Gli strambi strumenti del rock – Parte 1

Famolo strano

Sono passati un po’ di anni da quando mi sforzavo di distinguere a orecchio una chitarra classica da una acustica, un sax da una tromba, una batteria a cassa singola da una a doppia cassa. Esercizio indispensabile (anche se non l’unico) per scardinare le abitudini da ascolto radiofonico passivo e iniziare un nuovo abboccamento con la musica: un training che non finisce mai, perché infiniti sono i trucchi del bancone mixer, e infinita la fantasia dei musicisti e dei producer.

È così che ho avuto l’idea di mettere giù, e di sistematizzare con un minimo di ordine, i casi più ricorrenti (o più particolari) di strumenti atipici, strani, rari e assurdi in ambito rock e pop: e, per (in)competenza, lascio ad altri il compito di occuparsi di quelli usati nella classica (mi viene in mente l’ottobasso), nella musica concreta, e in quella industrial (lì, qualunque cosa vale… anche un martello pneumatico: vero, Einstürzende Neubauten?). In questa prima parte troveremo manufatti “poveri” e di derivazione domestica o folk, ma che per qualche ragione sono riusciti a entrare nei microsolchi di fior di capolavori rock: nella prossima (e conclusiva) puntata, incontreremo invece strumenti legati alle classi borghesi e prodotti in serie, ma che con il pop e il rock parrebbero comunque non avere alcun legame. Continua a leggere “Gli strambi strumenti del rock – Parte 1”

Mimmo e Elvis: il gesto e la musica

Entrando nel primo padiglione della mostra “NOI… non erano solo canzonette“, mi accoglie questa gigantografia: Domenico Modugno, durante l’ottavo Festival di Sanremo (1958), che spalancando le braccia esplode nel suo celebre “Volare oh, oh“.

E, immediatamente, la scheda-video del mio cervello manda in onda questa immagine:

il ventunenne Elvis Presley che, al “Milton Berle Show”, NBC, canta “Hound Dog” e per la prima volta esibisce in diretta tv nazionale la sua famosa “pelvica”.

E, con questa suggestione, un po’ eretica e un po’ paracula, torno a casa, e inizio e rimuginare se le piccole cellule grigie e l’ispirazione ci hanno visto bene, o se accostare Mimmo ed Elvis è una minchiata di quelle grosse. Continua a leggere “Mimmo e Elvis: il gesto e la musica”

L’ultima luna: #5 – Eclissi totale

E se fosse solamente formaggio verde?

E’ con questo titolo (“So What if It’s Just Green Cheese?“), bizzarro, irriverente e decisamente british, che la BBC propone al pubblico il suo speciale dedicato al “grande passo per l’umanità”. La puntata del 20 Luglio 1969 della serie “Omnibus” include letture di citazioni e di poesie sulla luna di Ian McKellen e Judi Dench, le esibizioni del Dudley Moore Trio, della cantante jazz Marion Montgomery e, per quello che qui più interessa, un commento musicale improvvisato dai Pink Floyd… E figurati se potevano fare a meno di invitarli, visto che la nomea di “band spaziale” gli si era appiccicata addosso, fastidiosa e tenace come chewing-gum a una scarpa.

“Eravamo in uno studio televisivo della BBC “, ha ricordato David Gilmour, “Era una trasmissione in diretta e c’era un gruppo di scienziati da un lato e noi dall’altro. Avevo 23 anni. È stato fantastico pensare che eravamo lì dentro a comporre un pezzo di musica, mentre gli astronauti erano in piedi sulla Luna”.

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L’ultima luna: #4 – Luna nuova

Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della Luna Nuova africana, distesa sul suo dorso

Cielo di Marzo di luna nuova
sogni di fortuna,
saggi ubriachi tra i fuochi accesi
a bruciar paure

E’ così che, dopo tre minuti buoni di sarabanda sonora, la PFM, rallentato il ritmo, intona il suo canto alla “Luna nuova“. Quella luna che non si vede ma che da sempre e ovunque è simbolo della chiusura di un cerchio e di un nuovo inizio, di rinnovamento e trasformazione. Il motivo iniziale, dal chiaro sapore barocco, è guidato dal violino; subito dopo entra il Moog e la band, lanciata dal flauto, propone il secondo tema, mentre Di Cioccio si scatena in tempi spezzati e coloriture ritmiche (eh si, Franz è uno dei pochi batteristi capaci davvero di emozionarmi…).

Dopo la pausa “lunare” del primo cantato, che accosta tradizioni rurali, vaghe mitologie e simbolismi, arriva una sezione autenticamente spaghetti-prog, in un solido 4/4: prologo al grandioso finale, costruito sulla ripresa dei due temi, condotta in un accelerando sempre più difficile e virtuosistico. Un pezzo di bravura, insomma, che riesce a coinvolgere col suo calore mediterraneo e con un notevole senso della melodia: la vera arma in più della PFM.

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L’ultima luna: #3 – Luna calante

La luna e l’amore, quando non crescono più, calano

La luna calante incarna il momento in cui la natura e lo spirito rallentano, si radicano e si purificano, preparandosi alla rinascita: psicologicamente, siamo nel territorio dell’introspezione e della riflessione, e se vogliamo della malinconia.

