Visto al cinema – “Talking Heads – Stop Making Sense”

Ciao a tutti. Ci sono gruppi di cui conosco bene, a volte benissimo, l’intera discografia; e ci sono band di cui ho ben presente parecchi brani, ma senza averne una visione d’insieme. Ecco, i Talking Heads rientrano in quest’ultima categoria: mi piacciono parecchio, sono affascinato dalla figura del leader, David Byrne, canticchio alcuni pezzi, ma non sono mai andato oltre a un ascolto episodico… Lacuna che da tempo volevo colmare.

E’ stato con questo spirito che lunedì sera, assieme all’amico Silvio (che invece conosce molto bene Byrne e soci), e le rispettive consorti, sono andato al cinema a vedere lo storico film-concertoStop Making Sense“: la ripresa di tre spettacoli tenuti a Los Angeles nel Dicembre 1983, pubblicata originariamente nel 1984 come film e relativa colonna sonora e – 39 anni dopo, al termine di un bel lavoro di ripulitura, integrazione e rimasterizzazione – uscita nuovamente in sala.

Sono subito costretto a correggermi: questo non è un film-concerto qualsiasi! Primo, perché i Talking Heads sono un gruppo tutt’altro che scontato o banale; secondo, perché alla regia siede Jonathan Demme, che i più ricorderanno per “Il silenzio degli innocenti”, “Philadelphia” e “The Manchurian Candidate”. Quindi, se film anomalo doveva essere, film anomalo è stato! E fin dai primi fotogrammi.

Continua a leggere “Visto al cinema – “Talking Heads – Stop Making Sense””

Io non so parlar di musica #26 – Wuthering Heights

Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi tiro fuori dal cappello un brano di Kate Bush del 1978: me lo ricordo bene, per radio, e mi ricordo anche che all’epoca non è che mi piacesse molto… Ma con gli anni è diventato uno dei miei preferiti.

Kate scrive la canzone a 18 anni, ispirata dalla visione dell’omonimo film, “Wuthering Heights” (“Cime Tempestose”), a sua volta tratto dal romanzo di Emily Brontë: incuriosita dalla storia e dal soggetto, scopre di avere in comune il nome della protagonista (Catherine – Kate) e la data di nascita della Brontë (30 luglio)… E affida a questo piccolo e grande segno del destino il titolo di quello che sarà il suo singolo di debutto assoluto.

Come spesso accade nei capolavori, il passaggio da idea a realizzazione è poco più che fulmineo, e infatti la Bush scrive il pezzo nell’arco di qualche ora. E se dico capolavoro non lo dico casualmente: so che Kate Bush può avere (e ha) un timbro vocale particolare di non immediata presa, una specie di voce sopranile che può piacere o dar fastidio… Ma forse l’unica adatta a cantare un pezzo che – per quanto mi riguarda – è una delle canzoni pop più complesse e difficili della storia, ricca com’è di tempi composti e di svolazzi su e giù dal pentagramma.

Il pezzo va a finire sul suo album d’esordio (“The Kick Inside“), ed è proprio Kate a imporre alla EMI questa canzone per il lancio commerciale del vinile: e ha ragione, tanto che “Wuthering Heights” raggiunge il primo posto nelle classifiche di diversi paesi, Italia compresa, e fa di Kate la prima artista femminile a piazzarsi al primo posto della hit parade inglese con una canzone a propria firma.

Un brano complesso e meraviglioso, una ballad ondeggiante e magica, quasi arcana, e che spesso – fra mille brividi – mi trovo ad accompagnare i miei pensieri: e che ora vi propongo, attraverso un videoclip un po’ datato, sì, ma figlio del suo tempo.

Come sempre, la parola alla musica. Buon ascolto!

Kate Bush  – “Wuthering Heights

Tratto da “The Kick Inside” (1978)

Io non so parlar di musica #25 – Canzone senza inganni

Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi mi tocca partire dall’ufficio, e in particolare da una mia collega, Lucia-con-l’accento-sulla-u… Una coetanea con cui spesso ci scambiamo, fra il serio e il faceto, ricordi musicali della nostra adolescenza, tirando fuori dai famosi cassetti della memoria nomi, titoli e brani cui magari non pensavamo da anni, se non da decenni. In una di queste sfide ho evocato una canzone che, all’epoca, mi piaceva parecchio, e anche alla collega: e che mi dà modo di parlare di una delle mie più antiche passioni musicali, e di una curiosità discografica. Continua a leggere “Io non so parlar di musica #25 – Canzone senza inganni”

Io non so parlar di musica #24 – Gerry Rafferty (bis)

Caso stranissimo, quello che presento oggi per la rubrica “Io non so parlar di musica“: innanzitutto perché è la prima volta che un artista trova spazio su questa pagina per ben due volte (la prima era accaduta esattamente un anno fa); e, poi, perché Gerry Rafferty è un musicista dalla carriera davvero singolare.

