Una bella gita: Patton, House e Brown

Lula, Mississippi: in un mese imprecisato del 1930 (probabilmente in estate) un’auto si mette in moto. Al volante siede Wheeler Ford, vocalist del gruppo gospel Delta Big Four. Gli altri quattro sono bluesmen, e stanno andando a Grafton, Wisconsin, per incidere negli studi Paramount. Charley Patton, avendo già lavorato a due registrazioni, è il veterano della brigata e ha portato con sé alcuni amici: Son House, Willie Brown e Louise Johnson. Metà dei migliori artisti del Delta chiusa in una sola automobile: e meno male che il signor Ford è astemio.

Piccolo, minuto, di carnagione mulatta, capelli ondulati, lineamenti indecifrabili, un curioso meticcio fra nero, bianco e pellerossa: Charley Patton (1885? 1891? – 1934) ci appare così, nell’unica foto sopravvissuta. È un personaggio per definizione ambiguo: data di nascita dubbia, paternità incerta (Bill Patton, il marito di sua madre; o, forse, Henderson Chatmon, patriarca di un’enorme famiglia di musicisti – i Mississippi Sheiks – con cui Charley trascorre tutta l’infanzia), e meriti artistici quantomeno contesi. “Un pagliaccio armato di chitarra”, dicono certi contemporanei invidiosi; ma, secondo altri, nientemeno che il padre fondatore del Delta blues.

L’aspetto umano, caratteriale, non depone certo a suo favore: gran bevitore, sciupafemmine, uomo violento, litigioso, umorale, avaro, gretto… E chi più ne ha, più ne metta. Una cosa, comunque la si pensi, è innegabile: Patton è un entertainer di enorme successo e abilità, e un maestro venerato da moltissimi coetanei.

Già a metà degli anni Dieci, Charley è una star del circondario di Bolton, Mississippi, richiesto in tutte le feste per il repertorio poliedrico e per l’abilità di divertire e stupire la platea. Quarant’anni prima di Chuck Berry, Patton cavalca la chitarra saltando su una gamba sola (il duck-walk), cinquanta prima di Jimi Hendrix suona con lo strumento dietro la testa, a occhi chiusi, o coricato per terra, e sessanta prima dei Residents si presenta al pubblico indossando una maschera. Simili prodezze infiammano la fantasia di uomini e donne, e procurano ingaggi e successo: ma attirano anche accuse di faciloneria, e gelosie professionali.

Patton è il primo bluesman, del consesso del Delta, a incidere professionalmente: nelle sessantasei tracce sopravvissute, tutte impresse (alla Paramount, alla Gennet e alla Vocalion) fra il ’29 e l’anno della sua morte, emerge una personalità vitale, da vero caposcuola.

Il suo repertorio abbraccia cronache sociali drammatiche, come “High Water Everywhere” – descrizione sofferta dell’alluvione del ’27 – o “Mississippi Bo Weavil Blues” – dedicata al curculionide, il disastroso parassita del cotone – canti licenziosi (come “A Spoonful Blues” e “Pony Blues”), brani religiosi (“Prayer of Death”)[1], non-sense alcoolici (“Running Wild Blues”) e le classiche litanie downhome (“Down the Dirty Road Blues”, “Screamin’ and Hollerin’”, e “Hammer Blues”).

Tutto, in Patton, è libertà e anarchia: la voce, alternativamente potente, aggressiva e ringhiosa, e con una pronuncia al limite dell’incomprensibile[2], o morbida e garbata; la trama chitarristica, che mischia arpeggi, selvagge pulsazioni, slide a lama di coltello, slap ante litteram; i trucchi di arrangiamento, rudimentali ma efficaci (interiezioni, commenti e battute “a parte”, e un curioso effetto antifonale fai da te, ottenuto alternando registri vocali estremi); la composizione lirica, che attinge quanto serve dal patrimonio folk e lo mescola a creazioni figlie del momento; i piedi, che scalpitano, e le mani, che tambureggiano la cassa; il violino, retaggio di un passato campestre ancora vicino; il sottile controcanto della moglie Bertha Lee, così incongruo… Eppure, tutto quadra: un miracolo che echeggia la licenza espressiva, la complessità, e la compiuta organizzazione polivocale della tradizione africana.

