Il Black Vaudeville

Alla fine del XIX Secolo, i neri affrancati abbandonano le trite e razziste consuetudini del Mistrel Show per tentare le prime forme di impresariato autonomo, e mettere in scena uno spettacolo più rispettoso delle proprie radici.

L’eroe di questi anni è Pat Chappelle (1869-1911): nato in Florida, nipote d’arte, pianista e artista di strada, nel 1898 organizza la sua prima compagnia, la Imperial Colored Minstrels, con base a Jacksonville, Florida. Trasferitosi a Tampa, apre il Buckingham Theatre, e pesca il jolly: ogni sera centinaia di persone di tutte le razze fanno a spintoni per entrare in sala, e godersi lo spettacolo.

Nel 1900 fonda la compagnia viaggiante dei Rabbit’s Foot Minstrels: una comitiva di sessanta performer che gira la nazione in lungo e in largo, prima nel Sud, di tendone in tendone, e poi facendosi largo nei teatri di New York. Nel giro di tre anni, Chappelle diventa il boss del vaudeville “colorato”: la sua società dà lavoro a oltre 75 artisti, tiene spettacoli in 16 stati diversi, e garantisce un intrattenimento vario e di prima qualità, con balli, numeri circensi, recite, commedie, drammi e canzoni, dove non mancano i riferimenti alla cultura afroamericana.

 

Il black vaudeville si organizza in un circuito denominato scherzosamente (ma non troppo) “Chitlin’ circuit”, in riferimento al cibo povero (frattaglie e intestini di maiale, in gergo “chitterlings”) distribuito alle mense per neri [1]: una sorta di impresariato per artisti di colore che organizza recite in piccoli teatri, scuole, auditorium e sale di fortuna a condizioni più eque di quanto propone la blasonata (ma bianca) agenzia “TOBA” (“Theatre Owners’ Booking Agency”). Nonostante una buona autonomia, in questi spettacoli persiste un’ottusa reminiscenza segregazionista: secondo la regola del “two colored rule”, gli artisti di colore non possono mai esibirsi da soli, ma solamente in coppia o in trio.

Le Hyers Sisters (Anna ed Emma) sono vere e proprie eroine razziali: le prime artiste di colore a calcare in modo autonomo (e questo sin dal 1876) i palchi dei teatri di varietà dell’epoca, e le veterane dell’impresariato teatrale afroamericano. La palma per le più pagate performer vaudeville spetta però alle Whitman Sisters (Mabel, Essie e Alberta): lasciato il coro della chiesa del paesello, verso il 1890 iniziano a girare il Sud con applauditissimi spettacoli a tema musicale, frequentati da gente di tutte le etnie. Le sorelle Whitman continueranno la professione sino al 1930, spingendosi sino alla corte di Re Giorgio V d’Inghilterra: ma, a dispetto della loro quarantennale popolarità, non saranno mai portate in sala d’incisione, o davanti a una telecamera.

Le performance strumentali sono fra le più premiate dal pubblico. Thomas “Blind Tom” Wiggins, alias Thomas Bethune (1849-1908), rappresenta uno dei casi più tipici e tristemente rivelatori della mentalità dell’epoca: autistico, nato cieco, a causa della sua disabilità rischia di essere soppresso poco dopo il parto, per “manifesta inutilità”. Per sua fortuna qualcuno nota il suo sconcertante talento musicale: a quattro anni sa suonare il pianoforte a orecchio, e a cinque scrive la sua prima composizione, “The Rain Storm”.

Portato a forza sulle assi del palcoscenico, grazie alla sua straordinaria memoria (sa eseguire a menadito oltre settemila pezzi di repertorio) e al suo bizzarro estro [2], diventa una stella del circuito vaudeville, dove resta sino alla fine della sua vita. Tom compone oltre cento pezzi per pianoforte (il più famoso è “The Battle of Manassas”), ed è il primo nero a suonare alla Casa Bianca… Eppure, dal suo padrone e manager non ricava che una miseria: nel 1866, a fronte di incassi per oltre 100.000 dollari, ne intasca a malapena 3.000.

