“Billie” – Il film

La sera del 6 Febbraio 1978, il corpo della giornalista americana Linda Lipnack Kuehl è rinvenuto su un marciapiede di Washington: la polizia sospetta che Linda si sia lanciata, con intento suicida, dal balcone del suo hotel, dopo aver assistito a un concerto di Count Basie. Nei suoi archivi, centinaia di ore di registrazioni, interviste (si stimano circa 200 le persone coinvolte) e documenti: la speranza di pubblicare la biografia della cantante Billie Holiday, cui stava lavorando da anni, muore con lei.

Nel 2019, il regista James Erskine decide di metter mano all’imponente mole di documentazione, e farne un film: il risultato è il bel documentario “Billie“, che dopo la premiere dell’anno scorso al Telluride Film Festival, è in questi giorni passato in visione al Torino Film Festival 38 (edizione on-line, ovviamente…). La regia ricostruisce la dolorosa storia della Holiday sbobinando (letteralmente) i nastri audio e intervallandoli con (poche) esibizioni televisive e moltissime fotografie: tutto il resto, o quasi, è la voce off dei testimoni, e della Holiday stessa. Ripercorriamo così le tappe della sua vita: ed è un percorso durissimo, che inizia con l’assenza del padre, uno stupro a 11 anni, e continua con la “carriera” di prostituta-bambina, e un altrettanto precoce debutto come cantante. Prima con Benny Goodman, e poi con Count Basie, Artie Shaw e Lester Young: e, da lì, la fama, le dipendenze da droghe e alcol, le innumerevoli storie d’amore e di sesso, e la morte di cirrosi epatica, a soli 44 anni.

Molte cose destano impressione: l’assoluta noncuranza con cui sono raccontate, dai compagni del ghetto, la prostituzione infantile, gli occhi pesti e le botte; l’abominevole pratica della segregazione razziale, con bagni, alberghi e ingressi separati… che orrore; l’infinita ridda di amanti e compagni, molti dei quali nulla più che squallidi papponi; la strisciante misoginia e le infinite trappole contrattuali dell’ambiente musicale; e una vita finita presto, molto presto, con così tanta arte e bellezza data, e ancora da dare. Perché quel che tutti i testimoni raccontano (ed è facile concordare) è la straordinaria capacità di “Lady Day” di comunicare emozioni, di cantare solamente cose in cui credeva, che aveva provato, e di fartele sentire, come fossero successe a te. “Strange Fruit“, a distanza di 80 anni, fa ancora venire le lacrime e i brividi: gli “strani frutti” che penzolano dai rami degli alberi del Sud, l’odore della carne bruciata, le bocche contorte, il linciaggio, tutto è vero, orribile e presente, vibra nella voce di Billie e si fa corpo e sangue.

Provare per credere.

Perché la questione razziale, più volte sollecitata dal film, non è solo materia di Leggi Jim Crow e violenze: è anche e proprio nei volti di quel pubblico di pelle bianca, che correva nei locali di Harlem per “divertirsi” con le voci nere e cercare sesso a buon mercato, ma che non voleva rovinarsi la serata con “storie spiacevoli”; è nel sorriso di John Hammond, uno dei più meritori mentori jazz della storia, e che però voleva – conformemente a una visione inconsciamente razzista – chiudere la Holiday nel recinto del blues; è nelle persecuzioni della polizia, incaricata di una vera e propria crociata anti-droga tutta a spese di Billie, semplicemente perché nera e famosa.

Tanto intensa è stata la vita, l’arte e l’emozione canalizzata dal corpo della Holiday, da invogliare il regista ad una scelta stilistica controversa: la colorizzazione della maggior parte dei materiali storici… Una decisione che non mi ha disturbato più di tanto, ma che nemmeno mi convince troppo: con un’artista come Billie, l’emozione arriva anche attraverso un disco gracchiante, e non ha certo bisogno di un espediente tecnico. Altrettanto curiosa l’idea di intrecciare la vita di Billie con quella della giornalista Lipnack Kuehl, fino a sottintendere un inaspettato parallelo: due donne ossessionate dalla vita, da relazioni sbagliate e dalla musica, ed entrambe morte giovani, in modi tragici e (almeno per Linda) sospetti.

“Billie” merita certamente la visione: per rispetto a Lidia Lipnack Kuehl, che ha dato tanto, tantissimo, alla memoria della Holiday, e non ha mai potuto vedere i risultati dei suoi sforzi; del regista, che ha costruito un’opera coinvolgente e non retorica; e di Lady Day, una delle voci e delle personalità più prodigiose della cultura americana. Dovremmo tutti vedere questo documentario, appassionati di jazz o no: per capire cosa sono il razzismo, il maschilismo, lo sfruttamento e la dipendenza; per immaginare cosa significhi vivere come straniero in patria, e dover dare in pasto il tuo corpo per sopravvivere alla miseria; e per sentire, semplicemente, una delle voci più belle ed emozionanti della storia. Perché è vero che Sarah Vaughan è più vicina alla perfezione: ma, come dicono nel film, se Sarah canta “il mio uomo mi ha lasciato”, lo immagini semplicemente sceso di sotto a comprare le sigarette; se lo canta Billie, arrivano subito la disperazione, la solitudine, il tradimento e la bottiglia. E’, letteralmente, un’altra musica.

 

Abbiamo parlato di:

  • Billie” (2019, UK, 96 min)

Regia: James Erskine

Interpreti principali: Billie Holyday

Musiche: Hans Mullens

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