Il rock’n’roll del nord: Bill Haley

William John Clifton “Bill” Haley (1925-’81) cresce in Pennsylvania e si avvicina alle sette note grazie ai genitori, musicisti dilettanti: a 15 anni fonda una band e si mette sulla strada, in cerca di fortuna. In questi anni l’ambizioso e curioso Bill fa di tutto, rendendosi disponibile a qualunque esperienza: feste cittadine, medicine show, luna park e sale da ballo.

Haley – col soprannome di “Silver Yodeling” – diventa uno dei cowboy canterini più famosi del circuito Western Swing, e resta impressionato dall’atmosfera elettrizzante trasmessa da queste band. Una musica ritmica, vivace, allegra, erede della scuola di Count Basie e di Milton Brown, che per creare la massima eccitazione non lesina trucchi e numeri da baraccone, come suonare sdraiati per terra o con lo strumento dietro la testa.

Il confronto con la freddezza delle platee ben educate delle grandi città è impietoso, e convince Haley a tentare qualcosa di nuovo. Fra il 1947 e il ’50 – a capo dei Four Aces of Western Swing – Bill si dedica alla messa a punto di uno stile personale, capace di conciliare l’euforia del Midwest e il garbato aplomb della East Coast. La sua ricetta si concretizza nell’elaborazione di un linguaggio per piccolo complesso che obbedisce a tre semplici comandamenti: primo, gli strumenti a corda – come nel più strutturato Western Swing – dovranno riprodurre le parti e il sound delle sezioni fiati delle Big Band; secondo, l’accentazione ritmica va spostata sulla seconda e quarta misura della battuta; terzo, un pizzico di quell’esuberanza scenica tipica del rhythm’n’blues dell’Ovest.

La band di Haley, nel frattempo, cambia nome: prima “Bill Haley’s Saddelmen” e poi, nel ’53, il definitivo Bill Haley & His Comets (un gioco di parole sulla “Cometa di Halley”). Il debutto avviene con l’originale “Crazy Man, Crazy” (1953), prodotto dalla indie Essex, che entra – primo disco rock’n’roll in assoluto – nelle classifiche di Billboard. L’anno seguente Haley bissa il successo con la cover di “Shake, rattle and roll” di Big Joe Turner: ripulita dai riferimenti osceni e con un frizzante tocco Western Swing, il disco vende oltre un milione di copie, e sorvola l’Atlantico per entrare anche nelle graduatorie inglesi.

Ad proiettare Haley nel mito è però un pezzo tanto storico quanto travagliato: “Rock Around the Clock”. Il brano è scritto nel tardo 1952 da Max C. Freedman e James E. Myers (quest’ultimo sotto lo pseudonimo di “Jimmy De Knight”), presenta evidenti echi race e country[1], ed è presentato ad Haley all’indomani del successo di “Crazy man, crazy” ma per vari motivi – faide interne, ritardi burocratici e scelte artistiche – non trova considerazione. Gli autori passano allora il titolo a Sonny Dae & His Knights, una band italoamericana, che ne restituisce una versione esplicitamente leggera, una sorta di jump con accenti novelty di modestissima fortuna.

Nel ’54, intanto, Haley abbandona la piccola Essex, e il 12 Aprile si presenta negli studi Decca. Il produttore, Milt Gabler, impegna quasi tutta la giornata per il lato A del debutto newyorkese di Haley, “Thirteen Women (and Only One Man in Town)”: per la B-side torna intanto in auge quella “Rock around the clock” che nessuno vuole, e che non dovrebbe richiedere più di qualche minuto di tempo. Gabler, che ha prodotto anche Louis Jordan, riprende la formula del grande artista jump, fatta di ritmica accentuata, richiami swing e pronuncia scandita, e la riversa nell’orchestrazione: due sole session, e il brano è pronto.

Il 45 giri esce il 20 Maggio. “(We’re Gonna) Rock Around the Clock” (questo il titolo definitivo) è una canzone dall’andamento mosso e swingante di 2 minuti e 8 secondi, concepita sul classico standard blues di 12 battute. La versione dei Comets è rapida, vivace, e contiene almeno un paio di elementi “classici”: l’assolo di chitarra – suonato dal session man Danny Cedrone[2] – e il break strumentale, in cui il sax e la chitarra ribadiscono gli accenti della sezione ritmica. La canzone, in un primo momento, non ottiene grande attenzione, e si fa notare solo nelle chart inglesi, dove a Gennaio del ’55 tocca la posizione numero 17… Ma la storia sta per cambiare, e per sempre.

