Festa della Donna: #2 – Ragazze vincenti

Come l’anno scorso, dedico le mie riflessioni musicali all’imminente Giornata/Festa Internazionale della Donna parlandovi di due canzoni in cui la presenza – negli intenti, puramente occasionale! – di una donna ha dato al pezzo – e alla storia del rock – un qualcosa di imperdibile, e difficilmente superabile. Della serie: le donne, anche quando sono trattate da outsider, sanno dare delle mazzate che te le ricordi per sempre.

“Oo oh oh-o ohooooo ohooo o-ho-ho-o”… Avete capito? Ma dai, è ovvio… Su… Facilissimo… No? E se dico 1972, Abbey Road Studios? Eh si: “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd, e il leggendario vocalizzo di Clare Torry. Inutile farsi le seghe sul pezzo, sulla struttura, sugli accordi, bla bla bla: ma almeno ricordiamo che è il quinto brano di “The Dark Side of the Moon”, e che in origine l’intensa progressione armonica di Rick Wright aveva come titolo provvisorio “The Mortality Sequence” proprio perché – nel progetto Dark Side – avrebbe dovuto rappresentare lo sgomento dell’uomo davanti al confine estremo della sua vita… Una vita sprecata fra indecisioni e ripensamenti (e infatti nel disco viene proprio dopo “Time” e “Breathe (Reprise)”).

Nel tour di rodaggio, “The Mortality Sequence” ha le forme di uno strumentale di tastiera, accompagnato da alcune letture bibliche di Waters: cammin facendo all’organo subentra il piano, gli accordi diventano quelli, definitivi, di “The Great Gig”, e si avvicina l’uscita del disco… Ma manca ancora qualcosa: si prova a sovrapporre alla musica il messaggio di congedo del comandante dell’Apollo 17, Gene Cernan (il tema “luna” spunta ogni dove!… E qui vi posto la traccia), ma alla fine il sound engineer Alan Parsons si ricorda di Clare Torry, una brava corista, e la convoca in studio.

Non ci sono parole, il pezzo riguarda la morte“: il solitamente verboso Waters liquida così la povera Clare, che letteralmente non sa che fare. Il pianoforte inizia la sua dolente sequenza, e Clare – come le gospel mama cui si ispira – emette qualche “Baby, baby – yeah”: ma non va. Meglio lasciar perdere le sillabazioni e provare con il suono puro della voce, come fosse uno strumento, e lasciarsi andare in un vocalizzo libero: una tinta vocale molto calda, soffusa e potente, preparata da Parsons, e che Clare sente risuonare nelle cuffie. Tre minuti volano: prova una seconda take, ma non è convinta, la prima è certamente migliore. Trenta (30) sterline, la paga standard, e la Torry se ne va a testa bassa, certa di aver deluso tutti: ma è proprio la traccia con “l’imitazione dello strumento” a far cadere le mandibole ai Floyd, e a finire sul disco.

Clare ha appena messo il sigillo a una delle performance vocali più intense, disperate, imponenti, tenerissime e selvagge di sempre: un climax orgasmico appassionato e sgomento, dove l’angoscia della morte e l’estasi della carne (la francese “petite mort“) si rincorrono e compenetrano, come lo yin e lo yang del ciclo della vita.

Clare Torry

Ma Clare, chi è? Una cantante del Sussex di 25 anni, di quelle brave che non riescono a sfondare: ha inciso un album di cover (fra cui “Light My Fire”), è a libro paga della EMI, e sopravvive come professionista di medio livello. Eppure la sua performance diventa una delle più famose e a fuoco di sempre. Che sarebbe, infatti, di “The Great Gig” senza il suo assolo vocale? Un vocalizzo memorabile e che chiunque conosca un po’ “Dark Side” ha incontrato, ascoltato, amato e inconsciamente memorizzato: tre minuti di magia, brividi e perfezione assoluta. Tanto che, ogni volta che i Floyd hanno proposto il pezzo dal vivo, hanno dovuto spartire la parte fra tre coriste differenti, una per tono e colore vocale: con la consegna di variare il minimo possibile la performance, giusto quel che serve a non fare una pedissequa imitazione. Tutte bravissime, intendiamoci: ma fra un freddo calco professionale, e il fuoco della spontanea creazione, non c’è mai storia.

