Nanker Phelge: chi era costui?

Il Nome delle Pietre

Nell’eterna querelle Beatles-Rolling Stones (che ormai ha assunto toni decisamente bonari) c’è un punto, che depone inequivocabilmente a favore dei sorridenti quattro: avere, da subito, debuttato con un brano autografo (“Love Me Do”). Non così per gli Stones: nella quarantina di pezzi pubblicati fra il ’63 e il ’65, la prestigiosa sigla “Jagger-Richards” compare appena sette volte. Il resto è fatto da cover RNB americane, da un prezioso omaggio di Lennon/McCartney, e da una decina di brani con una strana firma: “Nanker Phelge”.

Me ne accorgo scorrendo i credits dell’esauriente raccolta “Singles Collection – The London Years”, che copre il periodo Decca dal ’63 al ’70: quello, per intenderci, degli Stones di Brian Jones. “Toh, sarà un qualche Carneade del blues americano”, mi dico: uno di tanti misconosciuti autori di pelle nera, di cui le Pietre erano entusiasti e fedeli saccheggiatori. Ma, dopo un’occhiata alle note, scopro la più prosaica delle verità: “Nanker Phelge” è un nome di fantasia, usato per i pezzi scritti da tutta la band (Ian Stewart compreso, il “sesto Stone”), con la (finta) collaborazione del manager Andrew Loog Oldham.

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Domani avvenne: da lunedì 18 Febbraio 2019 a domenica 24

Buona settimana a tutti!

18 Febbraio 1933, sabato: nasce, a Tokyo, Yōko Ono: artista d’avanguardia, nel 1969 sposa John Lennon e diventa uno dei bersagli preferiti dai Beatles fan.

19 Febbraio 1995, domenica: la “bagnina” Pamela Anderson sposa, dopo un fidanzamento-lampo di 4 giorni, Tommy Lee, batterista della rock-band Mõtley Crüe.

20 Febbraio 1953, venerdì: a San Bernardino, California, nasce Kristy Marlana Wallace, in arte Poison Ivy, chitarrista della band psychobilly The Cramps.

21 Febbraio 1982, domenica: a sessant’anni ci lascia Murray Kaufman, aka “Murray the K“, esuberante disc jockey statunitense, grande fan e amico dei Beatles.

22 Febbraio 1961, mercoledì: New Orleans saluta per sempre Nick La Rocca, trombettista di origine siciliana, e leader della mitica Original Dixieland Jazz Band.

23 Febbraio 1999, martedì: la Interscope Records pubblica “The Slim Shady LP“, il debutto commerciale del rapper Eminem.

24 Febbraio 1998, martedì: Elton John, per mano della regina Elisabetta II, è ammesso nella Cavalleria col rango di Knight Bachelor.

Una bella gita: Patton, House e Brown

Lula, Mississippi: in un mese imprecisato del 1930 (probabilmente in estate) un’auto si mette in moto. Al volante siede Wheeler Ford, vocalist del gruppo gospel Delta Big Four. Gli altri quattro sono bluesmen, e stanno andando a Grafton, Wisconsin, per incidere negli studi Paramount. Charley Patton, avendo già lavorato a due registrazioni, è il veterano della brigata e ha portato con sé alcuni amici: Son House, Willie Brown e Louise Johnson. Metà dei migliori artisti del Delta chiusa in una sola automobile: e meno male che il signor Ford è astemio.

Piccolo, minuto, di carnagione mulatta, capelli ondulati, lineamenti indecifrabili, un curioso meticcio fra nero, bianco e pellerossa: Charley Patton (1885? 1891? – 1934) ci appare così, nell’unica foto sopravvissuta. È un personaggio per definizione ambiguo: data di nascita dubbia, paternità incerta (Bill Patton, il marito di sua madre; o, forse, Henderson Chatmon, patriarca di un’enorme famiglia di musicisti – i Mississippi Sheiks – con cui Charley trascorre tutta l’infanzia), e meriti artistici quantomeno contesi. “Un pagliaccio armato di chitarra”, dicono certi contemporanei invidiosi; ma, secondo altri, nientemeno che il padre fondatore del Delta blues.

