Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home

Ciao a tutti. Per la rubrica “Io non so parlar di musica” oggi mi sento obbligato a chiamare in causa i Pink Floyd di “The Final Cut“: già poche settimane fa, nel post “Leva le tue sporche mani dalla mia terra“, ero ricorso alle poche, brucianti parole di una loro canzone per accompagnare le mie stringate riflessioni sulla questione Venezuela/Trump… E ora, con una situazione internazionale in caduta libera, e che non può lasciare tranquillo nessuno, sono tornato lì… A quel disco, dolente e pessimista, che Roger Waters “impone” ai compagni, per dire la sua sui venti di guerra che si respiravano nel Regno Unito di quegli anni, investito in pieno dalla Guerra delle Falkland: un album, come già dissi, sofferto e cupo, ma grondante una forza polemica e una rabbia che è impossibile non percepire.

E se allora c’era bisogno di canzoni così schierate, così nette, così forti, ancora più necessità c’è adesso, dove ogni giorno si supera quello stesso limite che il giorno prima sembrava impossibile da superare. La canzone che vi presento si chiama “The Fletcher Memorial Home“: brano solenne e cupo, illuminato da un fulminante assolo di David Gilmour, e in cui la vena sarcastica di Waters ha modo di esplicitare tutto il suo odio e il suo disprezzo verso i signori della guerra di ogni tempo… Immaginandoli chiusi in una sorta di casa di riposo per dittatori, incapaci di ammirare altro che la violenza o la loro immagine, tramessa edonisticamente in tv: e che, come bambini idioti, giocano alla guerra, immersi in un circolo vizioso di morte e vanità.

Non ho molto altro da dire, se non che la penso proprio come lui. E che i signori della guerra di oggi li vedrei proprio bene, in quella casa di riposo… Ignobili teste di cazzo.

So che una canzone non ha mai cambiato il mondo: ma val la pena di sentirla e, se si vuole, condividerne il messaggio. A me, personalmente, mette i brividi.

Pink Floyd – “The Fletcher Memorial Home

Portate tutti i vostri bambini troppo cresciuti da qualche parte
e costruite loro una casa, un posto tutto per loro:
la Fletcher Memorial Home,
per re e tiranni incurabili.
E potranno apparire a se stessi
su una tv a circuito chiuso
assicurandosi di essere ancora autentici:
è la sola connessione che conoscono.

“Signore e signori, diamo il benvenuto a Reagan e Haig,
signor Begin e amici, la signora Thatcher, con Paisley;
signor Breznev e compagni,
il fantasma di McCarthy
le memorie di Nixon.
E ora, tanto per aggiungere colore, un po’ di anonimi macellai latino-americani dello showbiz”

Si aspettano che li trattiamo con un certo rispetto?
Potranno lucidarsi le medaglie e affilare i loro sorrisi,
e per un pò si divertiranno a giocare:
“Bum, bum, bang, bang, cadi sei morto”.

Al sicuro sotto lo sguardo fisso di un freddo occhio di vetro
con i loro giocattoli preferiti
si comporteranno da bravi bambini
nella Fletcher Memorial Home per colonialisti, distruttori di vita e arti,
incapaci di vivere e abbracciare.
“Ci siamo tutti?
Vi state divertendo?
Adesso la soluzione finale può essere attuata”

Tratto da “The Final Cut” (1983)

3 pensieri riguardo “Io non so parlar di musica #33 – The Fletcher Memorial Home

  1. The Final Cut ha tre o quattro brani davvero commoventi, con dei contrasti pianissimo fortissimo pazzeschi. hai descritto in modo perfetto (come sempre) quello forse più rappresentativo. Ed é sconsolante, a ben vedere, quanto oggi sia persino più attuale di 40 e passa anni fa

    Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Fabio D'Onorio Cancella risposta