Dopo trent’anni, in cui Clare prosegue il suo tran tran fra lavori di studio (Alan Parsons Project, Olivia Newton-John, Culture Club, Tangerine Dream), e jingle pubblicitari, nel 2004 fa (e, dico io, finalmente!) causa alla band e alla EMI chiedendo di essere inserita come co-autrice del pezzo: l’anno dopo la Corte Suprema sentenzia a suo favore, tanto che da allora le ristampe di “Dark Side” vedono il suo nome nei credits del pezzo. I termini economici dell’accordo non sono noti: ma mi auguro siano equi.

Con una capriola torniamo ora più indietro, nel ’69. I Rolling Stones hanno appena scritto uno dei loro grandi classici, “Gimme Shelter“: un mid-tempo pieno di groove e calore, minaccioso e incombente… Proprio come il clima sociale di quel tempo, avvelenato da scontri, incendi, saccheggi e disordini, Vietnam e proteste: Jagger la definì una “canzone da fine del mondo“, quando la storia sta per investirti con tutta la sua forza, e non ti resta che cercare e invocare un riparo.

La traccia è pronta da marzo, ora è ottobre, gli Stones (tranne Brian Jones) sono a Los Angeles, qualche ritocco e l’album “Let It Bleed” potrà uscire: ma – anche qui – manca qualcosa… “Perché non mettiamo una voce femminile, nel refrain?”, dice il produttore Jimmy Miller. Prende il telefono, tira giù dal letto (sì, è già notte) la cantante Merry Clayton, fra le proteste del marito, manda un taxi sotto casa e la trascina in studio.

A differenza della Torry, la Clayton non è proprio una parvenu: è nata a New Orleans, ha 31 anni, alle spalle ha una storia professionale di tutto rispetto (Bobby Darin, Ray Charles e Neil Young), ma quando arriva negli studi è affannata, coi bigodini in testa, e il pancione da puerpera. Microfono, e via: dopo qualche titubanza (Merry è una fervente cristiana) qualcosa si impossessa di lei, e ne esce una performance da brividi, fra acuti grondanti soul e rabbia, momenti solisti ispiratissimi (“Rape, murder! It’s just a shot away, It’s just a shot away!) e il finale, all’unisono con Jagger (“Love, sister, it’s just a kiss away“). La foga è tanta che la voce della Clayton si spezza due volte nello spazio di pochi secondi: e Jagger se la gode, che colpo hanno fatto! Ma vuoi mica che le “sataniche maestà” ti regalino qualcosa senza nulla in cambio… Appena tornata a casa, Merry ha un aborto spontaneo, da molti attribuito allo sforzo eccessivo.

Il resto della carriera continua (Lynyrd Skynyrd, colonne sonore, Burt Bacharach, Joe Cocker e Coldplay), ma per anni la Clayton vivrà come un incubo quello che, per il resto del mondo, è uno dei momenti più alti mai raggiunti da una vocalist con gli Stones. E’ vero, farà di “Gimme Shelter” la title-track del suo album di debutto da solista (un funk pieno di fiati): ma si riconcilierà col pezzo solo vent’anni dopo, facendo pace con quella incendiaria e terribile notte. E gli Stones? Proprio come i Floyd, quando hanno replicato l’intervento vocale femminile sono ricorsi a coriste o ospiti speciali (Lady Gaga), estendendone la durata di alcuni minuti: ma, di nuovo, la magia è rimasta nei solchi del vinile.

Qual è la morale di queste due storie? Ce ne sono molte, volendo: che, quando colgono il segno, le performance improvvisate viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda della creazione divina; che ai miracoli si può assistere una volta sola; che tutto ha un prezzo, a volte monetario a volte di viva carne; e che – si debba parlare di morte, o di caos – la voce di una donna sia stata la scelta migliore… Perché è la donna che concepisce la vita nella condivisione dell’amore, che la mette al mondo nel dolore del parto, e che accompagna l’uomo nel sonno estremo; e solo la donna ha davvero l’autorità di sbattere in faccia al mondo i suoi orrori con la furia di una divinità greca, e offrirci riparo sotto un sorriso colmo di tenerezza.

E poi, certo, farsi anche i cazzacci suoi! Alla faccia nostra.

Buona Festa della Donna a tutti 🙂

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