L’aspetto umano, caratteriale, non depone certo a suo favore: gran bevitore, sciupafemmine, uomo violento, litigioso, umorale, avaro, gretto… E chi più ne ha, più ne metta. Una cosa, comunque la si pensi, è innegabile: Patton è un entertainer di enorme successo e abilità, e un maestro venerato da moltissimi coetanei.

Già a metà degli anni Dieci, Charley è una star del circondario di Bolton, Mississippi, richiesto in tutte le feste per il repertorio poliedrico e per l’abilità di divertire e stupire la platea. Quarant’anni prima di Chuck Berry, Patton cavalca la chitarra saltando su una gamba sola (il duck-walk), cinquanta prima di Jimi Hendrix suona con lo strumento dietro la testa, a occhi chiusi, o coricato per terra, e sessanta prima dei Residents si presenta al pubblico indossando una maschera. Simili prodezze infiammano la fantasia di uomini e donne, e procurano ingaggi e successo: ma attirano anche accuse di faciloneria, e gelosie professionali.

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Domani avvenne: da lunedì 11 Febbraio 2019 a domenica 17

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: con cadenza settimanale potrete trovare qui un calendario scelto degli eventi occorsi, durante la storia “recente”, nel campo della musica rock, pop e jazz.

 

11 Febbraio 1917, domenica: a Greenville, North Carolina, nasce Joshua “Josh” White, il protagonista per eccellenza della canzone di protesta nera.

12 Febbraio 1964, mercoledì: i Beatles tengono il primo concerto statunitense della loro storia, al “Carnegie Hall” di New York.

13 Febbraio 2002, mercoledì: all’età di 64 anni ci lascia Waylon Jennings, alfiere del Country Outlaw.

14 Febbraio 1967, martedì: negli studi Atlantic di New York, Aretha Franklin incide “Respect” (scritta due anni prima da Otis Redding).

15 Febbraio 1959, domenica: nasce, a Birmingham, UK, il chitarrista, cantante e autore Ian Campbell, attivo nella reggae-band UB40.

16 Febbraio 1968, venerdì: John Lennon, George Harrison e le rispettive consorti si recano in India alla corte del santone Maharishi Mahesh Yogi.

17 Febbraio 1982, mercoledì:  a Weehawken (New Jersey) muore il grande pianista jazz Thelonius Monk. Aveva 64 anni, e da tempo si era ritirato dalla scene.

Bill Fay – “Who is the Sender?”

Il cielo in un cortile

Questa paura, dovrò pur togliermela: il timore di prendere in mano, a distanza di quasi quattro anni, il cd di Bill Fay, e metterlo nel lettore. È una paura fatta di brutti ricordi, di un giugno difficile, e di tanta angoscia, ma che deve trovare soluzione.

“Who is the sender?”: chi è il mittente? Del cd fu la mia compagna, che me lo regalò per il compleanno, dopo averne letto su qualche giornale: e ne aveva letto come di un miracolo… Quello di un pianista di genio e anima che, messo da parte dall’industria discografica, era tornato come dal nulla dopo quarant’anni di assoluto oblio, sfornando un disco bellissimo e commovente.

Dopo un ascolto distratto, lasciai passare un paio di settimane e lo rimisi nello stereo: e si, era proprio così, bellissimo e commovente. Quel mattino ero avvilito da un malessere che, confermando i sospetti di quei giorni, si sarebbe a breve rivelato serio: e Fay tirò fuori tutto il dolore e la malinconia che avevo dentro. Quella domenica passò, e dopo le settimane che vennero, non ebbi più coraggio di ascoltarlo. Ogni tanto lo prendevo in mano, aprivo la confezione, estraevo il dischetto: ma niente, la paura era più forte, e il cd tornava subito nell’armadio. Continua a leggere “Bill Fay – “Who is the Sender?””