Il 19 Marzo 1955 esce nelle sale “The Blackboard Jungle”, di Richard Brooks: la storia edificante di un professore progressista dal cuor d’oro (interpretato da Glenn Ford), alle prese con la violenza e la disperazione dei ragazzi dei ghetti. La pellicola suscita qualche brontolio per la schiettezza delle descrizioni: ma sono ben altri i motivi della sua fama. Cosa mai successa prima, i ragazzi vanno al cinema non per il film, ma solo per la canzone che accompagna i titoli di testa: “Rock Around the Clock” di Bill Haley[3]… E, peggio ancora, molti si mettono a ballare, direttamente in sala: una vera barbarie!

Il discografici colgono la palla al balzo, e ristampano il disco, piazzando “Rock Around the Clock” sul lato A. Nel giro di poche settimane il pezzo, trainato dalle intemperanze dei suoi giovani e scatenati tifosi, diventa un caso nazionale: il 9 Luglio balza in cima alla classifica pop di Billboard, dove resta otto settimane consecutive, e giunge sino al numero tre della graduatoria rhythm’n’blues. Un successo che, coi suoi 30 milioni di copie, si può definire planetario: tutti i paesi occidentali, Italia compresa[4], ma Inghilterra in primis, ne sono contagiati.

Bissare un disco di tale fortuna non è facile: ma la fama improvvisa di Haley va sfruttata a tutti i costi. A fine anno il nuovo singolo è pronto: “See You Later, Alligator”, scritta dal neworleansiano Robert Charles Guidry (in arte Bobby Charles), e ispirata nel titolo a un gioco di parole[5]. Il disco esce a Febbraio del ’56: rispetto all’originale di Charles, la versione di Haley è più ritmica e scattante, con un’accentuazione off-beat maggiore… In poche parole, rock’n’roll. Il brano piace, e supera il milione di copie.

I Comets non si fermano: recitano nei film a tema “Rock around the clock” (1956) e “Don’t knock the rock” (1957), pubblicano un ottimo singolo come “Rip it up”, e fanno sold-out nelle trionfali tournée in Inghilterra, Australia ed Europa… Ma qualcosa sembra essersi inceppato. Nonostante Bill sia un’icona mondiale, in patria la sua stella conosce una rapida e inarrestabile caduta: da Memphis è arrivato il ciclone Presley, e nulla è più come prima.

L’America, improvvisamente, si desta dal sogno: Bill è un trentenne, dall’aria pingue e rilassata, inoffensivo e pacioso, e dal rassicurante vocione baritonale… Troppo lontano da quei divi che, da pochi mesi, stanno colonizzando l’immaginario collettivo dei teen-ager: cantanti che emanano un’irresistibile aria di sensualità, ribellione e giovanile sfrontatezza. Il “vecchio” Bill non può competere con la generazione di Elvis, Richard e Chuck: per lui, che è stato il primo, nel 1958 è già il momento di tirare i remi in barca, e abbandonarsi ai ricordi. Una maledizione che lo accompagnerà per tutto il resto della carriera, condotta sino alla morte in un ostinato e bolso revival.

[1] L’idea di scandire la giornata attraverso i tocchi dell’orologio era già stata usata in alcuni blues, e quasi sempre per riferirsi ai momenti dell’amore (cosa assente dal testo di Haley); il titolo – ma solo questo – richiama “Around the clock blues” di Big Joe Turner (1945) e il popolare strumentale “The syncopated clock”; la melodia della strofa, invece, è vicina a “Move it on over” di Hank Williams (a sua volta debitrice di “Going to move to Alabama” del bluesman anteguerra Charlie Patton).
[2] Danny Cedrone muore due mesi dopo la registrazione del pezzo, per una banale caduta dalle scale, completamente ignaro di aver contribuito a un pezzo di storia.
[3] Il produttore della pellicola ha intuito come la trama del film possa interessare i giovani, e vuole una colonna sonora adeguata: caso vuole che fra i molti 78 giri del figlio di Glenn Ford vi sia anche “Rock around the clock”, reputata immediatamente l’opzione migliore.
[4] In Italia, nel 1956, il singolo giunge sino al terzo posto, e genera anche una traduzione in italiano, “L’orologio matto” del Quartetto Cetra.
[5] Si tratta di uno dei tanti modi di dire statunitensi basati su nomi di animali e assonanze sillabiche: per darsi un appuntamento, uno dei due dice “See you later, alligator!”, e l’altro risponde “After while, crocodile!”… Giochetto ribadito nei simili “See you soon, raccoon!” e “Take care, polar bear”.

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 2 – Parte Settima

…Coming soon!

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