire: arrivarono lì attratti dal cartellone, e con quel miscuglio di fede e improvvisazione che solo i vent’anni (perché quella, più o meno, era l’età media) possono dare… Farcela comunque, con un sorriso: “E se piove, ci bagneremo“.

E bagnarsi, si sono bagnati: il temporale che arriva dopo Joe Cocker, e che prosegue per diverse ore, inzuppa di acqua e fango i tutto sommato allegri spettatori, e fa slittare il palinsesto di un bel po’… Alcuni, convinti che il concerto sia ormai abortito, se ne vanno: ma altri, forse ancora di più, arrivano. La festa continua: e la sensazione, sempre più palpabile, è che una minoranza (gli hippie) siano diventati una maggioranza. La gente condivide cibo e tende, saluta il vicino col gesto “peace and love” e gli passa acidi e erba, mentre i più adulti (i venticinquenni, eh) si prendono cura dei ragazzi. Pian piano il contagio si allarga: da un elicottero del service piovono petali e fiori, un militare (in divisa) chiacchiera con un hippy (nudo), la gente fa il bagno nel laghetto e fa l’amore nei campi. E la droga, l’abbiamo detto, passa di mano in mano, “fitta come le bandiere a una parata del 4 Luglio”: di polizia, manco l’ombra.

               

Alcuni siti complottisti ipotizzano una manovra della CIA, che avrebbe usato prima Monterey e poi Woodstock come laboratori all’aria aperta per lo sterminio, tramite le droghe, di una generazione ribelle: e ci mettono di mezzo Ken Kesey, i satanisti, Charles Manson, l’esperimento “MK Ultra” e l’Era dell’Acquario (la Terra Piatta o i coccodrilli nelle fogne di New York no?!). Io penso, più prosaicamente, che la polizia abbia lasciato correre semplicemente perché ammanettare mezzo milione di persone era più pericoloso che lasciarle stare in pace, a metà fra sedazione cosciente e sonno. Sicuramente la filosofia hippie dell’amore universale avrà favorito la pressoché totale mancanza di incidenti: ma qualche merito ce l’avranno anche la vecchia Maria e i suoi cugini chimici…

Le voci critiche su Woodstock, anche se con voce molto meno squillante di quelle celebrative, ci sono sempre state. Per un David Crosby che commenta: “È stato incredibile. Forse la cosa più strana mai accaduta al mondo. Vuoi che ti dica cosa sembrava, visto da un elicottero? Era come un accampamento militare di macedoni su una collina greca, ma popolato dalla più grande massa di zingari che tu abbia mai visto” (ah… usasse oggi questi termini lo impalerebbero!), c’è il famoso producer Eddie Kramer che ammonisce: “Woodstock fu un caso eccezionale di perdita collettiva di controllo. Nessun artista fece sul palco quel che era previsto. Tutti flirtarono con la pazzia improvvisando a caso, alcuni con risultati geniali, altri facendo pena. Ne sono certo, fu una reazione inconscia per entrare in sintonia con l’anarchia e le allucinazioni della folla. Quando, a partire dal secondo giorno, tutti iniziarono a girare nudi, fu un corto circuito. Gli artisti con i loro jeans e i giubbotti di pelle non erano più un’avanguardia, ma borghesi antiquati, magari dotati pure di mutande. Le icone della trasgressione erano diventate obsolete. E la massa dettava la linea”.

E, ancora: le strutture sanitarie erano insufficienti, il sistema di pronto soccorso impotente, e la qualità sonora approssimativa; e la sceneggiata fra Pete Townshend e Abbie Hoffman (con quest’ultimo, che chiede attenzione per il caso John Sinclair –  attivista politico in carcere per una bravata – scaraventato giù dal palco dal primo, che bullescamente minaccia: «The next fuckin’ person that walks across this stage is gonna get fuckin’ killed!») non è certo una roba da universal love.

E, infine, la questione razziale: perchè di hippy neri – Hendrix e la sua bandana a parte – ce n’erano pochini. I figli dei fiori, che si stavano ribellando contro lo status quo, il consumismo e gli eccessi del capitalismo, erano spesso di estrazione borghese; fra gli oppositori alla Guerra del Vietnam molti erano obiettori di coscienza, o riuscivano ad opporsi alla chiamata grazie all’iscrizione a un college. I neri non avevano i soldi o le libertà per decidere di diventare hippy, o evitare la guerra: i ribelli, più che sedersi in un prato con la chitarra in mano, preferivano impegnarsi nei comitati per i diritti civili, o abbracciare il radicalismo delle Black Panthers. E il pensiero va a Pasolini, e alla sua polemica sul Sessantotto, sui carabinieri e sui manifestanti.

