I miei vinili: #13 – Studio o live? Questo è il problema!

Quando ho iniziato la serie “I miei vinili” non avrei pensato di arrivare alla puntata 13… Eppure di cose da dire, sul gioco fra l’appassionato e la musica, ce ne sono quante se ne vuole! Nell’ultimo post ho parlato del mio rapporto con la dimensione live: ed è un rapporto che, a ben vedere, non si esaurisce con la partecipazione o meno ai concerti, ma si estende al campo di gioco della musica incisa… E, cioè, ai dischi “dal vivo”.

Chi mi segue sa che le mie preferenze vanno soprattutto al rock anni 60 e 70, scoperto e poi approfondito maniacalmente negli anni dell’adolescenza, assieme ai miei amici: e mi ricordo chiaramente di come, per valutare una band di cui finora avevamo conoscenze scarse, cercavamo di accaparrarci un vinile dal vivo, spesso stampato in formato “doppio”.

Il “doppio dal vivo” divenne così il nostro (e il mio) must: i dischi “in studio” venivano sempre dopo. Tutto questo nasceva dalla considerazione molto pratica ed economica che spesso il live funziona anche come un “the best“; dalla cattura del “momento irripetibile“, della magia dell’istante; ma soprattutto dalla convinzione che un musicista può mostrare davvero di che pasta è fatto soprattutto in concerto.

Questa idea vale oggi come ieri: ma sconta almeno un paio di pregiudizi. Il primo è che il disco live sia privo di sovraincisioni o trucchi; il secondo sta nella credenza che tutto, nel rock, risieda nella performance, e che la composizione e l’arrangiamento contino poco o nulla.

Beata ingenuità! Per sfatare il primo mito basta documentarsi un minimo (non si contano i dischi live le cui tracce sono state assemblate al mixer attingendo da spezzoni di diversi concerti), e ragionare un po’ seriamente per capire quanto un bravo musicista e autore non necessariamente debba essere un performer scintillante o un virtuoso dello strumento… Eppure il fascino del “doppio dal vivo” è per me duro a morire, soprattutto quando penso ai grandi live del passato.

Perché se un live ha senso, per me, lo ha solo se propone qualcosa di nuovo rispetto alle incisioni di studio: e questo accade perlopiù con opere della golden age rock. I motivi sono molti: la musica aveva una dimensione più comunitaria e generazionale, e i concerti non erano solamente un “evento” pianificato e patinato, ma un happening spesso confusionario e sanguigno, una specie di celebrazione laica delle sette note. La performance era concentrata sulla musica e l’artista: il resto – scenografie, luci, effetti speciali – erano sì importanti ma vibravano di una dimensione artigianale, che permetteva variazioni e correzioni in corsa. E, infine, i generi che andavano per la maggiore – rock blues, psichedelia, folk – vivevano per loro natura di improvvisazioni, dilatazioni, cambiamenti e riletture continue, e nel concerto trovavano il perfetto luogo d’adozione.

Ora molto è cambiato, soprattutto nel pop mainstream: un concerto è un meccanismo a orologeria, governato in ogni dettaglio, e non permette variazioni; ed è forse lo stesso pubblico a richiedere un copia-e-incolla del disco, e a mal gradire sorprese e cambiamenti.

Per quanto mi riguarda, da maturo appassionato di rock, continuo a rivolgermi al disco/cd live solo se immagino possa offrirmi qualcosa di emozionante e diverso (una parte strumentale più estesa o differente, un medley, una dinamica alternativa, un nuovo arrangiamento): e se, dal confronto con le “versioni originali”, penso possa emergere il processo creativo dell’artista (e in questo certi bootleg sono esemplari). Ma con performer o generi che mal digeriscono il caos ordinato del concerto, avere o no un loro disco live diventa più una questione di collezionismo che di reale bisogno.

I live essenziali con cui sono cresciuto, e in cui molti appassionati della mia generazione potranno ritrovarsi, stanno in questo elenco:

  • Deep Purple, “Made in Japan“;
  • Emerson, Lake & Palmer, “Pictures at an Exhibition“;
  • Allman Brothers, “Live at Fillmore East“;
  • Who, “Live at Leeds“;
  • Pink Floyd, “Ummagumma“;
  • VV.AA., “Woodstock“;
  • Janis Joplin, “Cheap Thrills“;
  • Doors, “Absolutely live!“;
  • Grateful Dead, “Live/Dead“;
  • Talking Heads, “Stop Making Sense“;
  • Neil Young, “Weld“.

