Dischie: ebanite, gommalacca e vinile, mono e stereo

Il più diretto antenato del disco nasce nel 1887. Emile Berliner – ingegnere tedesco, poi naturalizzato americano, fuoriuscito dai laboratori telefonici Bell – crea un dispositivo piatto in ebanite di 7 pollici: la sinusoide sonora è impressa con un solco a spirale, che procede dall’esterno verso l’interno [0], ed è letta da una puntina in acciaio sostenuta da un braccio snodato. Il grammofono è mosso manualmente da una manovella, e gira a una velocità di circa 55 giri/minuto. Molto simile all’attuale disco di vinile, il disco in ebanite favorisce un’agevole stampa in serie e – rispetto al cilindro di cera – garantisce una durata nel tempo molto più alta: ma presenta una qualità sonora pessima [1].

Nel 1908 la Columbia risolve questi problemi sostituendo l’ebanite con la gommalacca. I dischi di gommalacca sono supporti pesanti e fragili, incisi su due lati, di diametro di 10” (per il pop) o 12” (per la classica) e ruotano a velocità comprese fra 74 e 82 giri/minuto [2]. Ogni disco contiene un brano in monofonia per lato (con durate massime di 3 minuti per il pop, e 5 per la classica). Nel 1925 ai grammofoni è applicato un motorino elettrico, che rende obsoleta la manovella e permette di standardizzare la velocità a 78 giri.

Quasi in contemporanea sono inventate le valvole termoioniche: questi sistemi consentono l’amplificazione e la restituzione elettronica (e non più meccanica) del suono, e una riproduzione che – grazie alla maggior gamma di frequenze editabile – risulta più vicina al reale… Una vera manna dal cielo. È appena nata la moderna industria del disco [3].

L’avvento del cinema sonoro induce i laboratori di Hollywood a studiare sistemi per garantire una perfetta sincronizzazione audio-video. Nel 1926 la Warner Bros. realizza il rivoluzionario “Vitaphone”: un grosso disco in vinile [4] (16 pollici), da usare per la gestione della traccia sonora dei film. Il vinile – più leggero e flessibile della gommalacca – permette di incidere un solco più piccolo (il cosiddetto “microsolco”): caratteristica che, unitamente alla minore velocità di rotazione (33 giri e 1/3 al minuto), porta alla realizzazione dischi con una capacità di 23 minuti per lato: di durata identica, cioè, a quella di un rullo di pellicola cinematografica.

Grazie alla Rca-Victor e alla Columbia, nel 1930, l’applicazione è trasportata nel mondo della musica commerciale, ma è subito messa in crisi dalla Depressione. Bisognerà attendere il Dopoguerra e il 1948 perché il disco a vinile a 33 giri (il long playing, ora ridotto a 12 pollici di diametro) inizi la sua scalata: una vittoria che si consumerà ai danni del “fratello in gommalacca”, ma non senza aver prima affrontato un’altra battaglia.

Nel 1949 la rca lancia il 45 giri in vinile (7 pollici), in grado di contenere su ogni lato una canzone – il “singolo” – della durata media di 4 minuti: nelle intenzioni dell’azienda, si tratterebbe di sostituire il superato 78 giri con un formato dal brevetto esclusivo, non compatibile con i lettori standard di long playing [5]. Columbia e rca, ognuna per conto proprio, pensano di avvantaggiarsi della rispettiva posizione di monopolio per annientare la concorrenza, ma sono smentite dal pubblico: nessuno vuole in casa due apparecchi diversi! Nel 1950 le due case firmano l’armistizio, e i brevetti sono integrati in macchinari universali: al long playing sono destinate le miscellanee o i lavori di musica classica e jazz, mentre il 45 giri diventa il formato d’elezione dei jukebox e dei giradischi portatili a basso costo (i “mangiadischi”) e, per estensione, del pop per teen-ager e del rock’n’roll.

Sul singolo trovano posto, normalmente, due brani: il lato A è di solito riservato al titolo di punta, e il B al pezzo “di contorno”… Ma non sono rari i casi – e la storia del rock’n’roll e del doo-wop ne è piena – di B side che hanno scalzato il lato A nelle preferenze del pubblico, e si sono imposti in classifica e nella storia, facendo cadere letteralmente nell’oblio il titolo principale.

Può anche capitare che, per non penalizzare una canzone a discapito di un’altra, si decida “democraticamente” di piazzare i due pezzi sul lato A, lasciando il retro vuoto: avremo così il “doppio lato A” (“double A-side”) [6]. Esiste anche il “doppio lato B”, vinile con tre canzoni, una sulla facciata principale, e due sul rovescio.

Alcuni singoli sono rilasciati nel formato a 10 e 12 pollici, e contengono dai tre ai quattro pezzi: se girano a 45 giri allora avremo un “Extended Play” (anche detto “maxi singolo” o, più sinteticamente, “EP”); se, invece, a 33, ci troveremo davanti a un “Q Disc”, invenzione più recente e tutta italiana.