Ma, ciò nonostante, alla fine tutto gira. Al mattino di lunedì 18, con un ritardo sul programma di una dozzina di ore (roba da denuncia!), la star del cartellone, Jimi Hendrix, sale sul palco, e sveglia il pubblico con l’inedita “Message of love”. La performance dura due ore, la più lunga della sua carriera: una prova dove, fra alcune imperfezioni, momenti di stanca e routine di classe, è incastonata una perla di purissima luce. Jimi, giunto a tre quarti del set, intona una versione strumentale di “The Star-Spangled Banner”: si accanisce sul tema dell’inno americano in maniera selvaggia, intervallando la linea melodica con sibili, rumori, esplosioni e ruggiti. Rimane tuttora controverso il significato da attribuire a quella performance: ma viene facile, quasi istintivo, intenderla come protesta per la guerra in Vietnam e testimonianza degli scontri razziali… Dietro ai suoni distorti e allucinanti della sua chitarra si coglie l’eco dei bombardamenti e dei mitragliamenti, le sirene della contraerea e i rumori della battaglia: un messaggio da brividi, mille volte più eloquente di tanti reportage e marce per la pace. E, verso le 11.10 del mattino, con “Hey Joe”, Jimi saluta (“Where you gonna run to now? Where you gonna go?“), e posa la chitarra. I 200.000 rimasti (gli altri se ne sono tornati a casa già domenica sera) sbaraccano: e inizia la leggenda.

Dopo i racconti di chi c’è stato (che, stranamente, sono più dei reali partecipanti), le cronache giornalistiche e le accuse, il 26 Marzo 1970 esce il film “Woodstock”, che trasforma in realtà tangibile quel che finora si era solamente potuto immaginare; e, quasi in contemporanea, è pubblicata la colonna sonora della pellicola (l’omonimo album triplo), seguita un anno dopo dal doppio lp “Woodstock Two“, una sorta di compendio al primo. Cosa curiosa, la storica canzone “Woodstock” – che nel film e nel disco non c’è – è scritta proprio da quella Joni Mitchell che, complice la decisione del suo manager, al festival non andò: pubblicata sul suo album “Ladies of the Canyon” (1970), diventa famosa nella versione rock proposta da Crosby, Stills e Nash nel loro storico “Déja Vu”.

Per Max Yasgur le cose vanno meno bene. A cinque mesi dall’evento è citato in giudizio dai confinanti per danni alle loro proprietà: un anno dopo, vende la fattoria e si trasferisce a Marathon, in Florida, dove, passati 18 mesi, muore di infarto all’età di 53 anni. Riceverà un necrologio a tutta pagina sulla rivista “Rolling Stone”: onore toccato a pochissimi altri non-musicisti.

Per i quattro organizzatori, il Festival si rivela un disastro finanziario: il costo vivo, di circa quattro milioni di dollari, è a malapena pareggiato dagli incassi del film. Perché, se il concerto a un certo punto diventò giocoforza libero, i musicisti mica andarono aggratis: Jimi Hendrix coi i suoi 18.000 dollari (circa 110.000 attuali) fu il Paperone di turno, seguito dai Blood, Sweat and Tears (15.000), Joan Baez (10.000), Janis Joplin (7.500), e così a scendere, fino a Santana (750) e The Quill (375).

E, ancora una volta, è la pellicola a rivelarsi il vero motivo del successo e della leggenda del Festival. Gli incassi del film salvarono le tasche dei finanziatori, e soprattutto contribuirono ad alimentare il mito di Woodstock come di un paradiso in terra: nelle 3 ore del documentario, fra split-screen a manetta e interviste al pubblico, non c’è traccia del casino in cui si trovarono spettatori e musicisti, della totale disorganizzazione, dei disagi, dell’inevitabile sporcizia, della droga tagliata male e delle performance meno riuscite, lunghe jam session senza senso. Dice Michael Wadleigh: “Vedevo questo bellissimo evento come un ritorno alla Terra, un ritorno al giardino dell’Eden che combinava politica e musica. Se si guarda il film che ho montato, ogni canzone ha a che fare con la politica o l’azione sociale”.

