Canta che ti passa #3

Siamo tutti qui, e tutti insieme vogliam vedere… (i più vecchi sapranno per certo come continua la tiritera!)

Dunque, altri 2 giorni sono passati, e molte canzoni anche… Vediamo un po’ come è andata.

  • Lucio Dalla – “Q Disc“. Questo oggetto si inserisce a pieno titolo nel suo momento storico per un paio di motivi: 1) E’, fin dalla troppo simile copertina, una sorta di appendice al tritaclassifiche “Dalla” del 1980 (con l’avvento del più capace cd, questi 4 pezzi sarebbero potuti stare agevolmente nella scaletta dell’album); 2) E’ un Q-disc, una specie di Extended Play a 12 pollici, con quattro pezzi, e che “gira” a 33 giri, e che in quegli anni è facile trovare nelle rastrelliere dei negozi. Veniamo ora alle canzoni: si inizia con “Telefonami fra vent’anni”, una specie di supplemento scanzonato della recentissima “Futura”, si prosegue col blues esistenziale di “Madonna disperazione”, con la ritmata e biografica “Ciao a te”, e si termina con la rivisitazione jazz (ma “alla Lucio”, con clarinetto e scat) del classico “You’ve Got a Friend”. Un prodotto che si ascolta in poco più di una ventina di minuti: e che contiene un masterpiece assoluto come “Madonna disperazione” (ma nessuno che ne faccia una cover???), e che segna in modo indelebile il passaggio fra il “grande Dalla” (quello che va dal ’73 all’81) e il resto… Da “1983” in poi, Lucio scivola inesorabilmente verso un pop un po’ esangue e facilone, con pochi guizzi annegati in una marea di “Attenti al lupo” e simili. Ma qua siamo ancora in alto: da riscoprire.
  • David Gilmour & Friends – “A Momentary Lapse of Reason“. Beh, per essere il terzo disco solista di David non è male: il singolo “Learning to Fly” è arioso e leggero come dev’essere chi impara a volare, “One the Turning Away” sembra aver le carte in regola per proporsi come la nuova “Wish You Were Here” (testo a parte…), “Terminal Frost” è un bello strumentale con assolone incorporato, la conclusiva “Sorrow” è cupa il giusto… Bravo Davide! Ah, ma non è un disco di Gilmour, ma dei Pink Floyd? Caspita, a leggere i credits chi l’avrebbe mai detto? Bob Ezrin, Anthony Moore, John Carin, Phil Manzanera (ex Roxy Music), Pat Leonard: Gilmour evidentemente da solo non ce la fa… E i testi: soft, generici e ideologicamente tanto timidi da suscitare il ribrezzo dell’illustre fuoriuscito, il carissimo Rogerone nostro. Perché questo sarebbe l’album del ritorno dei Floyd post-Waters: ma, come subdolamente suggerivo, sembra solo e davvero il terzo di David. Il working title del disco (“Signs of Life”) fu abbandonato perché si sarebbe prestato a facili ironie: ma anche “Una momentanea perdita di raziocinio” non è male, per indicare un disco che ha tanti, ma tanti, ma tanti buchi, e che sembra più uno svarione che un progetto artistico.
  • The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column“. Eh, la meticolosità: non dico internet, che nell’80 non c’era, ma anche un’occhiata a un’enciclopedia avrebbe evidenziato che l’anarchico e rivoluzionario spagnolo da cui la band ha preso ispirazione si chiamava Buenaventura Durruti, e non Durutti! Ma pazienza… In fondo – con una o due “t” – il progetto fondato dal chitarrista inglese Vini Reilly funziona alla grande: una musica minimalista, principalmente strumentale, fra echi jazz, folk e classici. Piccoli acquerelli delicati e impressionistici, ma non esangui: scale “non rock” come le armoniche minori, sonorità ambientali, rimandi alla frippetronics di Robert Fripp: tutto si mischia e si intreccia in questa specie di musica da camera spartana, che tanto amata fu da Brian Eno (e ci credo) e anche da John Frusciante (e questa è una sorpresa). Dieci-tracce-dieci liquide e vellutate, e che ben possono dare colore e respiro al silenzio un po’ greve di queste giornate: cosa che non si può dire della abrasiva copertina originale, realizzata con una carta vetrata color sabbia.

Un abbraccio (virtuale) a tutti!

Abbiamo parlato di:

Lucio Dalla – “Q Disc” (RCA, 1981)

Pink Floyd – “A Momentary Lapse of Reason” (EMI, 1987)

The Durutti Column – “The Return of the Durutti Column” (Factory, 1980)

Canta che ti passa #2

Eccoci(mi) qui, io tutto bene, e voi?

