Domani avvenne: da lunedì 23 marzo 2020 a domenica 29 marzo

23 Marzo 1944: a Londra nasce Michael Nyman. Pianista e musicologo, nel 1967 inizia una lunga collaborazione col regista Peter Greenaway, per cui scriverà diverse colonne sonore. La sua popolarità si accresce grazie al lavoro per il film “Lezioni di piano” di Jane Campion: alle colonne sonore Nyman ha più recentemente affiancato la scrittura di partiture “autonome” (come quartetti d’archi, e concerti per ensemble variamente assortiti) e la produzione di video.

24 Marzo 1936: a Orangeburg (South Carolina) vede la luce Donald James Randolph. Cresciuto all’ombra del gruppo familiare di gospel The Cherry Keys, nel ’56 passa alla musica secolare. Cantante di spirito soul, col nome d’arte di Don Covay ottiene i primi successi sia in proprio che come autore conto terzi: i maggiori successi sono “See Saw”, “Mercy, Mercy” (poi coverizzata dagli Stones), “Pony Time” (per Chubby Checker) e la straordinaria “Chain of Fools” (per Aretha Franklin).

25 Marzo 1940: a Busto Arsizio (MI) nasce Mina Anna Maria Mazzini, in arte semplicemente Mina… Una delle voci più straordinarie non solo d’Italia ma del mondo (Sarah Vaughan ebbe a dire di invidiare la sua voce): titolare di oltre 1.500 incisioni, la “Tigre di Cremona” è un vero e proprio monumento della canzone. Non aggiungerei altro, se non che oggi compie 80 anni, e recentemente ha ancora inciso un (bel) disco con Ivano Fossati!

26 Marzo 1986: gli esordienti Guns N’Roses firmano, al compenso di 75.000 dollari, il loro primo contratto con la Geffen Records. Alla corte della Crysalis, Axl rispose che avrebbero firmato con loro solo se la loro talent scout avesse accettato di camminare nuda lungo Sunset Bvd… E così vinse la Geffen!

27 Marzo 1932: nelle baracche di una piantagione del Mississippi nasce Herman “Junior” Parker. Cantante e armonicista, giunto a Memphis si mette in società col collega Bobby Bland, con cui condivide palchi e successi. Vocalist morbido e accattivante, tiene a battesimo un curioso crossover fra arrangiamenti orchestrali curati e un sound prettamente “nero” dell’armonica, con cui “svecchia” alcuni classici pre-war come “Sweet Home Chicago” e “Driwing Wheel”. Sua è inoltre “Mystery Train”, portata al successo milionario da Presley.

28 Marzo 1950: nasce a Bologna Claudio Lolli. Claudio, oltre che scrittore e poeta, è stato una delle voci più impegnate del cantautorato italiano, toccando temi profondi quali le difficoltà dell’animo umano (“Un uomo in crisi”), la società (“Ho visto anche degli zingari felici”) e la politica (“Disoccupate le strade dai sogni”).

29 Marzo 1943: a Winnipeg (Canada) nasce Allan Peter Stanley Kowbel. Col nom de plume di Chad Allan, nel 1965 è fra i fondatori della rock band The Guess Who, dove occupa il posto di cantante solista e chitarrista fino al 1966: giusto il tempo di piazzare un’azzeccatissima cover del classico UK “Shakin’ All Over” che grazie a loro diventerà famoso in tutto il mondo.

Canta che ti passa #4

Vedi come passa il tempo? Siamo già al quarto appuntamento, e manco ce ne siamo resi conto! (più o meno…). Ma bando alle ciance, che i cd spolverati e messi nel lettore si accumulano: e ogni tanto spunta qualcosa di mai sentito, o che mi pare tale. Dunque, in questa tornata vi parlerò di oggetti un po’ particolari: Continua a leggere “Canta che ti passa #4”

Canta che ti passa #3

Siamo tutti qui, e tutti insieme vogliam vedere… (i più vecchi sapranno per certo come continua la tiritera!)

Dunque, altri 2 giorni sono passati, e molte canzoni anche… Vediamo un po’ come è andata.

