Canta che ti passa #1

Come tutti (o quasi) in questo periodo sto a casa, e senza troppe ansie: in fondo sono sempre stato a vocazione casalinga, un giorno su due lavoro “smart”, “pulizie di primavera” in appartamento ne abbiamo una valanga, e il blog è pure da manutenere… Ma la musica, come sempre, aiuta a passare il tempo piacevolmente, soprattutto nei giorni di turno-smart, quando fra le mie quattro mura ci sono solo io, e dall’ufficio fioccano le pratiche.

Lancio oggi (e poi vediamo se e quanto durerà) un aggiornamento bi-trigiornaliero (brutta parola…  ogni due-tre giorni insomma) su cosa ho ascoltato con più frequenza nelle precedenti 48 ore: non vere e proprie recensioni, ma appunti, sensazioni, note. Continua a leggere “Canta che ti passa #1”

La canzone ai tempi del COVID-19

Don’s Stand So Close to Me“, cantavano i Police nel 1980: una storiella di pruriti adolescenziali e sogni erotici da college… Chissà se Sting e soci si sono resi conto che la supplica dell’insegnante, rivolta alla provocante studentessa, oggi potrebbe diventare il nuovo inno anti-Covid19? Nei bar, nei cinema, nei ristoranti, ovunque potrebbe, da oggi in poi, risuonare l’appello “Non mi star così vicino!”: ovviamente rivisitato in chiave death metal.

Questa è una battuta, ok. Ma di canzoni che parlano di malanni, epidemie e simili è piena la storia: il poeta e compositore francese Guillaume de Machaut, in pieno Trecento, nel prologo al poema “Le Jugement dou Roy de Navarre”, dice testualmente “S’uns siens amis le visetoit, Il estoit en pareil peril Dont il en morut cinq cent mille […] Ne nuls remede n’i metoit Fors tant que c’estoit maladie Qu’on appelloit epydimie“… L’epidemia è la Peste Nera, che da stime attendibili uccise venti milioni di persone. Continua a leggere “La canzone ai tempi del COVID-19”

I miei vinili: #1 – Le cassette

Sì, lo so, c’è (stato) un programma tv condotto dal simpatico Riccardo Rossi con questo titolo:  ma che ci posso fare, qui voglio proprio parlare di questo: dei miei vinili, intesi come supporti fisici per la musica. E per ora (è una minaccia!) lascio da parte tutta la questione tecnico-storica (anche se interessante) e quella filosofica-sociologica (mica male pure lei) per dire qualcosa proprio dei MIEI supporti, di quelli che mi ricordano qualcosa e dei modi di utilizzo. E parto dalle mitiche MUSICASSETTE: roba da dinosauri, ormai, ma una trentina d’anni fa erano un must, e una ventina si vedevano ancora in giro.

Dunque, le cassette: originali, nuove e incellofanate. Un oggetto che, spesso, costava meno del vinile, e quindi scelto per titoli meno pregiati; o che (capitava pure quello) era allegata a qualche rivista. E che, soprattutto, si poteva agevolmente usare in automica c’era il lettore mp3! E, assieme alle cassette, c’era anche il portacassette, da sistemare sotto il sedile: io ne avevo uno nero, abbastanza brutto direi, ma funzionale. In macchina ho sentito settimane intere di canzoni, da solo e con gli amici. E sempre le stesse, più o meno: perché mica potevi duplicare tutta la tua discografia…

           Autoradio: estraibile, ovviamente!

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Una canzone da orgasmo

“Son qui tra le tue braccia ancor, avvinta come l’edera…”: tanto bastava, nel 1958, per suscitare imbarazzo… Eppure, a pensarci appena, la metafora è chiara, come è chiara l’immagine che le poche parole del testo suscitano: quella di due amanti, stretti nella passione amorosa. E, fra un Festival appena finito, e la ricorrenza di San Valentino, che un po’ a tema è, imbastisco una chiacchierata a tema: la canzone e l’amplesso. I ben informati diranno che ci si potrebbe scrivere un libro, ed effettivamente è così: infatti non faccio un trattato, ma colgo qui e là qualche spunto, e ve lo propongo. Continua a leggere “Una canzone da orgasmo”

Trap’n’roll

OGGI QUESTO BLOG COMPIE UN ANNO

E, facendomi scudo del privilegio del festeggiato, pubblico un articolo un po’ diverso, che affronta – anche se in modo personale – una riflessione su un genere decisamente fuori dal mio target…

 

Il Trap è il rock’n’roll degli anni Dieci: voilà, l’ho detta!