Allora, fra pulizie straordinarie della casa, torte, spezzatino, lavoro smart, un po’ di musica e di decibel hanno percorso le mura domestiche, con alcuni cd tirati fuori dall’oblio e dalla polvere… I più interessanti sono stati:

  • Steve Jones – “Fire and Gasoline“. Di questi tempi, e soprattutto nella noia dello “smart solitario”, fa sempre bene un po’ di rock tamarro: e in massima parte se prodotto, scritto e suonato da quel grand’uomo di Steve Jones… Sì, il chitarrista dei Sex Pistols: che, dopo lo scioglimento delle Pistole, attraversa una turbolenta decina d’anni fra dipendenza da eroina, qualche sporadico singolo con Paul Cook, Phil Lynott, Siouxsie e Iggy Pop, e nel 1989 sforna questo album. Un disco senza eccessive pretese ma forte, deciso, sicuramente più hard rock che punk, che pompa alla grande, e dove la voce roca e raschiata di Steve si accompagna all’occasionale comparsata di Axl Rose (“I Did U No Wrong”) e ai cori di Ian Astbury (quello dei Cult). Su tutte, cito la tirata e potente title track: se non altro perché l’ho suonata live, ai tempi del gruppo! Grazie ancora, Simone, per avermela fatta conoscere e suonare con te e con gli altri, venti e più anni fa.
  • Young Marble Giants – “Colossal Youth“. Dunque: un basso chitarroso, una drum machine, un organetto Farfisa (se non lo è gli somiglia tanto), qualche rara pennata stoppata di chitarra, una spettrale voce femminile (“Alison non è una cantante: è una che canta, e canta come aspettasse l’autobus“), e 21 tracce, tutte (tranne una) sotto i 3 minuti. Tutto, dal pop al surf, dal garage al folk, dal samba alle nursery rhyme, è reso anemico e scarno, quasi surreale, dai tre giovani giganti di marmo: e, a dispetto del senso comune, sono canzoni che scorrono e si fanno sentire, accompagnando a dovere la nettatura della polvere in una domenica post-nucleare. Un disco “minimo” come il trio che l’ha pensato e generato, e che – in barba all’apparente osticità del progetto – ha all’epoca venduto circa trecentomila copie. Un’opera unica, peraltro: dopo l’album e un singolo, i Giganti si sciolgono… Entrando di diritto, assieme a molti altri, nell’affollata e seminale gang del Post Punk, tanto cara a Simon Reynolds.
  • Jon Spencer Blues Explosion – “Plastic Fang“. E, dopo l’anemia indotta dai Giants, torniamo a pompare l’ematocrito con il buon Jon Spencer. Reduce dai barbari Pussy Galore (ah, che bel nome… preso di peso dai libri di Ian Fleming, e che si potrebbe tradurre come “patata a volontà”), Jon all’inizio dei Novanta dà corpo a un nuovo trio, che prende il ritmo hard rock, lo frulla col blues, il punk, il rock’n’roll e con ritmi funky, e lo riversa rovente fra le sequenze binarie dei cd… Un trionfo di riff chitarristici (senza basso, badate bene: 2 chitarre e una batteria) che, in modo strafottente e cazzuto, omaggiano i Cinquanta e i Sessanta attraverso la furia di fine millenio. E poi Jon è proprio un bel tipo: un incrocio fra un giovane Ligabue, Wolverine  e un Pierce Brosnan dopo una nottataccia. E qui mi sono messo a ripulire l’armadietto del bagno: tanto il baccanale degli Explosion arrivava senza fatica anche lì.

See you later, alligator!

 

Abbiamo parlato di:

Steve Jones – “Fire and Gasoline” (MCA, 1989)

Young Marble Giants – “Colossal Youth” (Rough Trade, 1980)

Jon Spencer Blues Explosion – “Plastic Fang” (Mute Records, 2002)

Canta che ti passa #1

Come tutti (o quasi) in questo periodo sto a casa, e senza troppe ansie: in fondo sono sempre stato a vocazione casalinga, un giorno su due lavoro “smart”, “pulizie di primavera” in appartamento ne abbiamo una valanga, e il blog è pure da manutenere… Ma la musica, come sempre, aiuta a passare il tempo piacevolmente, soprattutto nei giorni di turno-smart, quando fra le mie quattro mura ci sono solo io, e dall’ufficio fioccano le pratiche.

Lancio oggi (e poi vediamo se e quanto durerà) un aggiornamento bi-trigiornaliero (brutta parola… ogni due-tre giorni insomma) su cosa ho ascoltato con più frequenza nelle precedenti 48 ore: non vere e proprie recensioni, ma appunti, sensazioni, note.

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