  • Lucio Dalla – “Q Disc“. Questo oggetto si inserisce a pieno titolo nel suo momento storico per un paio di motivi: 1) E’, fin dalla troppo simile copertina, una sorta di appendice al tritaclassifiche “Dalla” del 1980 (con l’avvento del più capace cd, questi 4 pezzi sarebbero potuti stare agevolmente nella scaletta dell’album); 2) E’ un Q-disc, una specie di Extended Play a 12 pollici, con quattro pezzi, e che “gira” a 33 giri, e che in quegli anni è facile trovare nelle rastrelliere dei negozi. Veniamo ora alle canzoni: si inizia con “Telefonami fra vent’anni”, una specie di supplemento scanzonato della recentissima “Futura”, si prosegue col blues esistenziale di “Madonna disperazione”, con la ritmata e biografica “Ciao a te”, e si termina con la rivisitazione jazz (ma “alla Lucio”, con clarinetto e scat) del classico “You’ve Got a Friend”. Un prodotto che si ascolta in poco più di una ventina di minuti: e che contiene un masterpiece assoluto come “Madonna disperazione” (ma nessuno che ne faccia una cover???), e che segna in modo indelebile il passaggio fra il “grande Dalla” (quello che va dal ’73 all’81) e il resto… Da “1983” in poi, Lucio scivola inesorabilmente verso un pop un po’ esangue e facilone, con pochi guizzi annegati in una marea di “Attenti al lupo” e simili. Ma qua siamo ancora in alto: da riscoprire.
  • David Gilmour & Friends – “A Momentary Lapse of Reason“. Beh, per essere il terzo disco solista di David non è male: il singolo “Learning to Fly” è arioso e leggero come dev’essere chi impara a volare, “One the Turning Away” sembra aver le carte in regola per proporsi come la nuova “Wish You Were Here” (testo a parte…), “Terminal Frost” è un bello strumentale con assolone incorporato, la conclusiva “Sorrow” è cupa il giusto… Bravo Davide! Ah, ma non è un disco di Gilmour, ma dei Pink Floyd? Caspita, a leggere i credits chi l’avrebbe mai detto? Bob Ezrin, Anthony Moore, John Carin, Phil Manzanera (ex Roxy Music), Pat Leonard: Gilmour evidentemente da solo non ce la fa… E i testi: soft, generici e ideologicamente tanto timidi da suscitare il ribrezzo dell’illustre fuoriuscito, il carissimo Rogerone nostro. Perché questo sarebbe l’album del ritorno dei Floyd post-Waters: ma, come subdolamente suggerivo, sembra solo e davvero il terzo di David. Il working title del disco (“Signs of Life”) fu abbandonato perché si sarebbe prestato a facili ironie: ma anche “Una momentanea perdita di raziocinio” non è male, per indicare un disco che ha tanti, ma tanti, ma tanti buchi, e che sembra più uno svarione che un progetto artistico.
  • The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column“. Eh, la meticolosità: non dico internet, che nell’80 non c’era, ma anche un’occhiata a un’enciclopedia avrebbe evidenziato che l’anarchico e rivoluzionario spagnolo da cui la band ha preso ispirazione si chiamava Buenaventura Durruti, e non Durutti! Ma pazienza… In fondo – con una o due “t” – il progetto fondato dal chitarrista inglese Vini Reilly funziona alla grande: una musica minimalista, principalmente strumentale, fra echi jazz, folk e classici. Piccoli acquerelli delicati e impressionistici, ma non esangui: scale “non rock” come le armoniche minori, sonorità ambientali, rimandi alla frippetronics di Robert Fripp: tutto si mischia e si intreccia in questa specie di musica da camera spartana, che tanto amata fu da Brian Eno (e ci credo) e anche da John Frusciante (e questa è una sorpresa). Dieci-tracce-dieci liquide e vellutate, e che ben possono dare colore e respiro al silenzio un po’ greve di queste giornate: cosa che non si può dire della abrasiva copertina originale, realizzata con una carta vetrata color sabbia.

Un abbraccio (virtuale) a tutti!

Abbiamo parlato di:

Lucio Dalla – “Q Disc” (RCA, 1981)

Pink Floyd – “A Momentary Lapse of Reason” (EMI, 1987)

The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column” (Factory, 1980)

Canta che ti passa #2

Eccoci(mi) qui, io tutto bene, e voi?

Allora, fra pulizie straordinarie della casa, torte, spezzatino, lavoro smart, un po’ di musica e di decibel hanno percorso le mura domestiche, con alcuni cd tirati fuori dall’oblio e dalla polvere… I più interessanti sono stati:

