Leva le tue sporche mani dalla mia terra

Ciao a tutti. Il titolo di questo post dice già, se non tutto, molto. Inutile girarci attorno: sappiamo tutti cosa è successo nelle prime giornate di questo nuovo anno a livello mondiale; e se il buongiorno si vede dal mattino, il 2026 si presenta proprio male.

I padroni del mondo ormai non hanno più nemmeno una parvenza di pudore nell’accaparrarsi terre, popoli e sovranità: e il diritto del più forte – che da sempre domina la nostra storia – in questo momento pare non incontrare nessuna opposizione. Basta con l’etica, gli accordi, le trattative, o anche semplicemente il buon senso: chi può, prende. Semplicemente perché – come un bullo di quartiere – è più forte. Chi avrebbe – se non la forza, almeno il ruolo – di dire la cosa giusta, si spende invece in compiacenti recite da guitto di terza categoria. E i dazi (che qualcuno, qui, ha dichiarato essere anche un’opportunità), alla fine, sono pure il meno-peggio.

Di fronte ai gravi avvenimenti internazionali degli ultimi anni, iniziati (giusto perché da qualche parte bisogna pure iniziare) con la questione Ucraina, continuati con il 7 Ottobre prima e la Guerra a Gaza poi, con la sfida Cina-Taiwan sempre sullo sfondo, e culminati (ma mica siamo alla fine) con la questione-Venezuela, mi è venuta immediatamente in mente una piccola canzone scritta una vita fa da Roger Waters: che nel 1983, scosso dalla Guerra delle Falkland, impose ai riluttanti compagni dei Pink Floyd un intero disco che proprio alla guerra, e ai suoi orrori e pericoli, faceva riferimento. “The Final Cut” è un album non per tutti, “poco Floyd, e troppo Waters“: pochi, se non nulli, gli svolazzi melodici, le aperture strumentali e le modulazioni armoniche, e molti i momenti cupi, le parole urticanti, i momenti senza speranza. Io, personalmente, lo amo molto.

Una breve canzone, dicevo, e nemmeno delle più famose: ma a suo modo, illuminante. “Get Your Filthy Hands Off My Desert” (“Togli le tue sporche mani dal mio deserto“),  impostato su un valzer da piccola orchestra viennese, in sole due righe e 1 minuto e 19 secondi, dice tutto di come le potenze si spartiscano il mondo… Con un bicchiere in mano, e una sciocca musichetta sciocca in sottofondo: un triste cabaret, di feroce decadenza.

Brezhnev took Afghanistan, Begin took Beirut, Galtieri took the Union Jack“: siamo, appunto, nel 1983. L’Unione Sovietica, da 4 anni, è impelagata nella guerra in Afghanistan, la Guerra del Libano è in pieno svolgimento e Leopoldo Galtieri, generale argentino – nonché uno dei maggiorenti della dittatura fascista di Videla – ha da poco scatenato l’aggressione alle isole Falkland. Ognuno di loro “si è preso” qualcosa: l’Afghanistan, Beirut e la bandiera inglese.

Quarantatre anni sono passati. Oggi, come allora: e nulla cambierà. I potenti si prenderanno quanto gli serve – e chi se ne frega, come sempre, dei morti e dei vivi – e si spartiranno il mondo. Magari dico una fesseria, ma mi chiedo (senza alcun’ombra di complottismo) se alla fine tutto ciò non renderà evidente un implicito accordo di spartizione in sfere d’influenza: gli Stati Uniti avranno mano libera fra America Latina e Groenlandia, la Russia in Ucraina, e la Cina con Taiwan. E chi si è visto, si è visto.

Sarò pure un‘anima bella, che si stupisce e si indigna ancora, a 57 anni e nonostante tutto, che il mondo debba per forza funzionare così: ma mi girano davvero i coglioni. Così come è davvero triste realizzare come – e devo, di nuovo, citare una canzone di “The Final Cut”, “The Post War Dream” – la guerra non sia più un tabù per nessuno, nella Vecchia Europa, e anzi spesso la si invochi: “Should we shout? Should we scream? What happened to the post war dream?“. “Che fine ha fatto il sogno del dopoguerra?

Alla fine, spero che se “Get Your Filthy Hands Off My Desert” e “The Post War Dream” hanno indubbiamente ragione, fotografando un dato di fatto in cui cambiano solo gli attori ma mai il copione, possa avere almeno torto la canzone finale di “The Final Cut”… L’apocalittica “Two Suns in the Sunset“: in cui due soli illuminano improvvisamente il tramonto, visto dal protagonista nello specchietto retrovisore dell’auto. Il “vero sole”, innanzitutto: e il secondo, la luce di un’esplosione nucleare.

“Ashes and diamonds / Foe and friend / We were all equal in the end”  (“Ceneri e diamanti / Nemico e amico / Eravamo tutti uguali, alla fine)

E per oggi, dal fronte dell’ottimismo, è tutto.

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