Gli strambi strumenti del rock – Parte 2

Ri-famolo strano

Riprendiamo il discorso degli strumenti più strani e particolari usati nella musica moderna con la seconda parte della nostra chiacchierata: dopo aver affrontato i manufatti più “eretici”, o di derivazione domestica (qui), ci accostiamo a quelli legati alle classi borghesi e/o prodotti in serie, ma solitamente destinati ad altri generi.

Iniziamo dal Clavicembalo (in inglese, Harpsichord), su cui il buon Giovanni Sebastiano ha costruito il suo opus magnum: bene, il clavicembalo, fuori dalla musica classica, conosce una stagione di gloria nel periodo più creativo del rock, a metà dei favolosi Sixties, quando diventa una vera e propria mania. L’elenco delle sue comparsate è interminabile: anche volendo ridurre all’essenziale, lo troviamo negli Stones di Brian Jones (“Play with Fire”, “Lady Jane” e “Yesterday’s Papers”), negli Yardbirds (“For Your Love”), nei Kinks di “Face to Face”, nei Beach Boys (i capolavori “Caroline, No” e “God Only Knows”), in Donovan (“Sunshine Superman”)… E, ancora: Simon & Garfunkel, i Traffic, Jimi Hendrix (“Burning of the Midnight Lamp”), i Doors (“Love me two Times”)… Ci sono proprio tutti: ma i Beatles? Dunque, l’harpsichord c’è sicuramente in “Fixing a Hole”, e SEMBRA esserci in “In My Life”: ma qui, quel che pare un clavicembalo, è invece il pianoforte di George Martin registrato a tempo dimezzato, e poi accelerato artificialmente. Finiti i Sixties, per una trentina d’anni il clavicembalo cade nel dimenticatoio: torna nel 2010 con “Too Afraid to Love You” del duo The Black Keys… e, guarda caso, uno dei due si chiama Dan AuerBACH (ho fatto la battuta…).

Meno aulico, più scampanellante e allegro, e simile nella forma a uno xilofono: questo è il tedesco Glockenspiel. L’utilizzo in ambito colto deve tantissimo a Mozart, che ne “Il Flauto Magico” ne fa dono a Papageno come sostegno magico nella lotta contro Sarastro. I rocker si accorgono presto che il glockenspiel è perfetto per dare un colore evocativo, fatato e straniante: ne approfittano Jimi Hendrix, nel suo dolcissimo masterpiece “Little Wing”, George Harrison nella beatlesiana “Only a Northern Song”, Brian Wilson in “Sloop John B”, John Lennon in “Happy Xmas (War is Over)” e – molto più tardi, ma con funzione strutturale – i Radiohead in “No Surprises”. E poi ci sono quei cazzoni dei Ramones, che piazzano il glockenspiel nel punk di “I Wanna Be Your Girlfriend”, e gli U2 di Steve Lillywhite (“I Will Follow”): ma si sente appena, come compete ai vezzi o alle bizzarrie.

La Celesta è ancora più curiosa: una specie di mini-pianoforte verticale, con lamelle metalliche al posto delle corde. Il suono è ovattato, dolce e chiaro: per capirci, quello che accompagna la celebre “Sunday Morning” dei Velvet Underground… Ma, anche, ”Everyday” di Buddy Holly (chi si ricorda la vecchia pubblicità del probiotico “Yakult”?), “Baby It’s You” dei Beatles, e “The Gnome” dei Pink Floyd.

Se la Celesta è strana, figurati la Dolceola… Un micro-piano alla vista, ma nella sostanza una specie di Zither (una cetra da tavolo di ambito tirolese) con tasti. Il sound è del tutto particolare, scampanellante ma anche arcano: non a caso è stata usata soprattutto nei gospel rurali di inizio Novecento. Fra i (pochi) esempi documentati, abbiamo le registrazioni del ’44 di Leadbelly, e le incisioni del ’27 del gospel singer texano Washington Phillips: ma qui, probabilmente, non si tratta di una “vera” dolceola, ma di due Zither suonati simultaneamente grazie a un meccanismo artigianale. In tempo moderni troviamo, a sorpresa, una dolceola fra le mani di Alex Turner, leader della indie band Arctic Monkeys, nel loro recentissimo album “Tranquility Base Hotel & Casino” (2018).

