La musica pop in Unione Sovietica #2 – Il rock ai Raggi X

Ciao a tutti. Continua, con questo post, la serie dedicata alla musica pop in Unione Sovietica: dopo la prima parte, incentrata sul Jazz e sul non-mercato musicale, oggi ci occupiamo della censura verso il rock, e dei metodi (a dir poco fantasiosi) usati dai più ribelli per aggirare i divieti. Leggete, ne troverete delle belle!

  • Censura, censura!

Per i ragazzi sovietici, imbrigliati dagli infiniti lacci ideologici imposti dal Cremlino, interessarsi di musica occidentale è una cosa non solo difficile, ma spesso impossibile: nulla deve trapelare dei modelli di vita capitalistici, e soprattutto di una cosa così libertaria e alternativa come il rock… Anche a costo di usare il KGB!

Pare, infatti, che a Marzo 1959, proprio mentre Elvis Presley è in Germania per la leva militare, il servizio segreto moscovita tenti di incaricare (senza successo, ovviamente) un agente segreto di Berlino Est per uccidere il Re del Rock’n’roll, con lo scopo di mettere a scompiglio l’esercito statunitense, stanziato nell’allora Germania Ovest.

Ma questa non è, per fortuna, l’unica strada! Vuoi mettere la cara, vecchia, censura? I Beatles, inizialmente trattati come un curioso ma irrilevante fenomeno di costume, presto acquistano una carica sovversiva tale da mettere in allarme la Segreteria del Partito: scatta immediatamente la contropropaganda e la censura. Verso loro, e le altre rock band, escluse tassativamente dai circuiti ufficiali: oggi, domani e dopodomani.

“MUSICAL KALEIDOSCOPE No. 8” – In scaletta, Gianni Morandi e i Beatles

Il gioco è d’altronde facile: tutta la produzione discografica, nell’URSS, deve passare attraverso l’obbediente etichetta di stato, che limita le pop song occidentali a qualche sporadica comparsata (la prima canzone dei Beatles pubblicata oltre Cortina, tanto per dire, sarà “Girl”, nel ’67, inclusa in un’estemporanea miscellanea, in cui si alberga anche Gianni Morandi!), ma esclude qualunque pubblicazione integrale, e men che mai originale.

  • Le incisioni carbonare

Se Beatles, Stones, Dylan e compagnia per il regime sono “il rutto della cultura occidentale”, per i ribelli diventano invece una sorta di cartina di tornasole su cui misurare la posizione ideologica dell’interlocutore, e capire da che parte sta. Ma rimediare il materiale è un’impresa: mica c’è Youtube! Un vinile americano può arrivare a costare quanto mezzo stipendio: e poi, come e da chi farselo procurare? Le poche persone libere di fare la spola oltre confine sono, di solito, sportivi, artisti, o militari: ma, anche se compiacenti, devono comunque accollarsi il rischio delle frequenti perquisizioni. Mica si scherza, eh: chi viene pescato, può finire in galera!

La circolazione della musica pop in Unione Sovietica (il nostro rock, per intenderci) avviene principalmente attraverso canali non ufficiali (i bootleg artigianali): e non solo quando Lennon e Jagger iniziano a farsi strada, ma anche prima, verso la fine degli anni Quaranta, col Jazz e il folk. Già dopo la Guerra le incisioni casalinghe non si contano: tanto che nel ’58 arriva una legge che ne vieta espressamente la produzione. Ma, come si dice, la necessità è la madre delle abilità: e nel caso dei cosiddetti “dischi delle ossa”, la fantasia arriva davvero al massimo grado! Leggete, e stupite!

  • I “dischi delle ossa”

L’idea prende corpo in Ungheria, dove i russi Boris Tajgin e Ruslan Bogolowskij iniziano a copiare clandestinamente dischi occidentali: ma il vinile è materiale raro e caro, che fare? Caso vuole che una legge vieti agli ospedali di immagazzinare le lastre radiografiche usate, e prema per lo smaltimento gratuito: i due ne fanno incetta, le sagomano a cerchi di 7 pollici, ne forano il centro con una sigaretta, e le incidono, con un procedimento analogo a quello dei vecchi fonografi. Sono nati i famosi “rëbra“, o “rentgenizdat“: grotteschi dischi flessibili incisi in modo artigianale su vecchie lastre a Raggi X, su cui trovano spazio artisti americani o inglesi (Elvis, Beatles, Stones, Chubby Checker, i Beach Boys), oppure musicisti russi in esilio.

Questi dischi di fortuna (78 giri) presentano una qualità sonora modestissima, hanno un solo lato inciso, e dopo 5-10 riproduzioni sono già inascoltabili: ma costano solo 1 rublo (50 volte meno di un disco americano originale!), e presentano tirature di tutto rispetto (ventimila pezzi a titolo… titolo che non c’è mai, in realtà, sostituito da un codice numerico). E poi, vuoi mettere ficcargliela nel posto a quei rompiballe dei controllori?

I censori, ovviamente, si accorgono della cosa, e mettono fuori legge i rëbra: e, sublime perversione, mettono in circolo dei finti rentgenizdat, in cui – dopo pochi secondi di musica – si sente il severo vocione del burocrate ammonire l’ascoltatore con frasi come “Pensavi di sentire la musica proibita?”,  “Nemico del Partito!” e cose simili. Una trovata, a suo modo, geniale! 🙂

  • Venghino, signori, venghino, teschi e femori per tutti!

I “dischi delle ossa” conoscono una fortuna enorme, ma dalla durata relativamente breve: quando, infatti, sono commercializzate le musicassette – oggetti facilissimi da incidere, duplicare, ascoltare e nascondere – i dischi a raggi X vanno velocemente fuori produzione. Ma restano comunque un importante e significativo capitolo della storia della musica pop in Unione Sovietica.

E’ oggi possibile trovare questi oggetti sui vari siti di e-commerce: a un prezzo di 50 – 70 dollari, potrete avere fra le vostre mani una radiografia musicale, la mitica “bone music“. Un teschio che canta “Good Vibrations”, un femore fratturato che suona “A Hard Day’s Night” o una cassa toracica che sussurra “Heartbreak Hotel” non sono certo cose comuni: che poi la canzone si senta appena, poco conta. Cosa importa è la lezione che ci può arrivare: facendo i filosofi, questi dischi – proprio come le “vanitas” pittoriche barocche – possono evocare la caducità della musica e delle canzoni; o, più prosaicamente, possono dimostrare quanto, per quanto compressa, alla fine la volontà dell’uomo trovi sempre il modo per sfuggire alle assurdità del suo tempo. E meno male.

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E finisce così questo secondo post. Penso che l’argomento mi occuperà ancora uno, massimo due articoli: attendo vostre opinioni su questa storia, che definire bislacca è poco! E mi piacerebbe sapere, anche, se l’argomento vi sta appassionando: a me si, ma si sa, quando parlo di musica non sono affidabile, TUTTO mi interessa! Alla prossima.

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