  • Steve Jones – “Fire and Gasoline“. Di questi tempi, e soprattutto nella noia dello “smart solitario”, fa sempre bene un po’ di rock tamarro: e in massima parte se prodotto, scritto e suonato da quel grand’uomo di Steve Jones… Sì, il chitarrista dei Sex Pistols: che, dopo lo scioglimento delle Pistole, attraversa una turbolenta decina d’anni fra dipendenza da eroina, qualche sporadico singolo con Paul Cook, Phil Lynott, Siouxsie e Iggy Pop, e nel 1989 sforna questo album. Un disco senza eccessive pretese ma forte, deciso, sicuramente più hard rock che punk, che pompa alla grande, e dove la voce roca e raschiata di Steve si accompagna all’occasionale comparsata di Axl Rose (“I Did U No Wrong”) e ai cori di Ian Astbury (quello dei Cult). Su tutte, cito la tirata e potente title track: se non altro perché l’ho suonata live, ai tempi del gruppo! Grazie ancora, Simone, per avermela fatta conoscere e suonare con te e con gli altri, venti e più anni fa.
  • Young Marble Giants – “Colossal Youth“. Dunque: un basso chitarroso, una drum machine, un organetto Farfisa (se non lo è gli somiglia tanto), qualche rara pennata stoppata di chitarra, una spettrale voce femminile (“Alison non è una cantante: è una che canta, e canta come aspettasse l’autobus“), e 21 tracce, tutte (tranne una) sotto i 3 minuti. Tutto, dal pop al surf, dal garage al folk, dal samba alle nursery rhyme, è reso anemico e scarno, quasi surreale, dai tre giovani giganti di marmo: e, a dispetto del senso comune, sono canzoni che scorrono e si fanno sentire, accompagnando a dovere la nettatura della polvere in una domenica post-nucleare. Un disco “minimo” come il trio che l’ha pensato e generato, e che – in barba all’apparente osticità del progetto – ha all’epoca venduto circa trecentomila copie. Un’opera unica, peraltro: dopo l’album e un singolo, i Giganti si sciolgono… Entrando di diritto, assieme a molti altri, nell’affollata e seminale gang del Post Punk, tanto cara a Simon Reynolds.
  • Jon Spencer Blues Explosion – “Plastic Fang“. E, dopo l’anemia indotta dai Giants, torniamo a pompare l’ematocrito con il buon Jon Spencer. Reduce dai barbari Pussy Galore (ah, che bel nome… preso di peso dai libri di Ian Fleming, e che si potrebbe tradurre come “patata a volontà”), Jon all’inizio dei Novanta dà corpo a un nuovo trio, che prende il ritmo hard rock, lo frulla col blues, il punk, il rock’n’roll e con ritmi funky, e lo riversa rovente fra le sequenze binarie dei cd… Un trionfo di riff chitarristici (senza basso, badate bene: 2 chitarre e una batteria) che, in modo strafottente e cazzuto, omaggiano i Cinquanta e i Sessanta attraverso la furia di fine millenio. E poi Jon è proprio un bel tipo: un incrocio fra un giovane Ligabue, Wolverine  e un Pierce Brosnan dopo una nottataccia. E qui mi sono messo a ripulire l’armadietto del bagno: tanto il baccanale degli Explosion arrivava senza fatica anche lì.

See you later, alligator!

 

Abbiamo parlato di:

Steve Jones – “Fire and Gasoline” (MCA, 1989)

Young Marble Giants – “Colossal Youth” (Rough Trade, 1980)

Jon Spencer Blues Explosion – “Plastic Fang” (Mute Records, 2002)

Domani avvenne: da lunedì 16 marzo 2020 a domenica 22 marzo

16 Marzo 1892: a Chicago nasce James Petrillo. Ex musicista, nel 1940 diventa presidente dell’American Federation of Musicians, l’associazione di categoria dei musicisti. Lo sciopero dei musicisti, indetto al 1° Agosto 1942 dal sindacalista per sollecitare una revisione delle royalties, e che perdura sino a Settembre 1943, è uno di quegli eventi capaci di cambiare la storia: impossibilitati a utilizzare strumentisti, le case discografiche pensano di incidere i vocalist più famosi (categoria esclusa dal sindacato) col solo supporto di coristi… Proprio perché non coinvolti dalla protesta, i cantanti diventano così gli unici artisti affidabili: inizia l’era dei grandi crooner, Sinatra e Crosby in testa.

17 Marzo 1966: il batterista degli Who, Keith Moon “The Loon” sposa la modella Kim Kerrigan, incinta di cinque mesi della loro figlia Mandy. La loro unione, dopo le piccole e grandi follie del marito, finisce ufficialmente col divorzio nel 1975.

18 Marzo 1966: a Tacoma (Washington) nasce il chitarrista Jerry Cantrell. A 17 anni inizia a dedicarsi con costanza alla musica (soprattutto hard rock), e a metà degli anni Ottanta a Seattle incontra Mike Starr, Sean Kinney e Layne Staley: dopo alcuni mesi di prove i quattro si uniscono negli Alice in Chains, uno dei gruppi fondamentali del Grunge.

