Ciao a tutti. Negli ultimi anni, in almeno tre occasioni (ed eccole qui: UNA, DUE e TRE) vi ho parlato delle mie serate al Folk Club di Torino: tre concerti che ho ancora nel cuore (uno, soprattutto: il primo, con la grandissima Rhiannon Giddens), oltre a un altro di cui non avevo fatto la rece per semplice pigrizia! Ma veniamo al punto. “Il Folk Club di Torino è una leggenda della musica live non solo piemontese, ma oserei dire europea: aperto nel 1998, ha proposto sinora oltre 1.800 concerti, tutti di alto se non altissimo spessore musicale, principalmente riferibili a jazz, folk, canzone d’autore e world music“, dicevo, allora. Bene: e, dopo 38 anni di gloriosissima storia, grandi numeri, successi, e la stima di mezzo mondo musicale, il Folk Club chiude.
La notizia è arrivata a fine mese, anche se i ben informati erano settimane che annusavano qualcosa… E il 30 Giugno, in un incontro indetto dal patron, amministratore e gestore Paolo Lucà (subentrato 25 anni fa al padre Franco), sono state date le motivazioni di questa scelta. I motivi – anzi, IL motivo – è sempre lo stesso: la mancanza di contributi pubblici. E no: non si dica che queste attività “dovrebbero sostenersi da sé“. In ambito culturale – dalla fiera della nocciola pallida alla mostra delle giarrettiere dell’Irpinia, dai concerti alle esposizioni di pittura, dai balli a palchetto al torneo di scopone – il contributo esterno è praticamente indispensabile; biglietti, tessere e somministrazione bevande non bastano, mai. E nemmeno qualcuno scriva che “il pubblico dovrebbe destinare i soldi ad altro, con la cultura non si mangia“: frase che trovo odiosa, gretta e di una povertà spirituale inquietante. I contributi pubblici – banale ma doveroso ricordarlo – provengono dalla contribuzione dei cittadini, ai quali devono essere restituiti in servizi: servizi di tutti i tipi, culturali compresi!
Il punto, per i fondi, è darli bene, a chi li merita, e con tempi e metodi certi. E invece, tutto il contrario. I contributi sono assegnati triennio per triennio con un sistema di bandi. Ecco come funziona: immaginiamo il triennio 2025/27. Il bando arriva ad Agosto 2025 (un solo mese prima dell’avvio della stagione, quindi: e già siamo in ritardo!): tu mandi subito la documentazione, i progetti, ecc ecc… e se va di lusso la risposta di ammissione arriva a Dicembre: con la stagione in pieno svolgimento, quindi, e tutto il suo corollario di cachet da onorare, fornitori e bollette da pagare… E i soldi? Oh, c’è tempo: la prima rata, forse, a primavera: per intanto, ti arrangi.
Con queste premesse, gestire un’attività è un vero e proprio atto di fede. Bene che vada, devi comunque anticipare finanziariamente, e di tasca tua, un bel pezzo di stagione (capitali e interessi compresi), e sperare che arrivino i dindini per poter poi rientrare del debito. Al Folk Club per anni è andata così: ma non quest’anno. A Dicembre, come un bruttissimo letterina di Natale, Paolo riceve una PEC dove sì, il Folk Club ha raggiunto il punteggio per “meritare” i fondi: ma quelli col punteggio a posto sono tanti, forse troppi; e la Regione Piemonte, invece di “spalmare” i fondi fra tutti i meritevoli, dando a ognuno una quota proporzionale, erogherà le somme piene solo ai primi in graduatoria, lasciando gli altri a becco asciutto. In parole povere, la Regione ha riconosciuto il valore del progetto Folk Club (e ci mancherebbe, con una storia e numeri così forti), ma ha scelto di non finanziarlo.
