Ciao a tutti. Anche quest’anno, fedeli alla tradizione, arrivata metà Novembre, abbiamo scaricato il programma del Torino Film Festival (quest’anno giunto alla 43° edizione), abbiamo scelto le cose (poche) che davvero ci interessavano, ci siamo seduti al pc, abbiamo comprato i biglietti, e poi – giunto il lunedì – siamo andati al cinema. Triste dirlo, ma negli ultimi anni l’entusiasmo che per molto tempo ci ha contagiato, e che aveva trasformato l’ultima settimana di novembre in una festa, è scemato… anzi, è andato sotto terra. Non sto a farvi il pippone di come e perché, di come era bello una volta (ma non chissà quando eh… si parla di una manciata di anni fa) e di come è decaduto ora: fatto sta che non siamo andati oltre i cinque film, uno al giorno.
Ecco, quindi, le (brevi) recensioni dei film visionati.
Concorso lungometraggi
- “Diya” (Achille Ronaimou, Ciad/Francia/Germania/Costa d’Avorio, 2025, 95′): film terzomondista che terzomondista è solo in parte, mescolando abilmente la secca ambientazione africana, e la tradizione locale della “diya”, con un andamento da thriller, posato ma sottilmente incalzante. Ma cos’è la diya? Si tratta del “debito di sangue”: un tributo monetario richiesto come risarcimento per una morte dolosa e che, se non saldato, porta all’omicidio del “debitore”. Una pellicola che sottolinea l’inerzia delle convenzioni sociali (la diya, infatti, è generalmente accettata, pur essendo illegale), e che mette l’accento su quelle tragiche sliding doors capaci, in una giornata qualsiasi, di spalancare le porte dell’abisso. Una narrazione asciutta e non giudicante, ma senza particolari guizzi. Voto: 6 1/2
- “Mo Papa” (Eeva Mägi, Estonia, 2025, 88′): in una Tallin anonima, tutta periferie desolate e neve, assistiamo alla tragica parabola di Eugen, giovane appena rilasciato dal carcere, incapace di trovare un posto in società e di ricucire i fili del suo traumatico passato familiare. Solide le interpretazioni dei pochi attori protagonisti, e da applausi la fotografia, livida e potente: così come la fisicità, fra l’attonito e la fremente furia da animale braccato, di Jarmo Reha nella parte del povero Eugen. Un finale durissimo e difficile di dimenticare per un’opera non consolatoria, e che fa delle limitazioni imposte dal basso budget una virtù. Voto: 7
Concorso documentari
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- “Iron Winter” (Kasimir Burgess, Australia, 2025, 89′): ovvero, della transumanza rituale dei cavalli negli aridi e gelidi altopiani della Mongolia. Una storia vera, con i giovani protagonisti – in bilico fra il richiamo della modernità e la consapevolezza di perdere una tradizione millenaria – che si trovano ad affrontare temperature rigidissime, bufere e difficoltà, ma anche a scoprire l’amicizia, la forza del silenzio, e il profondo legame con la natura, sottolineato da campi lunghi e scelte di montaggio. Voto: 7
Fuori concorso
- “La misteriosa mirada del flamenco” (Diego Céspedes, Cile, 2025, 104′): il film che più abbiamo amato. Una storia ambientata nel 1982 in una sperduta cittadina mineraria andina che mescola, con l’abituale nonchalance latinoamericana, realismo, incanto e allegoria sociale. Qui si parla di famiglie queer, paura del diverso, malattie, gioia e dolore: con un tono di incantevole grazia, mai didascalico o a tesi, in cui la primordiale forza del desiderio e dell’amore, l’ancestrale potenza dello sguardo e la “peste” (un AIDS appena sbocciato, che nessuno sa ancora riconoscere), diventano le inarrestabili forze motrici di molti destini. Commovente e tenero come il volto della piccola Lidia, e forte e vitale come la dignità della decana en travesti Mama Boa. Voto: 8
- “Urchin” (Harris Dickinson, Uk/Usa, 2025, 99′): sincera e lineare storia dell’impossibile redenzione di un ragazzo caduto nella spirale di droga, emarginazione e piccoli furti… Nulla da eccepire: prodotto, appunto, pulito e confezionato con tutti i crismi, che esprime un punto di vista mai sentenzioso o – al contrario – condiscendente, ma sempre affettuosamente severo. Ma che ben poco si discosta dall’usuale percorso di caduta, risalita e ricaduta tipico di un’intera tipologia di pellicole analoghe. E i pochi sprazzi surreali sono più accessori e fastidiosi, che utili. Peccato. Voto: 5 1/2
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Questo è quanto. Chissà se mai qualcuno di questi (pochissimi) film passerà per le nostre sale… Se capiterà, e se mai ne vedrete uno, mi farete sapere. E non chiedetemi del tanto pubblicizzato (e costoso) “red carpet”: non ne so proprio nulla! Ciao!
Perché non hai visto il Rome Film Fest.. il festival della poraccitudine ormai..il vuoto cosmico incartato da cinema.. il prossimo anno non mi avranno.. (che poi ci ricasco sempre..)
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Come noi a Torino! Ma x Torino è preoccupante la discesa in pochissimi anni, eppure Giulio Base (e soprattutto la parte di cui è emanazione) sono inossidabili, pare. Torino aveva una sua identità di nicchia, forse, ma c’è l’aveva: scimmiotta Roma e Venezia senza averne i fondi e l’allure… Meglio essere il re degli asini che un asino fra i re
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