Non sarà certo un esempio di documentario neutrale ma ok, va benissimo così: e ha pure vinto 3 Oscar (miglior documentario, miglior sonoro e miglior montaggio). Ma poi? Cos’è successo alla “Woodstock Nation”? Quasi dimenticato dalla storia ufficiale, schiacciato com’è dal titanico Woodstock, a fine Agosto segue un altro raduno, il Texas International Pop Festival di Lewisville: circa 150.000 persone, un cast di tutto rispetto, e nessun problema di ordine pubblico. L’utopia del Flower Power sembra davvero realizzata: ma il Diavolo ci mette lo zampino; anzi, “Their Satanic Majesties”: gli Stones. E il tragico concerto di Altamont (6 Dicembre ’69), che doveva essere la “risposta West Coast di Woodstock”, si macchia di violenze, risse, del brutale servizio d’ordine degli Hell’s Angels, e della morte del nero Meredith Hunter: è l’inizio della fine.

Ma l’industria musicale non molla l’osso, e trasforma un momento di irripetibile ribellione, casino e narcosi creativa in modello da ripetere all’infinito. “Fu così che il rock venne associato, per motivi di marketing e non più per istinto naturale, a modelli di comportamento anomali o trasgressivi. E da allora non ci fu più rock senza capelli lunghi, musica al massimo, giubbotti di pelle, sigarette e alcol a go-go. Era essenziale che gli individui, mentre si tramutavano gradualmente in “consumatori”, omologati in ogni aspetto della loro esistenza, potessero rifugiarsi nella musica e nelle sue simbologie quando volessero dare a se stesse una parvenza di ribellione e di fuga“. Dylan l’aveva capito: e, forse, fu proprio la sua sulfurea capacità di fiutare l’aria e smarcarsi da ogni principio ideale prima che diventasse una “causa”, a suggerirgli di evitare il Festival…

Woodstock è stato il punto più alto di un percorso iniziato all’alba degli anni Sessanta, e proseguito attraverso Beatles, Beach Boys e Rolling Stones, Kennedy, Berkeley, Dylan e le marce per i diritti civili: un punto in cui tutta questa energia, tutti i sogni, i progetti, l’immaginazione, si sono riuniti, senza violenza o rivolta, solo per affermare, positivamente, la propria volontà. Ma il seguito non c’è stato: una spirale senza fine di violenza, avidità, politicizzazione e autoindulgenza ha via via fatto scolorire le allegre bandiere della ribellione, e le ha listate a lutto. Questa, la sintesi: la Woodstock Nation ha vinto la battaglia, ma ha perso la guerra.

Da allora, in occasione di ogni importante decennale, si è provato a ripetere l’esperienza di Woodstock: ma alla fine ci si è sempre trovati fra le mani un guscio vuoto. Più che una folla libera, piena di sogni e intenzioni, ci si è imbattuti in un evento che – nelle migliori intenzioni – ha voluto riunire il meglio della musica mondiale in una sorta di database, da aggiornare alla volta successiva: ma che spesso si è rivelato null’altro che uno squallido espediente commerciale, senza idee e speranze, con una folla per nulla pacifica e che, sì, “dettava la linea”.

Woodstock ’99” fu l’ultimo chiodo sulla bara:  sebbene i problemi fossero simili a quelli dell’illustre precedente (il caldo, la pioggia, la folla), i tempi erano cambiati. Nel bel mezzo del concerto dei Limp Bizkit si verificò uno stupro di gruppo, e mentre la band suonava Break Stuff la folla cominciò a picchiarsi e a distruggere il palco. Durante l’esecuzione di “Under the Bridge” dei Red Hot Chili Peppers, invece, una veglia per protestare contro le armi da fuoco si trasformò in un incendio doloso. L’evento si concluse con 44 arresti.

E, allora, ben venga che “Woodstock 2019“, il concerto per il cinquantennale, e promosso proprio da Michael Lang, sia naufragato in un mare di carte bollate, accuse incrociate e un cartellone mal assortito, senza identità, peso musicale e peso politico. Come si può pensare di mescolare vecchi dinosauri – Dead and Company, John Fogerty, Santana, John Sebastian e Hot Tuna – al nuovo che avanza – Jay-Z, Miley Cyrus, Chance the Rapper, Imagine Dragons, Greta Van Fleet, Black Keys e Vince Staples – senza immaginare uno straccio di filo conduttore? E, per di più, in un mondo dove gli hippie sono diventati dei reazionari, il mercato domina in lungo e in largo, le droghe sono assunte per aumentare la produttività e in cui ogni nuova uscita musicale dopo un giorno è già vecchia? Là fu un’impresa commerciale travolta dalla spontaneità: qui, un progetto di marketing confusionario e superficialmente rétro, che non sa nemmeno celebrare se stesso.