La notizia lascia Paolo Lucà senza parole. E senza speranza. E senza soldi: un improvviso disavanzo di circa 50.000 euro, anche in presenza di una stagione musicale di successo. Guardate, io non mi faccio commuovere facilmente: ma assistere alla conferenza, e vederlo interrompersi, mentre parla, col groppo alla gola, è stato davvero triste. Sostiene – e ci credo: Paolo ha una storia personale specchiata e senza macchie – che è da settembre che non prende una lira, dal Folk Club… E così non può andare avanti. “Il Folk Club non deve morire; ma io non posso morire di Folk Club“, afferma, con la voce rotta. Perché, sinora, è stata la famiglia a dargli una mano: che, dopo anni di tira-e-molla, inizia a non farcela più.
Il sistema dei bandi, palesemente, così com’è, non funziona: impedisce qualsiasi programmazione di medio-lungo periodo, e scarica sulle associazioni tutti i rischi economici, trattando la cultura “del basso” come un’attività imprenditoriale pura: cosa che non può essere.
La chiusura del FC ha colpito la comunità torinese in modo molto pesante: ed è solo un caso fra tanti. La cultura e i suoi spazi, a Torino, sono da tempo sotto attacco: il Museo Ettore Fico, il Komala (salvato “al pelo” da una sommossa popolare), l’agonizzante sPAZIO211, ora il Folk Club, e altri ne seguiranno… E ogni volta, come fosse la prima, si torna a ragionare sul sistema culturale, sulla sua utilità e sul suo destino, in questi anni di desertificazione civile.
Sapete, poco importa che le iniziative raggruppate sotto il nome di “proposte culturali stabili” si occupino di musica, lettura, studio, ballo, pittura o altro: sono sempre importanti e – proprio perché gestiti “dal basso” – offrono ai cittadini occasioni di crescita non effimera: presidi culturali che diventano presidi di comunità, e che creano amicizie, legami, interessi e interconnessioni col territorio. E invece – e questo è ahimè chiaro – si preferiscono iniziative dirette dall’alto: i “grandi eventi” (che, per quanto interessanti, nulla portano al vivo tessuto sociale di una città), o i festival. Attività per loro natura limitate nel tempo e nello spazio: ma più capaci di entrare nel perverso meccanismo dei “click” e dei “pollici su”, e di garantire al politico di turno una foto, un red carpet, un’intervista… Cose che le piccole realtà culturali non possono invece assicurare.
La conferenza va intanto avanti (anzi, chi volesse mai vederla, QUESTO è il link), fra domande, proposte, sconcerto, rabbia e amicizia, ma non lascia spazio a nulla, se non a una piccolissima nota di speranza. “Il futuro del FolkClub, tuttavia, non è escluso a priori. Una possibile prosecuzione sarebbe immaginabile soltanto in presenza di tre condizioni fondamentali: un progetto culturale ed economico realmente sostenibile nel medio-lungo periodo, una squadra stabile di professionisti in grado di condividere il lavoro gestionale e una struttura finanziaria capace di garantire sia la qualità dell’offerta artistica sia una retribuzione dignitosa per chi vi opera“. Sganciandosi per sempre dalla logica dei bandi e dei contributi, quindi.
Lo spero e glielo auguro: ma, di questi tempi, la vedo durissima.
E’ un peccato.
Non conosco il locale ma mi immedesimo facilmente nella situazione.
Purtroppo nel mondo attuale l’arte (nel senso ampio del termine) è vista come un “di più”, non strettamente necessaria, per cui alla sua sovvenzione arrivano solo le briciole.
Ma alla gente comune, dico io, interessa davvero di più l’aumento dei fondi dedicati agli armamenti?
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Domanda sacrosanta. Ma sono proprio le cose “dal basso” che la politica attuale odia
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Analisi implacabile, mi trova daccordo. È perverso il fatto che il politico di turno per autopromuoversi sui social a caccia di like faccia di tutto per promuovere e associare il suo nome a mega eventi, penso a ultimo a tor vergata, poi luoghi sacri della musica come questo debbano chiudere battenti.
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Purtroppo è così che (non) funziona. Lo vedo nel mio paese, dato che faccio parte della commissione bibliotecaria. Il comune aderisce sempre ai bandi per la cultura, i soldi arrivano ma poi vengono spesi in modo inadeguato.
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O non arrivano .. poco da fare, preferiscono i grandi eventi, le cose dal basso (che poi sono le più belle e quelle che creano più collettività) non sono gradite
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