Per gli italiani, citazione d’obbligo per

  • C.S.I., “In quiete“;
  • Fabrizio De Andrè + PFM, “In concerto“;
  • Dalla/De Gregori, “Banana Republic“.

Infine, una chicca: chi, se non quei pazzoidi talentuosi di Elio e le Storie Tese, potevano inventarsi il “CD Brulè’”? Il loro “Ho fatto due etti e mezzo, lascio?“ (e già il titolo grida al colpo di genio!) è il primo esempio italiano di “instant cd”, e cioè un cd registrato e masterizzato in diretta durante il concerto, e distribuito al pubblico all’uscita, in una custodia di cartoncino!

E voi, che rapporto avete con i dischi dal vivo? Preferite questi, o i dischi/cd in studio? Vi piacciono le variazioni live, o parteggiate per le riproposizioni fedeli? Quali sono i vostri live preferiti? A voi la parola.

19 pensieri riguardo “I miei vinili: #13 – Studio o live? Questo è il problema!

  1. In generale preferisco i dischi da studio, perché trovo che la riproduzione su disco fatichi a riprodurre l’atmosfera (anche sonora) di un concerto. Ma ci sono eccezioni, senz’altro quelle che hai elencato tu.
    C’è una cosa che mi sembra completamente cambiata nel tempo nel rapporto tra studio e live: una volta alcuni gruppi (almeno dei Pink sono sicuro) suonavano ai concerti canzoni nuove che alla fine di un tour si erano evolute e finivano poi nel successivo disco da studio. A lungo andare però il concerto è diventato una presentazione di un nuovo album (corredata ovviamente da pezzi storici) quasi con una funzione di promozione commerciale, visto che i soldi arrivavano dalle vendite dei dischi. Ora mi pare che la situazione si sia completamente capovolta, visto che con il digitale per i musicisti (tranne i pochi top) si guadagna poco, l’album o la collezione di pezzi da studio sono diventati più o meno la promozione dell’evento spettacolo del tour. 
    Concordi?
    Ciao Silvio

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      1. Forse è proprio il genere musicale preferito, che ci spinge verso scelte differenti.

        Nel senso che io sono nato musicalmente con gli anni ’80, sono meno “rock” e più “pop”, e forse il “live” su disco ha avuto una importanza inferiore rispetto agli eventi degli anni ’60 e ’70.

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  2. “… vivevano per loro natura di improvvisazioni, dilatazioni, cambiamenti e riletture continue, e nel concerto trovavano il perfetto luogo d’adozione.” è questa la ragione per amare i live ’60 – ’70.
    Comes alive di Peter Frampton,
    Con l’ unico live dei Cream di cui non ricordo il titolo. Li aggiungo alla tua lista. E farei una piccola incursione fuori dal rock, citando il Live di Marley Bob

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  3. generalmente preferisco i dischi in studio, proprio per la perfezione del suono e la ricerca maniacale di certe atmosfere create dalle varie sovraincisioni, anche se questo non pregiudica la bellezza di un album live, perché, se registrato bene, è sempre immenso!

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    1. Ah poi io amo molto i bootleg di gruppi come i Pink Floyd dove davvero vedi come si è arrivati a un certo brano… i bei tempi in cui provavano live i pezzi prima di inciderli… oggi improponibile

      "Mi piace"

  4. Ho sempre preferito gli album in studio, ma da qualche anno mi incuriosiscono molto i live, che spesso cerco su YouTube per vedere le band, oltre che ascoltarle. Mi piace vedere come i concerti di una band evolvono nel tempo… In ogni caso gli album live che hai citato sono splendidi! Di Woodstock io ho un cofanetto da 6 CD spettacolare, anche per gli annunci degli organizzatori tra un gruppo e l’altro. X–D

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  5. Ho i vinili di Woodstock e anche se non li ascolto quasi mai trovo che siano straordinari. Ho anche De André e la PFM: lui fu criticato moltissimo per aver tradito le sue canzoni così spoglie ed essenziali vestendole di rock, ma a dir la verità è un gran bell’album!

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