5 Luglio 1954: il Big Bang

Memphis, Tennessee: Sam Phillips, appassionato cultore di blues e intelligente uomo d’affari, da un paio d’anni ha fondato una casa discografica, la Sun Records. Tutto gira bene, ma ancora non gli basta: “Se trovassi un bianco che canta con l’anima di un nero, diventerei miliardario”, ripete da tempo, come un mantra. E qualcuno, da lassù (o da laggiù…) lo ascolta: in soli tre atti, e tutto sarà apparecchiato per il trionfo…. e per la tragedia.

Primo Atto Il diavolo veste le spoglie di un ragazzo bianco, schivo, con la chitarra in mano, e che – siamo a Luglio del ’53 – entra nello studio di Sam per incidere un paio di vecchie canzoni: un regalo di compleanno per l’amatissima madre. “Canto di tutto: e non somiglio a nessun altro”, dichiara con orgoglio. Dopo pochi minuti, e al prezzo di 3 dollari e 98 cent, il giovane se ne può tornare a casa con un paio di acetati sotto il braccio, “My Happiness” e “That’s When Your Heartaches Begin”. Sam annota, a margine del suo registro, poche parole, laconiche ma interessate: “Elvis Presley. Buon cantante di ballate. Tenere in considerazione”.

Interludio Elvis Aaron Presley, nel ’53, è a Memphis da soli cinque anni, ma è già una piccola celebrità. Le basette, un ciuffo castano chiaro, acconciato con olio di rose e vaselina, gli abiti dai colori sgargianti, e l’irresistibile sorriso, malizioso e asimmetrico, ne fanno uno dei teen-ager più in vista. Ma c’è di più: Elvis adora la musica, ascolta di tutto, senza pregiudizi, e appena può imbraccia la chitarra e canta… Da solo, sul terrazzino di casa, o con un paio di compagni di classe, nelle feste di quartiere.

Canta da sempre: da quando, nella natia East Tupelo, Mississippi, assiste affascinato ai canti gospel della vicina chiesa evangelica; e da quando, per il decimo compleanno, ha ricevuto in regalo una chitarra. Nel ’48 la famiglia si sposta a Memphis, città in pieno sviluppo, nella speranza di ribaltare le sue sorti. Elvis, fra il liceo, lavoretti sporadici (fa il meccanico, l’elettricista e il camionista) e feste fra amici, coltiva in segreto l’ambizione di diventare un cantante professionista.

Secondo Atto A cinque mesi dal primo tentativo, nel Gennaio ’54, torna alla Sun per incidere un altro acetato. L’audizione va male: ma Phillips insiste, ci crede,  e a Giugno lo convoca di nuovo, per provare alcuni pezzi. Il risultato è di nuovo opaco, ma Elvis chiede una seconda chance, magari con una band.

Terzo atto Phillips alza il telefono e chiama due session men di Memphis: “Scotty” Moore è un chitarrista molto apprezzato, con influenze country e jazz; schivo e timido, essenziale e creativo, è l’esatto complementare del suo amico “Bill” Black, contrabbassista dall’attitudine scenica sopra le righe, quasi clownesca, che usa lo strumento con una tecnica slappata dall’effetto percussivo.

 I tre si incontrano per la prima volta il 4 Luglio 1954. L’aspirante star si presenta con un look accattivante: basette, capelli a “duck tail”, camicia rosa, pantaloni rosa con lunghe righe colorate, e scarpe bianche… Ma ci saprà fare? Le prove occupano tutto il 5 Luglio: la prima canzone incisa è “Harbor Lights”, una ballata pop, cui segue il country “I Love You Because”… Scelte quanto mai eclettiche, ma non funzionano: Sam non sa davvero quali pesci pigliare.

Il miracolo

Il 5 Luglio, durante una pausa, per rompere la tensione, Elvis imbraccia la chitarra e, quasi per gioco, inizia a canticchiare un rhythm’n’blues di 8 anni prima, “That’s All Right”, di Arthur “Big boy” Crudup: Bill sta al gioco e parte col basso slappato, seguito dalla chitarra di Scotty… Phillips, dalla sala di regia, si affaccia alla porta: “Cosa state facendo?”. “Non lo sappiamo”. Al che Sam, deciso, replica: “Ok, provate a rifarlo nello stesso modo. Lo metto su nastro, vediamo come suona. Attraverso la porta va alla grande”.

Quello è il momento: “What are you doing?”; “We don’t know”. Un rhythm’n’blues suonato come un country, un cantante bianco “che canta come un nero”, una chitarra elettrica che accenna alcune figure melodiche, un contrabbasso slappato che tiene il tempo, niente batteria, e “buona la prima”, senza sovraincisioni. Sembra niente: ma è tutto. Tutto – U2, Led Zeppelin, Metallica, Beatles e Bob Dylan – inizia qui!