19 Marzo 1919: a Chicago, in una famiglia di origine casertana, nasce Lennie Tristano. A nove anni perde la vista e – mandato in una scuola per ciechi – si appassiona alla musica e al jazz, approdando definitivamente al pianoforte. Arrivato a New York, col suo trio propone un tipo di jazz nuovo:  lunghe linee melodiche, intervalli scalari inconsueti e un tono controllato, armonicamente complesso. Le sue opere sono state classificate come “cool jazz“, ma Lennie ha sempre odiato questo termine: “Cool Jazz è un termine stupido. Il nostro jazz non era affatto freddo: era rilassato, privo di spettacolarità, serio e impegnato, questo sì, ma non era certo freddo”.

20 Marzo 1917: a Londra nasce Vera Margareth Welch, in arte Vera Lynn. Vera inizia la professione nel 1935 come cantante di orchestra Swing, prima di passare alla carriera solista. Il pezzo forte del repertorio sarà la commovente “We’ll Meet Again” (1939), che in tempo di Guerra inzupperà di lacrime i fazzoletti delle mamme e della fidanzate, in straziante attesa di notizie dal fronte. Di lei si ricorderà Stanley Kubrick (che userà “We’ll Meet Again” nel finale di “Dr. Strangelove”), e i Pink Floyd: la canzone “Vera”, dell’album “The Wall”, è proprio riferita a lei. E, nel momento in cui scrivo, è ancora viva, e oggi compie 103 anni!

21 Marzo 1902: a Lyon (Mississippi) nasce Eddie “Son” House. Sodale di Charlie Patton, Son è uno dei bluesman arcaici più veraci e riconoscibili. House esprime una visione del blues pura ed estrema, basata su un suono scheletrico, intimista e scarno, dalla slide violenta e sferzante, e da una tensione emotiva altissima, che sfiora a tratti il parossismo. Sue sono “Preachin’ the Blues”, “My Black Mama”, “John the Revelator” e “Death Letter”.

22 Marzo 1966: per la CBS, prodotto da Tom Wilson, esce “Bringing It All Back Home“, il quinto album di Bob Dylan e il primo della cosiddetta “trilogia elettrica”. Capolavoro assoluto, pietra miliare della canzone mondiale, presenta una facciata acustica e una elettrica: al suo interno, masterpieces come “Subterranean Homesick Blues”, “Love Minus Zero/No Limit”, “Mr. Tambourine Man”, “Gates of Eden” e “It’s All Over Now Baby Blue”.

Canta che ti passa #1

Come tutti (o quasi) in questo periodo sto a casa, e senza troppe ansie: in fondo sono sempre stato a vocazione casalinga, un giorno su due lavoro “smart”, “pulizie di primavera” in appartamento ne abbiamo una valanga, e il blog è pure da manutenere… Ma la musica, come sempre, aiuta a passare il tempo piacevolmente, soprattutto nei giorni di turno-smart, quando fra le mie quattro mura ci sono solo io, e dall’ufficio fioccano le pratiche.

Lancio oggi (e poi vediamo se e quanto durerà) un aggiornamento bi-trigiornaliero (brutta parola…  ogni due-tre giorni insomma) su cosa ho ascoltato con più frequenza nelle precedenti 48 ore: non vere e proprie recensioni, ma appunti, sensazioni, note. Continua a leggere “Canta che ti passa #1”

La canzone ai tempi del COVID-19

Don’s Stand So Close to Me“, cantavano i Police nel 1980: una storiella di pruriti adolescenziali e sogni erotici da college… Chissà se Sting e soci si sono resi conto che la supplica dell’insegnante, rivolta alla provocante studentessa, oggi potrebbe diventare il nuovo inno anti-Covid19? Nei bar, nei cinema, nei ristoranti, ovunque potrebbe, da oggi in poi, risuonare l’appello “Non mi star così vicino!”: ovviamente rivisitato in chiave death metal.

Questa è una battuta, ok. Ma di canzoni che parlano di malanni, epidemie e simili è piena la storia: il poeta e compositore francese Guillaume de Machaut, in pieno Trecento, nel prologo al poema “Le Jugement dou Roy de Navarre”, dice testualmente “S’uns siens amis le visetoit, Il estoit en pareil peril Dont il en morut cinq cent mille […] Ne nuls remede n’i metoit Fors tant que c’estoit maladie Qu’on appelloit epydimie“… L’epidemia è la Peste Nera, che da stime attendibili uccise venti milioni di persone. Continua a leggere “La canzone ai tempi del COVID-19”