I miei vinili #16 – Andare a sentir suonare

Tre verbi per un nuovo post della serie “I miei vinili“… Che poi la frase del titolo non è che grammaticalmente mi piaccia molto, ma riflette bene la questione di cui oggi vi parlo. E prende vita da uno spunto nato poche sere fa col mio amico Silvio, mentre – al cinema – aspettavamo la proiezione del vecchio film-concerto “The Song Remains the Same” dei Led Zeppelin: un discorso che riguardava appunto il piacere di “andare a sentir suonare”, intendendo con questo non i grandi appuntamenti live, ma piccoli concerti ospitati in pub, circoli, caffè e cose così.

Come sempre, attingo ai miei ricordi di ex-tardoadolescente per parlare di un qualcosa che mi porto dentro: i ricordi di innumerevoli sabati sera passati, assieme agli amici di allora, in alcuni locali della mia zona d’origine, alla ricerca di posti dove ascoltare musica live, e dove esercitare un po’ di sano cazzeggio (no, in discoteca non andavo…). Ecco come avveniva la messa in pratica dei “tre verbi” del titolo.

  1. Andare. Fra Asti e dintorni, in quegli anni, l’offerta non era per nulla male: a Cassinasco, in zona Canelli per intenderci, c’era il pub “Il Maltese”; a Vignale Monferrato, il “Caffè della Pesa”; a Nizza, il “Blue Bird”; a Torino, il “Divina Commedia” e il “Caffè Leri”; e in città, il “Caffè San Carlo”, anche se per una sola stagione. I prezzi, poca roba: qualche ricarico sulla consumazione, ma nulla di più. I chilometri, la nebbia, la pioggia? Nessun problema! Ma come arrivare, soprattutto nei posti nuovi? Altro che il navigatore: il buon senso, un Tuttocittà spiegazzato, una richiesta a un passante, un bel po’ di culo, e alla fine la meta era raggiunta. Tutto semplice: il giro di telefonate del pomeriggio, un’auto presa a turno ai papà di casa, e via, felici come pasque, per le colline.
  2. Sentire. Beh, se non vai a sentire la musica, che ci vai a fare in quei posti? Ma non c’era solo il “sentire”: in attesa dell’inizio, o fra un pezzo e l’altro, tante chiacchiere a tema vario, risate spensierate (18 anni, che bel periodo!), la classica scofanata di hamburger e patatine, qualche birra e tanto, tanto fumo di sigaretta… Non nostro, ma degli habitué! Ai tempi, infatti, il fumo nei locali era una prassi normalissima, e arrivavo a casa con i vestiti (e i capelli) che puzzavano da fare schifo.
  3. Suonare. A far da padrone era il classico “repertorio da pub“, con gruppi amatoriali (ma tutti di ottimo livello) e qualche professionista, fra punk, rock-blues e folk-rock, pezzi di propria penna e le più classiche delle cover. Oppure – ma per questo occorreva andare a Nizza, o a Torino – il jazz: e qui il livello si alzava. Mi ricordo ancora parecchio, di quelle serate: magari i nomi non tutti, ma le emozioni, le facce, le voci e i brani… quelli si, eccome.
  4. Si, nel titolo il quarto termine non c’era, ma lo aggiungo ora, anche perché imprescindibile… Gli amici. I miei cari amici, quasi tutti compagni di scuola, con cui condividere musica e zingarate… La serata iniziava in auto, con la fedele autoradio a cassette come colonna sonora, proseguiva ai tavolacci, e finiva di nuovo in auto, con i timpani stuprati dai decibel, e le ultime chiacchiere. E di cose un po’ strane ne ho viste: un amico che, preso da visione mistica, è salito su un tavolo, ha iniziato a ballare, ed è rimasto in mutande; un altro che, in preda a un’irrefrenabile risata, è andato avanti a sganasciarsi letteralmente per un’ora, senza mai smettere, e accumulando un tale stress muscolare da rovinarsi l’intero weekend con un mal di testa da record; e, sempre lui, che non mancava mai di ordinare – come il più tedesco dei tedeschi… anche se tedesco non era! – un bel cappuccino di mezzanotte, da abbinare a patatine o panini. E si, ancora lui (ah, che prezioso che sei stato e che sei ancora, amico mio!) che, qualsiasi gruppo suonasse, e di qualunque genere, a un certo punto si avvicinava, e richiedeva una cover di “Samba Pa Ti” di Santana… E una volta gliela fecero pure: ma quella sera io non c’ero, maledizione!

Questi sono i miei ricordi: e chissà quanti ne potrei aggiungere, se ci stessi a pensare. L’epoca della musica nei pub è, se non finita, ormai al lumicino, soprattutto nelle piccole città: e, quando ancora capita l’occasione, in qualche circolo, mi guardo attorno, e vedo che la popolazione media è quasi sempre over-40. Nulla di male, ovviamente: ogni epoca ha le sue abitudini. Ma i miei 20 anni sono passati da tempo e, di quegli amici, un paio li ho completamente persi di vista, e difficilmente torneremo a incontrarci: e queste si che sono grane!

P.S. E’ proprio da queste serate – anche se non solo da qui – che mi prese la voglia di imparare a suonare e, perché no, mettere su un gruppo: ma questa è un’altra storia, che vi racconterò in un prossimo episodio di questa serie.

4 pensieri riguardo “I miei vinili #16 – Andare a sentir suonare

  1. Io ho assistito a pochi “concerti da pub”, che ho comunque sempre apprezzato.
    Ma ho trascorso intere stagioni ai piano bar, dove in effetti si finiva ballando tutti sui tavoli, ed era una festa infinita. Un periodo bellissimo, si era giovani e parecchio spensierati. Eravamo parecchio stanziali, perché la compagnia era numerosa, e non era facile trovare posto in locali “nuovi”, per cui andavamo praticamente sempre alla “Pavana” dove avevano piacere di riceverci (eravamo in circa 30!!).
    Era anche la mia apertura al mondo femminile, per cui davvero un periodo che non dimenticherò facilmente.

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