Da Sun City a Israele: la musica e i boicottaggi (prima parte)

Il 16 ottobre 1985 esce sul mercato un disco un po’ particolare: “Sun City“. La copertina – un sole rosso fuoco su sfondo nero, imprigionato da un filo spinato – e la dicitura sottostante – Artists United Against Apartheid – lasciano subito intuire molte cose… Cose che per me e i miei coetanei erano ben note, e che trovavamo spesso messe all’ordine del giorno, in tv o sui giornali: il regime segregazionista sudafricano. E la volontà di un gruppo di artisti di far sentire la propria voce contro questo stato di fatto. Un’azione politica condotta con gli strumenti della musica che coinvolse numerosi artisti, ne lasciò fuori altri, ottenne risultati e suscitò reazioni.

Cose analoghe stanno accadendo in questi ultimi anni a proposito della questione Gaza e Israele: Analoghe nel metodo, dunque, ma non identiche: anzi, profondamente diverse. In questo post, che si articola in due puntate, vi parlerò di questo: di quello che fu col Sudafrica, e di quello che è con Israele; delle azioni proposte dal mondo delle popstar; e delle (poche) similitudini e delle (molte) differenze. È un discorso complesso, dove è facilissimo cadere nella retorica e nella semplificazione: forse procedere per punti è la cosa migliore, cosa ne dite? Pronti? Si va.

  • La Repubblica del Sudafrica e l’apartheid.

Il sistema dell’apartheid viene avviato dal governo del National Party di Daniel François Malan dopo la vittoria elettorale del 1948, e trasforma la segregazione razziale in una politica di Stato sistematica. Le leggi inizialmente si concentrano sugli aspetti per così dire “quotidiani” della questione (divieto di matrimoni inter-razziali, creazione di ghetti, accessi separati a strutture pubbliche, “pass” per accedere alle zone dei bianchi), ma presto spostano il loro accento verso una separazione politica e territoriale più radicale, la cui punta di diamante è l’istituzione dei “bantustan“:  “isole territoriali” destinate alla gente di colore, secondo categorie etniche imposte dallo Stato… Pseudo-stati, alcuni dei quali formalmente dichiarati indipendenti, ma di fatto interamente legati a Pretoria. Uno di questi bantustan è il Bophuthatswana: un insieme discontinuo di enclave perlopiù confinanti col Botswana in cui, oltre all’industria mineraria, prospera – strano a dirsi – il business dell’intrattenimento.

  • Sun City: la Las Vegas sudafricana

Già: perché, mentre nel perbenista Sudafrica il gioco d’azzardo è vietato, in questa enclave è invece reso lecito. E, con una mossa ipocrita e spregiudicata, l’imprenditore Sol Kerzner costruisce, nel Bophuthatswana ma a poca distanza dai grandi centri urbani sudafricani, una “Las Vegas Sudafricana”: Sun City. Un gigantesco resort di lusso — casinò, hotel, spettacoli, golf, parchi — inaugurato il 7 dicembre 1979, e che fattura miliardi di dollari: e dove, soprattutto, i bianchi sudafricani possono consumare forme di divertimento altrimenti proibite. Ma diventa anche altro: una “vetrina” con cui attrarre artisti internazionali, con ingaggi molto alti, e mostrare al mondo la funzionalità del “sistema dei bantustan”.

  • I primi boicottaggi

La questione sudafricana, ovviamente, in questi anni è da tempo ai primi posti dell’agenda politica mondiale. La condanna internazionale si consolida gradualmente in un movimento molto strutturato, ma non è né immediata né universale: Reagan, Thatcher e le grandi imprese, ad esempio, preferiscono furbamente mantenere una linea di “commercio e dialogo”. E gli artisti?

Nel 1980 l’Assemblea generale dell’ONU invita Stati, istituzioni culturali e artisti a interrompere i rapporti culturali e accademici con il Sudafrica dell’apartheid… Proprio per impedire a Pretoria di usare il prestigio di star internazionali per accreditarsi presso l’opinione pubblica. E nel 1983 l’ONU rende pubblico un elenco di intrattenitori, attori e scrittori che avevano continuato a esibirsi o lavorare in Sudafrica nonostante il boicottaggio culturale: fra cui troviamo nomi eccellenti, come Frank Sinatra, Ray Charles, Cher e Beach Boys… E qui arriviamo, finalmente, a “Sun City”.

  • “Sun City” – il disco

È il 1985: negli Stati Uniti di Reagan un gruppo di artisti – capitanati da Steven Van Zandt, il “Little Steven” della E Street Band di Bruce Springsteen – si mette in moto per scrivere una canzone che parli di Sun City, vista come simbolo dell’apartheid e del suo lato più ipocrita e profittatore… E che, per Van Zandt, richiama anche un parallelismo inquietante: quello di alcune riserve indiane statunitensi, trasformate in enclavi per il gioco d’azzardo. Questa canzone, pensa, dovrà essere però diversa dalla recente “We Are the World”: non concentrarsi sulla carità ma sul cambiamento, insomma.

Finito il pezzo, Little Steven alza il telefono e contatta mezzo mondo rock e pop: fra i molti che dicono si troviamo il Boss, Bob Dylan, Lou Reed, Peter Gabriel, U2, Keith Richards e Miles Davis. Le incisioni occupano alcune settimane dell’estate e il 16 ottobre 1985 il singolo “Sun City” esce sul mercato (lo seguirà, una settimana dopo, l’album omonimo). Il singolo è un pezzo di R&B con inserti hip-hop e una struttura corale, e con un testo dichiaratamente schierato. Didascalico nelle strofe, ha il suo punto forte nel brevissimo inciso: “I ain’t gonna play Sun City“, “Io non suonerò a Sun City“. Un impegno deciso e chiaro.

  • Effetti, azioni e reazioni

Le reazioni più nette arrivano ovviamente dalla Repubblica del Sudafrica: che, oltre a mettere il disco al bando, minaccia direttamente musicisti locali, e – invece di “punire” chi non intende suonare a Sun City – inizia a offrire cachet spaventosi agli artisti compiacenti.

Il disco – che riscontra problemi negli States reaganiani dell’epoca – ottiene invece un buon successo in Europa, e alla fine genera oltre un milione di dollari, destinati al sostegno di prigionieri politici sudafricani e delle loro famiglie, all’assistenza agli esuli e a campagne di informazione. Ma la vera efficacia dell’operazione — disco e videoclip compreso – si rivela soprattutto di natura indiretta: il resort diventa l’emblema dell’affarismo ipocrita, e la questione dell’apartheid torna al centro dell’attenzione internazionale in forme immediate e chiare, aggiungendo pressione alla più ampia campagna di isolamento culturale, sportivo ed economico del Sudafrica.

E, assieme a questo, ne escono malissimo artisti come Elton John e i Queen, criticati per aver accettato di esibirsi o lavorare nel Sudafrica dell’apartheid e costretti a difendere pubblicamente le proprie scelte, talvolta con dichiarazioni poco convincenti e con frettolose donazioni a iniziative africane.

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Questo è quanto. Ma che cosa succede quando, quarant’anni dopo, altri musicisti scelgono nuovamente il boicottaggio come strumento di pressione politica, e in questo caso per la situazione di Gaza, Palestina e Israele? Le analogie sono davvero così forti? E, soprattutto, sono paragonabili i contesti in cui queste iniziative nascono?

Ne parleremo nella seconda parte.

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