E’ un’idea che può suonare assurda, lo so, ma è germogliata nella mia mente durante e dopo una settimana di vacanza in montagna con Martina: nipote di 15 anni, nemica delle passeggiate, in cerca di “campo” anche nei rifugi più isolati, insospettabile mangiatrice di pietanze altoatesine e devota auricolareggiante di Spotify craccato. Perché hai voglia, la mia compagna e io, di parlarle non dico degli Who o dei Beatles, ma di Frankie Hi-Nrg Mc, che per noi è “il rap”… Figurati: manco un cenno d’interesse. E allora scatta la frustrazione dell’adulto-che-sa-ma-che-il-giovane-non-caga, e iniziano le rampogne: “sono dei presuntuosi”, “non gliene frega nulla di niente”, “ci vorrebbero i campi di rieducazione a botte di Pink Floyd e Sex Pistols”…

Poi, quietatosi il borbottio del dogma, la coscienza critica ha iniziato a spifferami questo pensiero che non so, magari circola da tempo fra i pensatori più fini, o magari è una cazzata: in ogni caso è tutto mio! Perché, alla fine, vuoi mica che il Trap (“no zio, non è Rap, è Trap!”) sia l’alba di una nuova rivoluzione: proprio come lo fu il rock’n’roll (d’ora in avanti, RR) circa 70 anni fa? Di sicuro non negli Stati Uniti, dove il Trap (il dizionario Treccani lo tratta come un “sostantivo maschile”, e quindi mi adeguo) esiste almeno dal 2000: ma in Italia, in cui è arrivato una manciata di anni fa?

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Only the (b)Rave

“Beats”: rave before sunset 

Diciamocelo subito: per me la musica è sempre stata una questione di chitarra (preferibilmente elettrica), batteria, basso, voce, occasionalmente tastiera, e bon. La pochissima elettronica che ho in casa è figlia del Kraut Rock (Can e Kraftwerk in primis), e occupa davvero poco posto. Non che mi schifi, ma l’imprinting arrivato a forza di Purple, Zeppelin e Iron si fa sentire ancora adesso: e poi per me, l’elettronica si è a torto appiccicata al mondo delle discoteche, che non ho mai frequentato, preferendo i pub con le patatine fritte, il fumo da tagliare col coltello (altra epoca…) e i gruppi dilettanti assoldati per la serata.

E però. Però poche settimane fa, quando al Torino Film Festival mi sono imbattuto nel film “Beats“, dedicato ai Free Party inglesi e alla legge ammazza-rave del ’94, ho iniziato a rimuginarci sopra… E queste righe sono il risultato di questo cogitare: se poi dico troppe minchiate, voi che invece dei rave e della techno capite più di me “mi corriggerete”, come disse nel ’78 un tal Karol di bianco vestito.

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Gli strambi strumenti del rock – Parte 2

Ri-famolo strano

Riprendiamo il discorso degli strumenti più strani e particolari usati nella musica moderna con la seconda parte della nostra chiacchierata: dopo aver affrontato i manufatti più “eretici”, o di derivazione domestica (qui), ci accostiamo a quelli legati alle classi borghesi e/o prodotti in serie, ma solitamente destinati ad altri generi.

Iniziamo dal Clavicembalo (in inglese, Harpsichord), su cui il buon Giovanni Sebastiano ha costruito il suo opus magnum: bene, il clavicembalo, fuori dalla musica classica, conosce una stagione di gloria nel periodo più creativo del rock, a metà dei favolosi Sixties, quando diventa una vera e propria mania. L’elenco delle sue comparsate è interminabile: anche volendo ridurre all’essenziale, lo troviamo negli Stones di Brian Jones (“Play with Fire”, “Lady Jane” e “Yesterday’s Papers”), negli Yardbirds (“For Your Love”), nei Kinks di “Face to Face”, nei Beach Boys (i capolavori “Caroline, No” e “God Only Knows”), in Donovan (“Sunshine Superman”)… E, ancora: Simon & Garfunkel, i Traffic, Jimi Hendrix (“Burning of the Midnight Lamp”), i Doors (“Love me two Times”)… Ci sono proprio tutti: ma i Beatles? Dunque, l’harpsichord c’è sicuramente in “Fixing a Hole”, e SEMBRA esserci in “In My Life”: ma qui, quel che pare un clavicembalo, è invece il pianoforte di George Martin registrato a tempo dimezzato, e poi accelerato artificialmente. Finiti i Sixties, per una trentina d’anni il clavicembalo cade nel dimenticatoio: torna nel 2010 con “Too Afraid to Love You” del duo The Black Keys… e, guarda caso, uno dei due si chiama Dan AuerBACH (ho fatto la battuta…).

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