Altro idolo della tastiera e ragazzo prodigio è John William “Blind” Boone (1864-1927): anch’egli cieco dalla nascita, tiene in carriera oltre settemila concerti, viaggia per oltre 144.000 miglia e – grazie a contratti vantaggiosi – riesce anche a guadagnare cifre importanti, che dona a enti di beneficenza e opere religiose. Il suo titolo più famoso è “The Marshfield Tornado”: brano pianistico dall’inaudita difficoltà, che nessun performer del tempo fu mai in grado di replicare.

All’interno del vaudeville nero – e proprio come nel suo immediato antecedente, il Minstrel Show – il ballo rappresenta una delle attrazioni più amate: e ancor meglio se condito da esibizioni sopra le righe [3]. Le mosse derivate dal Minstrel e dalle danze africane – come la Juba Dance (o Hambone), in cui il ballerino si schiaffeggia ritmicamente gambe, braccia, petto e guance – incontrano la tradizione del Clogging irlandese [4], e gettano gradualmente le basi per un nuovo stile, destinato a conquistare gli spettacoli di Broadway: la tap dance [5] (in italiano, “tip-tap”).

Che la tap dance sia frutto di questo colloquio è ormai certo: semmai, a divergere sono le opinioni su quale “radice” abbia avuto più rilevanza, e dove si siano potuti verificare i primi incontri. Secondo alcuni studi, il tip-tap troverebbe origine nei ceti popolari, attraverso “battaglie” competitive agli angoli delle strade fra gli immigrati irlandesi e i neri affrancati. Una cosa è sicura: negli ultimi anni del secolo la tap dance è una consuetudine perfettamente riconoscibile e formalizzata, distinta in due differenti declinazioni: il “buck and wing” (una sorta di rapido scivolamento e battito dei piedi, alternato a saltelli) e il più morbido ed elegante “soft shoe”.

Le coppie più famose della tap dance rispondono al nome di Buster Brown & the Seeped Kings, Beige & Brown, e soprattutto Robinson & Cooper. Bill “Bojangles” Robinson (1878-1949) entra nel circuito vaudeville nel 1902 col collega George W. Cooper, e ottiene immediatamente un grande successo, sbarcando anche in Inghilterra. Abbandonato dal socio, Robinson tenta l’impossibile: mettere in piedi un numero solistico… E ci riesce! In barba al two colored rule, diventa una delle più famose e pagate celebrità dello show business, recitando anche in diversi film [6]. Con lui la tap dance acquista in brillantezza ed eleganza: il suo numero più famoso si svolge su scalinate, che percorre in salita e discesa danzando con grazia, morbidezza, fluidità e rapidità… Espediente ripreso da moltissime coreografie di Broadway, e pellicole a tema di Hollywood.

 

[1] Alcuni teatri e sale del Chitlin’ Circuit diventate famose sono il Carver Theatre di Birmingham, il Cotton Club, lo Small’s Paradise e l’Apollo Theatre a New York, il Regal Theatre di Chicago, il Fox Theatre di Detroit, e il Victory Grill di Austin.
[2] Wiggins è un vero fenomeno: riesce a eseguire tre temi differenti in contemporanea (uno per mano, e il terzo con la voce), oppure suona in piedi, con le mani dietro la schiena.
[3] Un certo “Benjamin Franklin” (strano pseudonimo!) era famoso per ballare con due secchi d’acqua sulla testa, e contemporaneamente suonare il corno francese.
[4] Il clogging è un ballo folk percussivo, una sorta di scalpiccio ritmico dinoccolato, giocato sui colpi impressi con le suole delle scarpe.
[5] Il primo uso ufficiale del termine (anzi, per la precisione, della locuzione “Tap and step dancing”) è connesso allo spettacolo “Minstrel Misses”, organizzato nel 1903 dal coreografo Ned Wayburn.
[6] Grazie ai film con la giovanissima Shirley Temple, Robinson supera un’altra ottusa legge non scritta dello spettacolo, diventando il primo protagonista cinematografico coinvolto in una performance artistica “interrazziale”.

 

Articolo tratto da “Il Grande Viaggio” – Vol. 1 – Parte Prima

…Coming soon!

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