La dittatura Argentina e la censura musicale

Ciao a tutti. Eccoci qui, con la nuova puntata di un ciclo di post che si occupano dei rapporti fra censura e canzoni: una serie nata un paio d’anni fa parlando del regime fascista, proseguita con riferimento all’Unione Sovietica, e dopo una tappa nell’Italia del secondo dopoguerra, ora atterrata in Argentina… Teatro, fra il 1976 e il 1983, di una delle più agghiaccianti dittature emerse in epoca contemporanea: il tetro “Processo di riorganizzazione nazionale”, gestito con metodi criminali da una giunta militare di ispirazione fascista.

Una porcheria che mette i brividi: violenze, torture, stupri, sparizioni (i famosi desaparecidos: di notte qualcuno sfondava la porta di casa, ti portava via, e di te non si sapeva più nulla…), e appropriazioni dei loro figli, dati in adozione a conniventi. E tutto col beneplacito delle potenze occidentali, con Stati Uniti, Francia e un’importante fetta della Chiesa in prima linea: e anche la nostra Italia, chiudendo le porte della ambasciate, si guardò bene dal fornire protezione diplomatica ai concittadini perseguitati.

Fra i molti desaparecido (trentamila: parecchi gettati vivi nell’oceano durante i “voli della morte”, altri “semplicemente” fucilati) troviamo oppositori politici, semplici simpatizzanti di sinistra, studenti, e molti artisti (il più noto è il fumettista e giornalista Héctor Oesterheld, autore del capolavoro “L’Eternauta”). E vuoi mica che anche la musica non rientrasse fra gli interessi censori di questi figli di buona donna?

Nel 2009, dagli archivi è emersa la “lista nera” delle canzoni e degli artisti vietati da Videla e camerati: sette pagine battute a macchina con 200 brani proibiti. Un elenco in cui, oltre a cantanti e artisti sudamericani (il cileno Victor Jara, assassinato dal regime di Augusto Pinochet, e diversi musicisti argentini in esilio), troviamo parecchie stelle del pop internazionale.

Qualche scelta appare scontata: “Cocaine” di Clapton e “Light My Fire” dei Doors (manifeste o velate allusioni alla droga), “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd (ribellione giovanile), diverse ballate di Joan Baez (posizioni politiche non gradite), “Do Ya Think I’m Sexy? di Rod Stewart e alcuni titoli di Serge Gainsbourg (sesso). Ma poi la questione si complica: soprattutto quando nella lista incontriamo fior di artisti italiani!

Perché cosa mai avranno in comune Gino Paoli, Baglioni, Matia Bazar, Tozzi, Battisti, Cutugno, Nicola Di Bari e la Carrà? Eppure “Questo piccolo grande amore”, “Tanti auguri”, “E penso a te”, “Mia”, “La donna che amo”, “Solo tu”, “L’importante è finire” e “Si” si trovano tutti lì, uno accanto all’altro. Sicuramente gioca contro loro il fatto che, per questioni storiche, la canzone italiana sia molto diffusa in Argentina… E probabilmente sono messi all’indice perché i testi non evocano mondi del tutto fedeli alla triade ideologica “Dio-Patria-Famiglia” tanto cara alla giunta militare. Ma soprattutto penso che il problema sia il continuo appellarsi a temi come sentimenti e amore: una vera e propria kryptonite, per chiunque voglia sopprimere coraggio, entusiasmo, sogno e anelito di libertà.

Anche la disco dance di Donna Summer sbatte contro il muro della censura; ma la palma del divieto più assurdo tocca invece a “Tie Your Mother Down” dei Queen: questo bel rock desta preoccupazione perché il titolo (un invito a “legare la mamma” per avere casa e ragazza disponibili), potrebbe offendere i cattolici latinoamericani conservatori, per cui la “madre” è la Madonna… Ecco: quando non solo il crimine, ma anche l’idiozia, sono al potere.

Ed ora, dopo aver accennato a un panorama politico e umano davvero terribile, voglio chiudere con un breve aneddoto, che con la musica non c’entra nulla, e che ha quasi del comico… Riguarda il post-partita della finale dei Mondiali di Calcio del ’78, vinti in casa proprio dall’Argentina: uno straordinario volano pubblicitario fortemente voluto dal Regime, e che pur di aggiudicarsi la vittoria decise di soprassedere sulle simpatie socialiste di alcuni componenti della rosa. Come il ct César Luis Menotti, che disse ai suoi giocatori: “Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo“. E soprattutto come lui, il difensore Alberto Tarantini: che, da sempre oppositore del regime, al momento di salutare l’aguzzino Videla, sceso negli spogliatoi per congratularsi della vittoria, si mise la mano nei pantaloncini e la passò sui coglioni, ancora belli sudati, e poi gliela porse, sorridente. Videla abbozzò: troppi fotografi nella stanza, per rifiutarsi. Una piccola vendetta: sempre troppo poco, comunque. Ma meglio di nulla.

8 pensieri riguardo “La dittatura Argentina e la censura musicale

  1. Se non ricordo male tra i giocatori ce ne furono altri che non nascosero il proprio dissenso, per esempio Luque.
    Io ero troppo piccolo per “capire” davvero cosa stesse accadendo in Argentina, lo capii anni dopo, con le decine e decine testimonianze di quanto fosse capitato in quel periodo.
    Ero solo un ragazzino, guardavo le partite, e questo mi bastava.

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  2. Nel film Garage Olimpo un altro assaggio di quel che fu la dittatura militare argentina in quegli anni.
    Di quel campionato vidi la finale Argentina Olanda e lo spaventoso arbitraggio che assegnò il titolo.
    Grazie del ricordo.

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    1. Ogni volta che leggo la storia della dittatura argentina mi vengono i brividi. Forse perché la percepisco come “recente” e in un paese che reputo “occidentale”, e sembra una roba d’altri tempi e di altri mondi, non so

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