Ed è sicuramente con malinconia che il grande Fred Buscaglione intona, con virile garbo da crooner, “Guarda che luna“:

Guarda che luna, guarda che mare,
da questa notte senza te dovrò restare
folle d’amore vorrei morire
mentre la luna di lassù mi sta a guardare

Stupisce un po’ una tale seriosità in chi per anni ha incarnato il personaggio del gangster dal cuore buono, impacciato e quasi comico nel voler riprodurre in salsa italiana le suggestioni hard boiled americane… Ma Fred, nel ’59, è un po’ stanco del ruolo che – con la complicità del geniale paroliere e amico Leo Chiosso – si è cucito addosso, e dichiara: «Prima che la gente mi volti le spalle, Fred il duro sparirà, ed io tornerò ad essere solo Ferdinando Buscaglione». E arrivano canzoni melodiche, come “Non partir”, “Al chiar di luna porto fortuna” (sempre lei, in cielo…) e appunto “Guarda che luna”: scritta da Cesare Pallesi e Walter Malgoni, è una canzone dalla melodia facilmente memorizzabile e dal forte impatto emotivo, anche se un filo troppo melodrammatica. Una canzone che è piaciuta (a Milva), piace (anche all‘insospettabile Paolo Nutini) e piacerà, e che – nella versione dell’altro Fred, Bongusto – è stata scelta da Pedro Almodovar per il suo film “La legge del desiderio”.

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L’ultima luna: #2 – Luna piena

La luna è piena… e non sappiamo chi l’ha messa in questo stato

La fase di plenilunio è tradizionalmente associata alla creatività e al suo lato esoterico, la magia; su questo punto hanno speculato moltissimi racconti e film horror, che hanno sfruttato la luna piena (e i sudditi licantropi) come ambientazione dei loro climax.

Ma c’è un’altra luna piena che ha colonizzato così tanto la narrativa, la poesia e la canzone da diventare un archetipo: quella che sorveglia benevola i baci degli innamorati, e quella che accompagna la solitudine di chi innamorato è, ma senza qualcuno da amare. La famosissima “Blue Moon” è forse la più famosa delle canzoni d’amore intitolate al latteo satellite: e dire che la prima versione del pezzo, scritta dalla celebre coppia Richard Rodgers e Lorenz Hart per il film “Hollywood Party” (1934), aveva incontrato lo stesso destino della sequenza con Jean Harlow… E, cioè, era stata tagliata. Hart, tenendo duro, aveva riscritto i versi e proposto la canzone per la pellicola “Manhattan Melodrama”… Ma, di nuovo, aveva incontrato l’accetta dei produttori. Per fortuna si decide di girare una nuova scena: Rodgers, che crede nel pezzo, cambia le parole e nasce “The Bad in Every Man”, cantata in un nightclub da Shirley Ross. Un bellissimo lento, malinconico e commovente. Il pezzo ha un indubbio potenziale commerciale, ma secondo tutti occorre un nuovo testo (e siamo al quarto…), meno esistenziale e più romantico: Hart guarda il cielo, ed ecco che…

“Blue moon, you saw me standing alone, without a dream in my heart, without a love of my own”

Finalmente, il 15 Gennaio 1935, esce il 78 giri “Blue Moon”, per la Brunswich Records: Connee Boswell ne è l’interprete, ma il successo internazionale arriva solo  a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, con le versioni quasi contemporanee di Billy Eckstine e Mel Tormé, che ripetono il mood della Boswell. La grande Billie Holiday ci regala la lettura più jazzy e raffinata, ma è il quintetto The Marcels a trasformare la dolente melodia in un nonsense doowop al limite del buffonesco (con la sua introduzione zeppa di onomatopee e allitterazioni) e a vendere paccate di dischi.

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L’ultima luna: #1 – Luna crescente

Che fai tu, luna, in ciel?

Si sa, se n’è parlato, se ne parlerà: il 20 Luglio del ’69 – e, quindi, 50 anni fa belli giusti – l’uomo metteva piede sulla Luna. Poi chi lo sa, fra complottisti e ortodossi, chi ha davvero ragione: da un lato pensare che l’umanità abbia raggiunto una meta così impervia mi stupisce, dall’altra sospettare di un imbroglio tanto colossale mi diverte, e dall’altra ancora vedere coi propri occhi che la Luna, che ha fatto innamorare migliaia di persone, e ha ispirato centinaia di poeti, è un sasso brullo e polveroso… E’ un po’ una delusione, dai! A volte immaginare che, se gli spari un missile contro, puoi centrargli un occhio (Méliès docet), o che sia fatta di formaggio (“Wallace & Gromit”) è più divertente.

Comunque sia, vista la ricorrenza, vuoi mica che possa sfuggire l’occasione di una playlist a tema lunare? Canzoni con la parola “luna” nel titolo o nel testo ce ne sono milioni di milioni, come le stelle di Negroni: ho scelto quelle che, per vari motivi, ritengo più in sintonia col mio ascoltare e vivere la musica, e/o quelle che mi sono venute in mente per prime. Tanto di carne al fuoco ce n’è, sbaglierò sicuramente qualcosa, qualcosa starà fuori – e il primo illustre taglio riguarda “Luna” di Gianni Togni, che pure ha segnato un’estate – e qualcos’altro non piacerà a chi legge… Pazienza!

Il viaggio sarà articolato in 4 puntate (come le 4 fasi lunari, e che ad esse faranno, in modi spesso metaforici, riferimento) più una puntata finale, per ora a sorpresa, e che sarà ovviamente pubblicata il 20 Luglio.

Accendiamo i motori: si decolla.

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