Il piccolo cordofono Dulcimer, di casa nella musica irlandese e in quella popolare rumena sarebbe, secondo molti, l’antenato dello Zither. É, ancora una volta, Brian Jones degli Stones a proporlo in ambiente rock, in quella stessa “Lady Jane” già impreziosita dal clavicembalo. Joni Mitchell fa del Dulcimer lo strumento più intrigante del suo celebrato album “Blue” (1971): e i rocker Aerosmith dedicano al manufatto l’interludio folk “Dulcimer Stomp” (1989).

Assai simile è l’Autoharp: strumento a corde pizzicate, sorta di americanizzazione dello Zither tirolese, diventa famoso grazie ai “modernisti” country della Carter Family, per poi entrare nelle grazie degli autori pop più curiosi: lo troviamo, ad esempio, in “You Got the Silver” degli Stones, ma anche in diverse tracce dei Lovin’ Spoonful, e nella più aggressiva, alternativa e contemporanea autrice PJ Harvey.

Se, dalle radici europee folk, ci spostiamo in Oriente, allora rischiamo davvero di non cavarcela più… La sbornia indiana, che così profondamente coinvolge i rocker degli anni Sessanta, porta il Sitar e i suoi parenti in decine e decine di pezzi, più o meno apparentati alla moda psichedelica: e, allora, lasciamo perdere i più noti Sitar e tabla per concentrarci su un particolare strumento, che – toh, sorpresa! – è della stessa famiglia dello Zither, e ad esso molto simile: lo Swarmandal.

Possiamo sentire il suono limpido e luccicante dello Swarmandal per pochi, ma significativi, secondi, in “Strawberry Fields Forever”: sì, il breve e squillante arpeggio al termine del ritornello, prima che Lennon canti “No one I think is in my tree” e “Always, no, sometimes think it’s me”. E poi, ovviamente, torna (ma molto meno individuabile, annegato com’è nella marea di indianità assortita da George Harrison), nella meditativa “Within You, Without You”.

Fin qui, abbiamo tralasciato (e tralasceremo quasi del tutto) gli strumenti elettronici: perchè sono un’infinità, e perchè ormai per noi la parola “elettronica” collide immediatamente con tutto ciò che è computer, software e diavolerie varie… Congegni capaci di qualunque cosa, ma su cui non abbiamo alcun controllo, e che nella loro aliena onnipotenza non riescono a trasmetterci un vero stupore. Ma così non era nel 1919, quando il fisico sovietico (e violoncellista dilettante) Lev Sergeevič Termen presentò al mondo la sua ultima invenzione: il Theremin.

Il theremin si presenta come una “scatola” da cui spuntano due antenne: allontanando e avvicinando le mani alle antenne, dal contenitore esce quasi per magia un timbro tremulo, quasi spettrale, a metà fra un violino e una voce dall’oltretomba. La mancanza di un tocco diretto rende il theremin molto difficile da suonare con rigore, ma poco interessa: non conta la precisione, ma la possibilità di suscitare stati d’animo minacciosi (le colonne sonore dei film di fantascienza degli anni Cinquanta), di tensione emotiva (l’interludio orgasmico di “Whole lotta love”), di ronzante suggestione psichedelica (“Good Vibrations” dei Beach Boys), e di caos timbrico (“Velouria” dei Pixies).

E, di stranezza in stranezza, arriviamo al 2010, col brevetto di un sintetizzatore davvero particolare: lo Swarmatron. Composto da “otto oscillatori suonati simultaneamente tramite un controller a nastro” (chi volesse capirne di più può dare un’occhiata qui), lo swarmatron – col semplice spostamento di un dito su una barra – può generare suoni davvero strani, che vanno dal coro angelico a quello di un gigantesco sciame di api impazzito (da cui il nome). A volerne comprare uno, si può spendere fino a settemila dollari! In giro per il mondo ce n’è si e no un centinaio: e uno è nello studio della mente suonante dei Nine Inch Nails, il signor Trent Reznor, che l’ha usato nella colonna sonora del film “The Social Network”.

Bene, con quest’ultima curiosità abbiamo finito anche la seconda puntata. A volere, di strumenti strambi ce ne sarebbero abbastanza per riempire un blog intero: ma, alla fine, se non hai gusto, coraggio e talento, nessuno strumento suonerà come deve. E, per chiudere nel modo migliore, mi rivolgo al buon Johann Sebastian Bach, e al suo brillante aforisma a tema: “Tutti gli strumenti sono facili da suonare. Tutto sta nel pigiare il tasto giusto al momento giusto e lo strumento suonerà da solo”.

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