Tre (tele)film #7

Dopo un breve periodo di pausa agostana, eccomi di nuovo qui per una puntata della serie “Tre film”: ma, ogni tanto una variazione ci deve pur essere… E così, invece degli usuali tre film, vi propongo  una microserie, un film e una serie tv: ma tutte accomunate dal proporre, rappresentare o suggerire mondi alternativi.

  1. The Booth at the End“: per la serie “Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”. Unità di luogo: il bar di una tavola calda. Un uomo senza nome siede a un tavolino, in mano ha un quaderno. Uno dopo l’altro, si accomodano alcuni sconosciuti, ognuno col suo desiderio: lui ascolta, fa qualche domanda, prende nota, e assegna un compito. Poco importa quanto bizzarra sia l’aspettativa dei questuanti, quanto lecita la sua proposta, e quali contrasti morali susciti: se staranno al gioco, il loro desiderio si avvererà. Un soggetto essenziale, semplice, eterno: un meccanismo narrativo quasi abulico nella sua essenza, ma rivitalizzato da una sceneggiatura intelligente, che sollecita non facili quesiti etici e crea una rete di rimandi, sorprese e richiami fra i personaggi e le loro storie davvero notevole. Il tutto si svolge in 10 episodi da 25 minuti ciascuno: questo per la prima serie, ora visibile su Prime… La seconda è, in Italia, ancora inedita. Bravo Xander Berkeley nella laconica parte dell’uomo seduto “al tavolino là in fondo”. Dal soggetto di questa micro-serie ha preso ispirazione Paolo Genovese per il suo “The Place“, con Valerio Mastandrea.
  2. Antebellum“: uno di quei film con un tema particolarmente à la page (il razzismo negli Stati Uniti) e con uno di quei twist narrativi improvvisi e spiazzanti che te li ricordi a lungo. Se il regista voleva trovare un modo per dimostrare come fra lo schiavismo ottocentesco delle piantagioni del Sud e il razzismo di oggi vi sia un drammatico fil noir ancora ben attivo… Beh, ha avuto un’idea geniale (e non aggiungo altro, se no è spoiler). I primi dubbi arrivano per il modo in cui sono dipinti quei neri di cui il film intende prender le difese: troppo appiattiti sulla funzione di pure macchine narrative, senza profondità e spessore. Cosa invece proprio non mi è piaciuto è il finale: eccessivo, sopra le righe, fastidioso. Alla fine, fra pregi e difetti, direi che è comunque un film che merita la visione: anche se non siamo al livello del pur simile – almeno nelle intenzioni – “Get Out“.
  3. Tales from the Loop“: serie Amazon di 8 puntate, ispirata a un libro illustrato dell’artista svedese Simon Stålenhag. E, anche se il prodotto è americano, e la storia è ambientata in America, tutto profuma di profondo Nord: le luci, i colori, i paesaggi, le tenui musiche di Philip Glass e la quieta disperazione con cui interagiscono i personaggi. Le storie si svolgono in un’imprecisata zona dell’Ohio in un periodo storico dalle parti di fine anni Ottanta (almeno così alcuni particolari lasciano supporre): nella profondità della campagna è stato installato un acceleratore di particelle, il “Loop” del titolo, che dà lavoro a mezza cittadina, ma che influisce in modi imprevedibili sulla struttura stessa della realtà, creando paradossi temporali, scambi di personalità ed eventi inspiegabili. E, qui e là, nei prati e dietro casa, figli della strampalata tecnologia loopiana, giacciono strani artefatti tecnologici abbandonati a se stessi, silenti ed enigmatici, a metà fra la favola moderna e la vecchia fantascienza. Il “ciclo continuo” in cui sono immersi i protagonisti si mostra nel suo significato profondo già al primo episodio, e avvolge lentamente gli ignari personaggi fino ad arrivare allo svelamento finale, che conferma – o, meglio, suggerisce – come la loro vita non sia che un grande, infinito, percorso circolare. “Tales from the Loop” è un prodotto che, occorre ammetterlo, non è di immediata digeribilità: vuoi per il ritmo, tendente al lento e lentissimo; vuoi per il tono medio delle storie, generalmente triste e malinconico. Ma, a patto di non sorbirsi più di un episodio al giorno, un prodotto di classe da prendere assolutamente in considerazione, originale, e come pochi ce ne sono nell’odierna serialità sci-fi. Ah, dimenticavo: un episodio vede alla regia Jodie Foster!

Abbiamo parlato di:

  • The Booth at the End” (2010, USA, 10 episodi di 25 min)

Regia: Jessica Landaw

Soggetto e sceneggiatura: Christopher Kubasik

Interpreti principali: Xander Berkeley (The Man)

Musiche: Tree Adams

  • Antebellum” (2020, USA, 105 min)

Regia: Gerard Bush, Christopher Renz

Soggetto e sceneggiatura: Gerard Bush, Christopher Renz

Interpreti principali: Janelle Monáe (Veronica Henley), Eric Lange (Blake Denton), Jena Malone (Elizabeth)

Musiche: Nate Wonder, Roman Gianarthur

  • Tales from the Loop” (“Loop“) (2020, USA, 8 episodi di 50-57 min)

Regia: Matt Reeves, Andrew Stanton, CharlieMcDowell, Ti West Jodie Foster

Soggetto: Simon Stålenhag

Sceneggiatura: Nathaniel Halpern

Interpreti principali: Rebecca Hall (Loretta Willard), Jonathan Pryce (Russ Willard), Daniel Zolghadri (Jakob Willard)

Musiche: Philip Glass

2 pensieri riguardo “Tre (tele)film #7

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