Pink Floyd – Rock ecologico

I Pink Floyd hanno fatto così tanto, che qualunque chiacchierata a tema è sempre possibile. Si può parlare davvero di tutto: del catalogo, dei morbosi aneddoti su Syd Barret, dei testi, delle copertine, della chitarra di Gilmour, dei rapporti fra canzoni, parole e video, e avanti così… Ma il fan, il maniaco, l’appassionato patologico – «Ehi con chi stai parlando? Dici a me?» – sa e nota anche altre cose: spulciando la discografia, sguazzando fra bootleg di qualità più o meno infima, scartabellando libri e fanzine, si accorge che, fra una canzone e l’altra, fra un concerto e un disco, esiste spesso una fitta ragnatela, fatta di tanti piccoli collegamenti, rimandi, similitudini… Echi.

Ecco il primo caso: “Careful with that axe, Eugene”. Questo brano, reso famoso dalla strepitosa versione live di “Ummagumma”, ha in realtà alle spalle una storia lunga, ricca di punti di svolta: nato, senza particolari pretese, come breve improvvisazione concepita – ma mai utilizzata – per la colonna sonora di “The Committee”, nel giro di pochi mesi la “meraviglia su un accordo solo” si modifica, cresce, muta. Ad Amsterdam, il 23 Maggio ‘68, è eseguita col titolo di “Keep smiling people” e un mese dopo – il 25 giugno – ha già cambiato nome in “Murderistic woman” (ma, anche, “Murderotic woman”).

Nel frattempo la traccia si è dilatata, e la musica si è fatta più tesa, spettrale: l’ossessivo bordone di basso prepara il terreno su cui il sibilato di Waters può esplodere in un urlo agghiacciante, dando il la a una furiosa sarabanda sonora, dominata dal demoniaco assolo di Gilmour. Il 17 dicembre la canzone è infine pubblicata col titolo definitivo, quale retro del 45 giri “Point me at the sky”.

Ma non finisce qui: c’è ancora tempo, infatti, per almeno due curiosità. A far data dal 14 aprile ’69, grazie allo show multimediale “More furious madness for the massed gadgets of Auximines”, la mitica “Attento con quell’ascia, Eugenio” entra a far parte della mini-suite “The Journey” con un altro titolo, “Beset by creatures of the deep”; poi è la volta di Zabriskie Point, dove una versione priva del – peraltro unico – verso è collocata in uno dei momenti più memorabili del film di Antonioni, con un (manco a dirlo!) nuovo nome: “Come in, number 51, your time is up” (intimazione presa, paro paro, da uno sketch del comico Spike Milligan).

Abbiamo appena citato “Zabriskie Point”: ebbene, durante le registrazioni del soundtrack i Pink Floyd incisero una valanga di brani, spezzoni, frammenti più o meno coerenti, ma solo tre furono scelti dal tentennante (e poco rock) director italiano. Rimase esclusa anche una progressione di pianoforte particolarmente triste e dolente, chiamata a commentare contrappuntisticamente la sequenza degli scontri fra manifestanti e polizia: Antonioni la liquidò senza troppi rimpianti ma i nostri non se ne dimenticarono, e iniziarono a proporla dal vivo col titolo di “The violent sequence”. Dopo tre anni, completata di voce, testo e arrangiamenti, e intitolata “Us and them”, diverrà uno dei punti di forza di “Dark Side”: alla faccia dello scarto.

E si continua: una versione embrionale di “A saucerful of secrets” fu preventivamente testata al Top Gear Show sotto il nome di “The Massed Gadgets of Hercules”; “Atom Earth Mother”, prima di dare il titolo al “vinile della mucca”, era stata presentata in concerto col curioso titolo di “The amazing Pudding”; e  la misteriosa “The Return of the Son of Nothing”, che affolla le scalette del 1971, altro non è un gustoso anticipo della più famosa “Echoes”. Passano gli anni, e arriviamo al British Winter Tour del ’74, che esibisce ben tre inediti: “Shine on”, “You’ve got to be crazy” e “Raving and drooling”. La prima, com’è facile immaginare, è semplicemente “Shine on you crazy diamond”, mentre le altre due saranno ripescate tre anni dopo, nell’album “Animals”, con testi differenti, e coi rispettivi titoli di “Dogs” e “Sheep”.

L’esempio più articolato di questo modo di lavorare si può trovare nel bootleg dell’Ernst Merck Halle concert di Amburgo, 14 Novembre 1970: la lunga “Embryo suite” (circa 26 minuti, e battezzata, da alcuni compilatori, “Corrosion”) schiera, a corredo del brano principale, un rumore di passi (“On the run” è il richiamo più immediato), un frammento sonoro simile a “Moonhead” (sul cui giro di basso Waters costruirà, due anni dopo, il ritornello di “Money”), le urla di gabbiani poi utilizzate in “Echoes”, e altri elementi di minore evidenza.

Proviamo a tirare le somme. Abbiamo scoperto il concetto di “working title”, cioè il titolo provvisorio, di lavorazione, di un pezzo in fase di gestazione. Abbiamo anche incontrato la sanissima e quasi maniacale abitudine di testare i nuovi brani dal vivo, prima di inciderli in forma definitiva: pratica cui non si sottrae nemmeno il capolavoro “The Dark Side of the Moon”, presentato in anteprima col titolo di “Eclipse – A Piece for Assorted Lunatics”, e che durante i 93 concerti (quasi tutti documentati) andò via via perfezionandosi, con ritocchi sostanziosi e nuovi innesti , fino ad assumere la forma che tutti conosciamo.

Che dire: vezzo? Consuetudine? Ossessione? Niente di tutto questo: semplicemente una strategia, perfettamente funzionale ed economica. D’altronde che potevano fare, in quel gennaio del ’68, Waters, Mason e Wright, lasciati improvvisamente soli dal “diamante pazzo Syd”, e con un Gilmour imbarcato in fretta e furia, senza aver mai inciso nemmeno un 45 giri? Solo una cosa: provare e riprovare, senza buttare mai via nulla, fra jam, test, arrangiamenti, “taglia e cuci”, recuperi e rimandi, affidandosi all’infinita perfettibilità dell’arte e alla sublime arte del riciclo: trasformando un modo di creare e produrre musica, nato per necessità, in una firma.

Musica “spaziale”? “Psichedelica”? “Progressive”? No: ecologica! Sì, perché per me i Pink Floyd – con la loro paziente e perseverante attitudine al recupero virtuoso di ogni materiale sonoro – sono stati il gruppo più “sostenibile” della storia del rock. Certo, sempre che qualche guastafeste non mi venga a sventolare sotto il naso il day-after del concerto a Venezia dell’89: ma quella, come si dice, è un’altra storia (e Roger Waters non c’era già più!).

2 pensieri riguardo “Pink Floyd – Rock ecologico

  1. E anche i pezzi scelti da “Oni Oni” (come lo chiamavano i Pink) sono assolutamente i meno belli, eccezion fatta ovviamente per “Eugenio”. Esiste un bootleg molto bello con TUTTI i frammenti e le canzoni incise.

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