Per cortesia, lasciate Woodstock – e tutto quello che significa: per chi c’è stato, per chi ha visto il film, per chi ha sentito il disco, e per chi ha il poster in camera – in pace. Per conto mio, ho consumato il vhs del film a forza di passaggi (ma sempre e solo nella prima versione, trascurando – non per snobismo, ma per una sorta di ottusa fedeltà – il director’s cut e i documentari che sono seguiti): e ogni volta mi sono chiesto se, nel ’69, avessi avuto 18 anni e non uno, sarei stato uno dei 500.000. Chissà se avrei superato le mie paure, le ansie da bravo ragazzo e le ipocondrie, e mi sarei stonato per tre giorni fra canne, fango, promiscuità e casino: o se, invece, me ne sarei stato rintanato nella tranquillità borghese del mio salotto, a invidiare  tutti quelli che erano là e – come nella favola della volpe e l’uva – senza mai ammetterlo apertamente?

Davvero non lo. E non so se quei ragazzi credessero effettivamente nel sogno di un mondo diverso; o se invece andavano ai raduni principalmente per conformismo, per moda, per farsi in libertà e scappare dalla vita reale. Ma una cosa la so: che sulla copertina del disco originale ci sono due innamorati, abbracciati e avvolti da una coperta. E che, a 50 anni di distanza, Nick e Bobbi (questi i loro nomi) sono ancora insieme. Ricorda Nick: “Mi svegliai mi alzai in piedi, abbracciai Bobbi. È un po’ come gli uccelli che si svegliano al mattino. In quell’immagine, ci stiamo solo svegliando, cercando una bella tazza di caffè caldo, che non c’è“. Nel 1971 si sono sposati, e hanno avuto due figli: Bobbi ha lavorato come infermiera in una scuola e Nick come falegname e delegato sindacale; e ora sono due settantenni in pensione. Gli eventi eccezionali sono spesso opera di persone normali: ma che per una vita intera, un mese, o anche solo un giorno, sono state capaci di sognare. Questo avrei dovuto dirti, Simona: non tutti erano “solo degli sfigati”.

 

Abbiamo parlato di:

Michael Wadleigh – “Woodstock” (Film) – 26 Marzo 1970, Warner Bros. Distribution

Vv.Aa. – “Woodstock: Music from the Original Soundtrack and More” (Live album, 3 LP) – Pubblicazione: 11 Marzo 1970 (Cotillon Records)

Vv.Aa. – “Woodstock Two” (Live album, 2 LP) – Pubblicazione: 12 Luglio 1971 (Atlantic Records)

Vv.Aa. – “Woodstock — Back to the Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive” (Live album, 38 cd) – Pubblicazione: 2 Agosto 2019 (Rhino Records)

7 pensieri riguardo “Woodstock: 3 Days of Peace and Music

  1. Non avevo idea che Ian Anderson fosse un proibizionista e un “anti-hippy”.
    Interessante.

    E nemmeno che qualcuno, ancora nel 2019, avesse pensato di “replicare” l’esperienza – o anche solo sfruttarla: con quei nomi, poi. Ma che vvo’ ddì?

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    1. Che poi su hippy (o hippie) e hippismo ci sarebbe da scrivere un libro… Come tutti i movimenti, quando diventano cause iniziano a marcire… Nulla da eccepire su amore universale e pace, ma anche quello era diventato una moda: l’aveva capito Dylan, e l’aveva capito Zappa, che al Flower Power preferiva l’anarchismo dei Freak. Contento che il mio articolo ti sia piaciuto (faccio un po’ la ruota…)

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      1. Ahah, pavoncello (in effetti il tuo Yoda ha proprio l’aria di uno che se la sta godendo 🙂 )
        L’elenco completo degli artisti me lo devo leggere, era chiaro che fossero tanti, ma non immaginavo così tanti.
        quanto agli hippie, non mi piacciono né come causa né come movimento, ma su quello che scrivi non posso che essere d’accordo.

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      2. Sull’hippismo diciamo che io ho una simpatia aprioristica per chi vuole “cambiare il mondo”: poi approfondendo il come e il perché di solito correggo le mie opinioni, a volte in meglio, spesso in peggio. Cosa mi infastidisce di qualunque movimento è quando diventa non più una proposta ma un obbligo morale. E lo sguardo fisso di chi “sa cosa si deve fare”

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  2. splendido post, merita un applauso. Bellissimo il meritato finale, in cui, la gente comune che vive solo di passioni è sempre la protagonista della vita, al di là delle ipocrisie commerciali, delle speculazioni immaginarie e delle costruzioni leggendarie sempre a metà strada fra la mitologia e la realtà. I veri protagonisti sono stati proprio loro: gli spettatori, quella marea umana, quella moltitudine di persone come noi, la quale voleva solamente vivere per tre giorni la loro poesia e la loro illusione. La pace c’è stata, l’amore anche, e poi la musica ha fatto il resto.

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