Il Minstrel Show

L’attore e compositore Dan Emmett (1815-1904) nel 1843 organizza attorno a sé una compagnia itinerante blackface dal nome di Virginia Minstrels (quattro attori e musicisti professionisti – fiddle, banjo, bones e tamburello) [1]: è l’atto ufficiale di fondazione del Minstrel Show [2]. Su scenette comiche che ripetono gli stereotipi dello spettacolo “etiopico”, Emmett inserisce arie e melodie di proprio pugno… Canzoni che riscuotono un successo rilevante, e diventano classici popolari dalla straordinaria longevità: la famosissima “Dixie”, quasi vent’anni dopo, diventerà l’inno ufficiale dell’esercito Confederato, mentre titoli come “De Boatman’s Dance”, “Old Dan Tucker” e “Going Ober de Mountains” sono ancor oggi un punto fermo del repertorio per banjo.

Il banjo resta lo strumento principe, ma le percussioni (bones, tamburelli o jawbone [3]) acquisiscono visibilità, e la spinta ritmica inizia a farsi più evidente. La danza conquista spazio: prima il solo battito del piede, poi il fragore degli zoccoli, e infine l’intero corpo diventano i protagonisti dello spettacolo, con mosse e posizioni buffe o ardite che destano lo stupore, l’ammirazione o il divertimento del pubblico [4].

Se Emmett e le sue canzoni hanno aperto la strada al Minstrel, Edwin Pearce Christy (1815-’62) ne stabilisce la forma e gli standard. I primi spettacoli dei Christy’s Minstrels di cui resta testimonianza avvengono a New York nel 1846, e hanno già tutte le caratteristiche su cui il Minstrel si muoverà nei prossimi cinquant’anni.

Lo show è diviso in due tempi: i partecipanti aprono lo spettacolo presentandosi al pubblico truccati, e disposti a emiciclo, con ai lati Tambo (suonatore di tamburello) e Bones (addetto alle percussioni); al centro l’Interlocutor (il capocomico, l’unico non mascherato [5]) invita i suoi artisti a esibirsi – uno alla volta – in sketches recitati, accompagnati da motivi musicali e numeri di danza. Il primo tempo termina con una passerella a semicerchio, il cakewalk o walk-around, al termine della quale i vari interpreti danno un breve accenno della loro specialità.

La seconda parte, detta Olio, è dedicata alle esibizioni singole, coadiuvate e accompagnate dagli altri compari: numeri comici, danza, canzoni e brani strumentali si susseguono in una sequenza fondamentalmente libera e improvvisata. Al termine dell’Olio si situa il cosiddetto Hoedown, il momento musicalmente più interessante, ricco di riferimenti alla musica nera, e che avrà più influenze sul ragtime e sul jazz: vi si trovano canzoni a botta-e-risposta, esecuzioni strumentali virtuosistiche e parti di banjo molto ritmate [6].

Nella parte centrale del secolo la canzone minstrel conosce il suo periodo d’oro grazie all’eclettico Stephen C. Foster. Le sue “plantation songs”, composte su commissione per i Christy Minstrels, sono brani a carattere sentimentale: rispettosi della lingua (evitano, se possibile, il falso dialetto afroamericano) e della musica nera, sono influenzati dal dramma dello schiavismo e hanno come protagonista la donna di colore. Grazie a Foster, e a hit come “Farewell”, “Massa’s in the Cold Ground”, “My Old Kentucky Home” e “Old Black Joe”, inizia a proporsi in ambito Minstrel una critica al sistema schiavista: edulcorata quanto si vuole, certamente sentimentale e paternalista, ma pur sempre evidente.

La formula proposta dai Christy Minstrel ottiene un ampio consenso, e diventa lo standard [7], pur con qualche variante locale (in Louisiana, ad esempio, sono usati anche l’accordion o il ti-fer). Alcuni spettacoli si aprono a un terzo tempo: occasione colmata dalla parodia di drammi popolari o di opere classiche (come “Machbet” o “Romeo and Juliet”), o da una Ethiopian Opera ambientata in una piantagione del Sud [8].