Il rock’n’roll del nord: Bill Haley

William John Clifton “Bill” Haley (1925-’81) cresce in Pennsylvania e si avvicina alle sette note grazie ai genitori, musicisti dilettanti: a 15 anni fonda una band e si mette sulla strada, in cerca di fortuna. In questi anni l’ambizioso e curioso Bill fa di tutto, rendendosi disponibile a qualunque esperienza: feste cittadine, medicine show, luna park e sale da ballo.

Haley – col soprannome di “Silver Yodeling” – diventa uno dei cowboy canterini più famosi del circuito Western Swing, e resta impressionato dall’atmosfera elettrizzante trasmessa da queste band. Una musica ritmica, vivace, allegra, erede della scuola di Count Basie e di Milton Brown, che per creare la massima eccitazione non lesina trucchi e numeri da baraccone, come suonare sdraiati per terra o con lo strumento dietro la testa.

Il confronto con la freddezza delle platee ben educate delle grandi città è impietoso, e convince Haley a tentare qualcosa di nuovo. Fra il 1947 e il ’50 – a capo dei Four Aces of Western Swing – Bill si dedica alla messa a punto di uno stile personale, capace di conciliare l’euforia del Midwest e il garbato aplomb della East Coast. La sua ricetta si concretizza nell’elaborazione di un linguaggio per piccolo complesso che obbedisce a tre semplici comandamenti: primo, gli strumenti a corda – come nel più strutturato Western Swing – dovranno riprodurre le parti e il sound delle sezioni fiati delle Big Band; secondo, l’accentazione ritmica va spostata sulla seconda e quarta misura della battuta; terzo, un pizzico di quell’esuberanza scenica tipica del rhythm’n’blues dell’Ovest.

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Pink Floyd – Rock ecologico

I Pink Floyd hanno fatto così tanto, che qualunque chiacchierata a tema è sempre possibile. Si può parlare davvero di tutto: del catalogo, dei morbosi aneddoti su Syd Barret, dei testi, delle copertine, della chitarra di Gilmour, dei rapporti fra canzoni, parole e video, e avanti così… Ma il fan, il maniaco, l’appassionato patologico – «Ehi con chi stai parlando? Dici a me?» – sa e nota anche altre cose: spulciando la discografia, sguazzando fra bootleg di qualità più o meno infima, scartabellando libri e fanzine, si accorge che, fra una canzone e l’altra, fra un concerto e un disco, esiste spesso una fitta ragnatela, fatta di tanti piccoli collegamenti, rimandi, similitudini… Echi.

Ecco il primo caso: “Careful with that axe, Eugene”. Questo brano, reso famoso dalla strepitosa versione live di “Ummagumma”, ha in realtà alle spalle una storia lunga, ricca di punti di svolta: nato, senza particolari pretese, come breve improvvisazione concepita – ma mai utilizzata – per la colonna sonora di “The Committee”, nel giro di pochi mesi la “meraviglia su un accordo solo” si modifica, cresce, muta. Ad Amsterdam, il 23 Maggio ‘68, è eseguita col titolo di “Keep smiling people” e un mese dopo – il 25 giugno – ha già cambiato nome in “Murderistic woman” (ma, anche, “Murderotic woman”).

Nel frattempo la traccia si è dilatata, e la musica si è fatta più tesa, spettrale: l’ossessivo bordone di basso prepara il terreno su cui il sibilato di Waters può esplodere in un urlo agghiacciante, dando il la a una furiosa sarabanda sonora, dominata dal demoniaco assolo di Gilmour. Il 17 dicembre la canzone è infine pubblicata col titolo definitivo, quale retro del 45 giri “Point me at the sky”.

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