Di tutt’altra pasta Eddie “Son” House (1902-‘88): il fisico asciutto e lo sguardo austero lasciano trasparire un carattere severo, e una profonda tensione emotiva… Di chi ha l’animo irrimediabilmente spezzato fra l’incenso dei salmi e i miasmi del blues. Il ragazzino Eddie, infatti, sogna di diventare un uomo di chiesa, e cantare per il Signore: ma il diavolo – sotto le spoglie di Willie Wilson e Rube Lacy, visti in un juke joint – ci mette lo zampino, e trascina per la giacchetta l’inerme giovanotto verso il mestiere di bluesman.

Il talento c’è, è innegabile, ma House è pur sempre un nero del Mississippi: inevitabile che, prima o poi, sia invischiato in una rissa, e ci scappi il morto… Per sua fortuna, il procedimento penale è presto archiviato. Scampato il pericolo, Eddie incontra Patton e Willie Brown, diventandone socio e amico, e entrando così a pieno titolo nel “giro” dei songster del contado.

Nelle sue canzoni, House esprime una visione del blues pura ed estrema, basata su un suono scheletrico, intimista e scarno, dalla slide violenta e sferzante, e con un accompagnamento ipnotico e intricato. La tensione emotiva è altissima, la forza interpretativa a tratti sfiora il parossismo, e la capacità evocativa dei versi è straordinaria: “Preachin’ the blues” esprime il dolore del suo animo, lacerato fra paradiso e inferno, mentre “Dry Spell Blues” descrive la tremenda siccità che ha appena colpito il Delta.

Le vendite sono però poche, e la Depressione avanza: House abbandona la Paramount e per qualche anno continua a esibirsi con Willie Brown nei juke joints del Mississippi. La morte del fraterno amico, nel ’52, stronca le residue ambizioni, e Son si ritira, sparendo letteralmente dalle cronache musicali, per dedicarsi al primo amore, la predicazione. Creduto ormai morto, nel ’64 è rintracciato dai simpatici fanatici del Blues Mafia, e riportato a forza sulla scena. Arrivano così nuove incisioni, fra cui “My Black Mama”, “Low Down Dirty Dog Blues”, “John the Revelator”, “Death Letter Blues”, e un breve reportage televisivo.

Abbiamo visto alcuni spezzoni di questo documentario, e ancora vengono i brividi… Stupisce come un signore anziano, azzimato, educato ed elegante, appena imbracciata una chitarra, possa trasformarsi nel più invasato degli sciamani: la voce rauca e straziata, i movimenti violenti con cui suona e soprattutto colpisce la chitarra, il volto deformato dalla tensione… Sembra una trasmissione in arrivo da un altro pianeta: e, in fondo, è proprio così.

Pochi i dati su Willie Brown (1900-‘52): nonostante una discografia ridottissima (quattro brani per la Paramount, oltre a registrazioni più tarde e a carattere documentario[3]), Willie è una figura fondamentale, un nodo centrale nella rete di scambi e comuni elaborazioni su cui il Delta Blues si forma e vive. Fra i 78 giri superstiti, “Future Blues” si fa notare per una tecnica slap ante litteram e per una voce al limite, graffiante e tagliente. Ancor meno resta della quarta passeggera di quel viaggio leggendario, Louise Johnson: pianista solidissima, precisa e personale, ma che ebbe quella sola occasione per lasciare traccia di sé e della sua musica[4].

[1] Questo brano è inciso da Patton con lo pseudonimo di Elder J.J.Hardley; un altro noto nom-de-plume di Patton è “The Masked marvel”, in riferimento alla maschera che, in alcuni spettacoli, usava indossare sul volto.
[2] La qualità scadente delle registrazioni dell’epoca, unita alla pronuncia di Patton, rendono difficile, se non impossibile, la corretta trascrizione di molti brani.
[3] Alcuni storici pensano che dietro il misteriosissimo bluesman Kid Bailey – e le sue sole quattro tracce sopravvissute, fra cui “Rowdy Blues” e “Broke and Hungry”, tutte del 1929 – si nasconda lo stesso Willie Brown: ipotesi smentita da diverse testimonianze, che assicurano come i due fossero persone differenti.
[4] Nella session di Grafton, Louise incise quattro pezzi in stile barrelhouse (fra cui la scollacciata “On the Wall”). La Johnson iniziò il viaggio come fidanzata di Patton, e lo finì come partner di Son House: storia messa in musica da Patton nel suo “Joe Kirby Blues”.

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 1 – Parte Prima

…Coming soon!

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