Ciao a tutti! Lunedì sera, un tuffo nei ricordi… E, come sempre, qualche connessione col mondo della musica c’è!
L’occasione è stata la festa per il centenario di una cara signora, Ortensia: una vicina di casa di un paesino del Monferrato di un centinaio d’anime in cui, dai 6 ai 29 anni, ho trascorso le mie estati più felici. Ho già raccontato altrove qualcosina di quel verde paesello e di quei momenti: se volete, potete leggerlo QUI.
Fatto sta che lunedì, in corrispondenza dell’esatto centenario della signora Ortensia, la figlia ha pensato di chiamare a raccolta amici, parenti e ex-vicini per una bella festa: tanta gente, una gran tavolata all’aperto, orario decisamente “anziano-piemontese” (anche in considerazione dell’età dell’ospite: ore 19, si inizia!), chiacchiere, volti noti e volti sconosciuti, parecchi “Ciao come stai… da quanto tempo… hai saputo che…“, e molta allegria.
Davanti a me, al tavolo, si siede Monica, un’amica di allora: un’amica cui, per qualche tempo, feci un filo spietato (senza alcun effetto!) e che ora è sposata, e con un bel bambino di 9 anni! Chiacchiera di qui chiacchiera di là, mi racconta una cosa di cui sinceramente non ho nessuna memoria: che una volta, ottenuto il permesso di accompagnarla a casa, non trovai di meglio che dirle “Ti faccio sentire una canzone bellissima“, e misi sull’autoradio “Stairway to Heaven“.
“Che salame“, rifletto, “possibile che non avessi altre carte da giocare?” Evidentemente no! Ma, altrettanto evidentemente, ero convinto che quella fosse una delle cose più belle che potevo offrirle: esattamente come tutte le cassette che ho fatto, negli anni, per amici, amiche, spasimanti e simpatie varie… Segno, se mai ce ne fosse ancora bisogno, di come per me la musica sia sempre stata un fattore identitario, personale e intimo.
E da qui, i ricordi “a tema” galoppano. Quelle ore calde, subito dopo pranzo, in cui – con le vicine di aia – vedevamo “DeeJay Television“, mentre gli “adulti” si prendevano la loro ora di pennica, e le cicale facevano casino; i pomeriggi in cui, in cameretta, ascoltavo a occhi aperti le mie cassette, per ore e ore… Il ballo a palchetto durante la festa del paese, con il liscio a manetta e gli anziani a ballare come quando avevano vent’anni; le serate al bar, a mettere le 100 lire nel jukebox, fra “Cigarettes and Coffee” di Scialpi, “Tarzan Boy” di Baltimora e “No tengo dinero” dei Righeira; le discussioni fra Simona, che continuava a mettere nel mangiacassette, fino alla nausea, “La vita è adesso” di Baglioni, e me, che spingevo per gli Scorpions e Lucio Dalla; sua sorella Clara, che suonava il piano; l’ascolto, sull’autoradio di loro padre, a motore spento, di canzoni e superclassiche varie (e, in sottofondo: “Simona, smettila, che mi butti giù la batteria!“)…
E, ancora, più avanti negli anni, quando ormai avevo imparato a suonicchiare qualcosa, e avevo messo su un gruppo: gli esercizi sulla chitarra acustica, all’ombra del noccioleto; i vicini, che mi convocavano per suonicchiare qualcosa e cantare, mentre lo zampirone tentava inutilmente di tenere lontano le zanzare; le chiacchiere con Pierluigi, fra Paolo Conte e un po’ di jazz; il biondo Enrico, che da bimbetto pacioccone, goffo e goloso, nel giro di qualche anno si trasforma in un metallaro duro e puro, e anche lui (ma con molto più mestiere e serietà) fonda il suo gruppo; le prove con la band di cui faccio allora parte, a sudare come maiali in una cantina, in pieno agosto; la redazione delle scalette per i concerti, e l’emozione di esibirsi su un palco, con i miei stessi vicini di cortile a tifare per me…
Eh si, quante porte si sono aperte, da quel ricordo-che-non-ricordavo-più, evocato da Monica, fra un vitello tonnato e un prosciutto e melone! Ma è sempre così: una catena di Sant’Antonio, dove un’immagine rimanda a un’altra, una canzone a un’altra canzone, un sorriso a una piccola malinconia… Sono stati anni molto belli, come dicevo: nonostante il tempo trascorso, tutto è lì, chiaro e indelebile.
Come la signora Ortensia che, coi suoi cent’anni appena compiuti, e con una vista ormai al lumicino, non salta nemmeno una portata, tutte le mattine fa colazione con pane e gorgonzola, e ha dettato personalmente la lista degli invitati. Vita dura, la sua, sempre nei campi: ma anche sana, all’aria aperta, in movimento; altro che quella che faccio io. Come ha detto il prete, mentre ingurgitava prosciutto e melone, “I settantenni di oggi ben difficilmente arriveranno a 100 anni“: e Carlo, seduto a fianco, e che ha compiuto 70 anni da pochissimo tempo, si è subito toccato gli zebedei, al riparo della tovaglia.
Io a 100 anni non ci arrivo di certo.
Ad ogni modo, bello il flusso di ricordi, e bello anche ricordare il “filo” alla vecchia amica, immagino che al tempo fosse una delusione non riuscire a “raggiungerla”, ora si può sorridere.
La Ortensia che fa la lista degli invitati.
Beh: se parte dai compagni di classe non è che ne trovi molti. Temo.
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Alla fine 70 c’erano e altri nn li ha espressamente voluti… “Non li posso vedere”. Fa benissimo!
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“Non li posso vedere”
Anch’io, se facessi una festa, saprei chi NON invitare.
🙂
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Bella la chiusa degli zebedei…
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Ho riso con gusto, davanti alla scena
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Per arrivare a cento anni bisogna avere tanti parenti e amici giovani, altrimenti si rischia di rimanere soli. 😅
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Alcuni funerali di certi molto anziani sono tristi anche x questo
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😥
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Un bel modo di festeggiare cent’anni-
Notte
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