Gerry è un cantautore scozzese poco noto in Italia, e che – nonostante una discografia abbastanza nutrita – ha ottenuto scarso successoMa due brani (che, in astratto, sono un po’ pochini!) si innalzano sopra tutti gli altri, tanto da farlo diventare un piccolo mito. Il primo è appunto quello di cui vi ho parlato un anno fa, “Baker Street“, del 1978: ma sì, quello col famosissimo inciso di sax, e pubblicato a proprio nome. Il secondo è il di poco più remoto “Stuck in the Middle with You” (1972), scritto e cantato quando il Nostro era negli Stealers Wheel… Band formata con l’amico Joe Egan, e che (almeno con Rafferty in formazione) dura lo spazio di appena un anno: il tempo necessario per firmare e sfornare questo pezzo, che si piazza bene in classifica, diventa disco d’oro e vende un milione di copie.

Quando ascoltai per la prima volta “Stuck in the Middle with You”, anni fa, lo confusi per un pezzo di Dylan: e ora, bighellonando su internet, leggo che non sono l’unico… Tanto che, alla sua uscita, la canzone fu da molti scambiata per un nuovo singolo del buon Bob Zimmerman!

A me il pezzo piace, diverte e coinvolge, anche senza essere un capolavoro di arrangiamento o melodia: e chi se ne frega, aggiungerei! E poi, chiunque abbia in mente “Le Iene” di Tarantino, ricorderà per certo (anche perché la metto QUI) la scena in cui Mr. Blonde tortura il polizotto mettendo, sul mangiacassette, proprio questo brano: prima balla e canticchia qualche verso, poi gli si avvicina e – fortunatamente fuori campo! – gli mozza un orecchio. Sequenza indimenticabile: anche per merito della canzone, ci sta a pennello!
Come sempre, la parola alla musica. Buona visione e buon ascolto!

Stealers Wheel – “Stuck in the Middle with You

Tratto da “Stealers Wheel” (1972)

Io non so parlar di musica #23 – Matt Bianco

Ciao a tutti. Eccoci di nuovo qui, per la ricorrente rubrica “Io non so parlar di musica“, ad affrontare uno dei miei amori giovanili… Un amore mai sbocciato nell’acquisto di materiale audio, ma che mi segue dal 1984 ai giorni nostri (e, mannaggia alla miseria, sono passati 40 anni!). Sto parlando di Matt Bianco, e della loro “Whose Side Are You On?“: pezzo del 1984 che subito mi piacque per il suo ritmo swingato, il suo carattere ironico e sbarazzino, la sua originalità rispetto al coevo e imparante New Romantic, e per la curiosa ed eccentrica presenza della cantante/corista… Continua a leggere “Io non so parlar di musica #23 – Matt Bianco”

La canzoni di Cochi e Renato

Ciao a tutti. Poche sere fa stavo facendo zapping su Youtube in cerca di video di cagnolini (…sì, proprio così: una mia debolezza!) quando, vai di qui vai di là, l’algoritmo del Tubo mi ha portato su una scena di “Testa o croce” in cui Renato Pozzetto, nelle vesti di un sacerdote smemorato, cade dritto dritto nelle acque del Lago d’Orta, e inizia a tirare giù cristi come non ci fosse un domani… E da lì il mio algoritmo personale, che rispetto ben di più, mi ha istantaneamente condotto al Pozzetto in bianco e nero di “Il buono e il cattivo” e “Il poeta e il contadino“, in coppia con l’amico di sempre Cochi: ero appena un bambino, allora, capivo a malapena le battute, eppure mi scompisciavo dal ridere a guardare in tv le loro gag surreali, con i ricorrenti tormentoni “Bravo, sette più”, “Qui siamo su a milletre” e “Elamadonna!”.

Di pezzi e frammenti di Cochi e Renato, in rete, se ne trovano: e, come sa chiunque abbia almeno la mia età, una bella fetta del loro repertorio comico era costituita da canzoni… Canzoni che inevitabilmente aprivano e/o chiudevano la trasmissione, e che punteggiavano la sequenza dei loro sketch, con Cochi alla chitarra e Renato, nella parte del sempliciotto, a declamare assurdità. La più famosa è “Canzone intelligente“, cui ho dedicato un post ben tre anni fa (eccolo QUI): cui fa eco l’altrettanto nota “E la vita, la vita“. Ma sono molte le perle regalate da questo duo comico: un duo rivoluzionario, che (forse) per primo ha portato sugli schermi e nei teatri uno humor mai irrisorio verso i “difetti” degli altri (lo zoppo, il cieco, l’omosessuale, il cornuto, ecc) e sempre stralunato, dadaista e indiscutibilmente meneghino; e per il cui successo sono stati fondamentali la folle verve e l’imprevedibile eclettismo del “genio” Enzo Jannacci… Che, all’inizio degli anni Sessanta, non solo li nota all’Osteria dell’Oca di Milano e li sprona a darsi al cabaret, ma scrive con loro, a sei mani, quasi tutto il loro repertorio.

Cochi e Renato hanno una discografia che comprende sei album, tredici singoli e varie raccolte: e certo, non si tratta di album organici, ma una di sorta di compilation non dichiarate che raccolgono pezzi sparsi, più o meno nuovi, e spesso gravitanti attorno agli spettacoli televisivi dell’epoca. Le canzoni di Cochi e Renato si possono suddividere grossolanamente in due gruppi: le rivisitazioni caricaturali di pezzi tradizionali (spesso dialettali), e i brani di propria penna. Continua a leggere “La canzoni di Cochi e Renato”