Col passar degli anni, alle storiche figure dello schiavo e del dandy si affiancano altri personaggi, come la matrona nera (“mammy”), il vecchio zio (“old darky”), la provocante ragazza mulatta, il soldato unionista, e nuovi stereotipi razziali… Con l’arrivo in massa negli Stati Uniti di immigrati cinesi, il livore verso questi sgraditi ospiti trova manifestazione attraverso una nuova caricatura: “Chink”, un buffo e sgradevole Jim Crow dalla pelle gialla.

Il Minstrel Show non è certo uno spettacolo edificante: ma, osservato dal punto di vista sociologico e musicologico, acquista una dimensione più interessante. L’influenza della canzone Minstrel sul nascente repertorio americano è fondamentale: la sua azione, infatti, e proprio grazie all’hoedown e alle odiose coon song di fine Ottocento, supera i confini del repertorio popular, contaminando il folk bianco e la musica da banda, e spingendosi sino al ragtime e – poco più in là – al jazz. Altrettanto importante è l’influsso esercitato sullo spettacolo leggero: è dall’Olio, dal suo ritmo serrato e continuo, e dai continui cambi di scena, che nascerà il vaudeville.

[1] Alcune correnti critiche ipotizzano che la formazione Minstrel (banjo, fiddle e percussioni) non sia un’invenzione bianca, ma un adattamento “europeizzante” di alcuni schieramenti strumentali africani, costituiti da xalam, gourd fiddle e tamburi di varia natura.
[2] Il termine “minstrel” (menestrello, giullare) è ripreso dalla Rainer Family, gruppo vocale tedesco che percorre gli Stati Uniti con uno spettacolo di varietà di successo a tema tirolese chiamato “Tyrolese Minstrels”: il legame col Minstrel americano è abbastanza labile, limitato alla natura itinerante dello show e al riferimento a un tema “esotico”.
[3] Si tratta di rudimentali percussioni di origine organica:  le “bones” sono costole di bovini, mentre il “jawbone” è ricavato dalla mandibola di un animale di grosso taglio, come il cavallo.
[4] I danzatori più famosi della scena Minstrel sono David Reed, John Diamond, e soprattutto un afroamericano di Long Island, William Henry Lane, in arte Master Juba (1825-’52): il primo performer di colore ammesso in una compagnia di bianchi, e l’ipotizzato inventore del ballo tip-tap. Le testimonianze degli spettatori sono frammentarie e generiche, ma tutte convergono nel descrivere il suo stile di danza come percussivo, vario, a tratti rapidissimo, e assolutamente originale: molto probabilmente, nei suoi passi si trovano uniti, in una sintesi stupefacente, walkaround, gighe irlandesi e memorie africane.
[5] In ogni paese lo spettacolo d’intrattenimento ha avuto origini, forme e sviluppi differenti: in Italia, è stata fondamentale l’influenza del teatro dialettale napoletano; in Germania, quella del circo; in Gran Bretagna, gli spettacoli delle taverne e i Pleasures Gardens… Ma alcuni elementi – come la figura del “master of cerimonies”, il presentatore e coordinatore dei vari numeri – si ritrovano ovunque: perfino nel Minstrel, col nome e ruolo di ’Interlocutor”.
[6] Le trascrizioni ottocentesche di brani minstrel non riportano tracce di sincopi e controtempi: ma qual è il motivo? Per una loro reale mancanza? O, forse, per inadeguatezza dei trascrittori, non avvezzi alle peculiarità ritmiche della musica afroamericana? Un episodio fa pendere la bilancia verso la seconda ipotesi: e, cioè, che nell’unica trascrizione firmata da un compositore classico (“I’m Livin’ Easy”, curata da Charles Ives) siano chiaramente indicati accenti off-beat.
[7] Sono moltissime le compagnie Minstrel di successo: oltre a quelle già nominate, vanno almeno ricordati gli Ethiopian Serenaders e i Virginia Serenaders.
[8] Fra questi drammi, spicca per fama e diffusione “Uncle Tom’s Cabin” (1852) di Harriet Beecher Stowe: un’opera additata da Lincoln quale esempio per gli uomini di buona volontà di ogni razza e credo. Pur con tutto il suo contorno di sentimentalismo, cliché e paternalismo, “La capanna dello Zio Tom” è un esempio calzante di quell’imperfetto ma impetuoso afflato egualitario che animava in quegli anni i repubblicani americani.

 

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 1 – Parte Quarta

…Coming soon!

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