Con i formati-disco ormai stabilizzati su due-tre taglie [7], gli sforzi dell’industria si concentrano sulla qualità sonora e sulla creazione di una credibile ricostruzione spaziale, che imiti il meccanismo bilaterale del senso dell’udito. Questo intento – già allo studio a fine Ottocento – è raggiunto compiutamente nel dopoguerra con la stereofonia: una tecnica di registrazione/riproduzione che prevede un flusso sonoro prima inciso, e successivamente diffuso su due canali separati, in modo da offrire un ascolto pieno, simile a quello di un concerto. Fra il 1954 e il 1958 la stereofonia approda sul mercato di massa: il successo è tale che i vecchi dischi monofonici, nel giro di un decennio, spariscono completamente dal mercato.

Negli anni Settanta è la volta della quadrifonia, un sistema che separa il segnale su quattro canali e speaker, creando un coinvolgimento sonoro avvolgente: la sua fortuna è però di breve durata, a causa dell’alto costo dell’impianto. La quadrifonia rappresenta l’ultima tappa evolutiva del disco: un prodotto che ancora oggi, nonostante l’affermazione del cd, continua ad avere i suoi accaniti sostenitori e la sua nicchia di mercato (seppur con tirature limitate, e non per tutti i titoli).

Difficile, per chi ha vissuto l’epoca d’oro del rock e del vinile, rinunciare alla “fisicità” del disco, al complesso rito dell’ascolto (la lettura delle note di copertina, l’apertura della busta, la pulizia del disco, la puntina che si posa e il crepitio delle casse) e alla qualità sonora del prodotto: una caratteristica che i cd sono riusciti solo recentemente a eguagliare, ma mai a superare.

[0] Alcuni dischi, su una sola facciata, alloggiano non uno, ma più solchi separati: sono i cosiddetti “multisided records”. Il passaggio da un pezzo all’altro non avviene quindi automaticamente, ma posizionando la puntina all’inizio di ogni solco.
[1] Il primo disco è commercializzato negli Stati Uniti nel Novembre 1894 sotto l’etichetta di “Berliner Grammophone”.
[2] Fino al 1925 gli standard tecnici non sono uniformati per legge: la Okeh, ad esempio, incide i suoi 78 giri a una velocità reale di 83. Il moto rotatorio dei grammofoni è inoltre affidato a un semplice meccanismo a molla, che non garantisce né una velocità costante né una buona precisione di riproduzione.
[3] Nonostante i continui progressi tecnologici il disco, in questi anni, è ancora lontano dal rappresentare un oggetto esteticamente rilevante o un documento storico-tecnico esaustivo: i supporti sono imbustati in copertine di carta in tinta unita, e l’etichetta interna riporta il titolo, l’autore e l’esecutore, e nulla più. Assieme al disco, è abbinato anche un contenitore, molto simile a un raccoglitore fotografico, dove l’acquirente potrà eventualmente alloggiare altri pezzi: è questo il motivo per cui, ancor oggi, il disco è detto “album”.
[4] Alcuni dettagli tecnici. La bachelite è la prima materia plastica della storia, ed è una resina fenolica termoindurente ottenuta da formaldeide e fenolo. La gommalacca è il risultato della lavorazione di un polimero naturale, ricavato dalla secrezione di alcuni insetti del Sud-Est asiatico. Il vinile, infine, non è altro che il comune pvc, o cloruro di polivinile: una delle materie plastiche più comuni al mondo.
[5] É questo, e non altro, il motivo per cui il foro centrale del disco a 45 giri ha un diametro più grande del suo omologo a 33 giri.
[6] Il primo caso di “double A-side” della storia riguarda “Day tripper” e “We can work it out” dei Beatles (Dicembre 1965).
[7] Per dovere di cronaca, citiamo anche il formato a 16 giri e 2/3 per minuto (detto LLP), stampato su 12 pollici, e utilizzato soprattutto per bollettini informativi e audiolibri: brevissimo il periodo di successo (1956), e in fretta abbandonato. Più una curiosità e un souvenir, che un vero e proprio mezzo di diffusione, è la Cartolina sonora: una cartolina turistica plastificata su cui sono incisi a 78 giri (sul solo lato illustrato) brevi saluti musicali, canzonette, marce e messaggi augurali. Il “Flexy-disc” è un supporto in vinile sottile e pieghevole, di solito allegato in omaggio a riviste musicali o in abbinamento a prodotti di consumo. Il “Picture disc”, infine, è un disco vinilico con un’illustrazione (immagini di copertina, o illusioni ottiche che si manifestano una volta messo sul piatto) stampata sulla superficie: non uno standard specifico, ma un oggetto da collezionismo.

 

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 2 – Appendice

…Coming soon!

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