Trionfo

Elettrizzato da questa registrazione, Phillips spedisce alcuni acetati promozionali alle radio cittadine. Tre giorni dopo, l’8 Luglio, il dj Dewey “Daddy-O” Phillips, della WHBO Radio di Memphis, poggia la puntina su “That’s All Right”: mentre Elvis, saputo della cosa, ed emozionato all’inverosimile, si rifugia nel buio di una sala cinematografica, gli ascoltatori iniziano a inondare la radio di richieste… Tanto che Dewey Phillips è costretto a ripetere il gesto per ben 14 volte. Presley è persuaso a presentarsi alla stazione per rilasciare un’intervista.

Trascinati dagli eventi, i tre tornano in studio per registrare un altro pezzo. Gli sforzi sembrano, di nuovo, non produrre granché, ma basta abbandonarsi al gioco, e la magia si ripete. Bill inizia per scherzo a suonare un classico bluegrass, “Blue Moon of Kentucky”; Elvis e Scotty, con l’incoraggiamento di Phillips, seguono l’amico, e cammin facendo trasformano il grandioso valzer in un’allegra melodia in 4/4. È di nuovo Sam a mettere la parola fine alla session: “Va bene. Ora è una canzone pop!”.

Il 19 Luglio “Blue Moon of Kentucky” e “That’s All Right” sono stampate su un 45 giri: è il n. 209 della Sun Records, ed è accreditato a “Elvis Presley, Scotty and Bill”. Seimila le prenotazioni, e ventimila le vendite: troppo poco per farsi notare nelle classifiche nazionali, ma abbastanza per diventare un caso nelle chart di Memphis, dove il singolo arriva sino al numero sei.

Alla fine del mese Elvis, accompagnato dai due colleghi, affronta il primo concerto professionale all’Overton Park Shell. Ma è agitato, non ha mai visto tanta gente: il nervosismo gli fa letteralmente tremare le ginocchia. La musica e lo spirito del momento, per l’ennesima volta, fanno il miracolo: le gambe e il bacino di Elvis iniziano a muoversi, quasi animate di vita propria… E il pubblico femminile impazzisce.

Ogni commedia finisce in tragedia

Da ora in avanti, la vita di Elvis e la storia degli Stati Uniti seguiranno rotte parallele: un’avventura gloriosa, imprevedibile, entusiasmante, con Presley che giorno dopo giorno diventa sempre più celebre, fino a toccare il vertice assoluto della fama; e il rock’n’roll che divora tutto e tutti, spazza via le barriere razziali, e diviene il simbolo di un’intera generazione. La parabola artistica e personale di Presley è stata raccontata da migliaia di libri: certo che pensare a un Elvis di 158 chili, trovato morto nel bagno a soli quarantadue anni, bocconi, con i calzoni calati, l’intestino costipato e nel sangue quattordici sostanze chimiche diverse, stona in modo impressionante con il ragazzo che era, solo ventiquattro anni prima, e che abbiamo appena incontrato… Un giovane dalla timida impertinenza, che a diciotto anni bussa alla porta di Phillips per incidere un disco da donare alla madre.

Stride, dicevamo: ma è anche la storia più esemplare e americana che si possa pensare. “Da piccolo – racconta Elvis – ero un sognatore. Leggevo i fumetti e diventavo l’eroe della storia. Ogni sogno che ho fatto, si è avverato un centinaio di volte”. Pochissimi avrebbero potuto sopportare un peso così forte: e meno che mai lui, che in fondo era sempre rimasto un bravo ragazzo di paese, legato alla famiglia in modo quasi patologico, generoso sino alla prodigalità, e pericolosamente ingenuo.

Assediato da una corte implacabile di faccendieri, ruffiani, profittatori e cattivi consiglieri, perde giorno dopo giorno contatto con la realtà: negli ultimi anni di vita dichiara di voler lasciare la Terra a bordo di un’astronave, di avere poteri taumaturgici, e incontra Nixon per proporsi come agente segreto… No: sarà anche esemplare, ma è un racconto troppo difficile, straziante e triste, per darvi spazio.

Meglio tornare a quel 5 Luglio, e a quella incisione, capitata quasi per scherzo, cantata e suonata con tutta la purezza del mondoUna canzone semplice, che forse alle nostre orecchie di oggi, abituate alla musica del nuovo millennio, non dirà più di tanto: ma è da qui, che tutto è cambiato.

Eccola: per voi. Ma anche per me, che di ascoltarla non mi stanco mai.

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