Scacchi e musica – Seconda parte

Mai muovere troppo in fretta

Bentornati a tutti… E, dopo la prima parte, dedicata a scacchi, musica e musicisti, tocca alle copertine a tema: e qui si apre il baratro. Sono letteralmente centinaia quelle sputate fuori dai motori di ricerca: oltre al catalogo della Chess Records – che con gli scacchi non c’entra nulla, ma che ugualmente ingolfa pagine e pagine web – per arrivare al nocciolo del problema bisogna anche scremare quelle dove gli scacchi sono semplicemente un motivo grafico, senza attinenza col nobil gioco… E, dopo un bel po’ di tempo, di vaffa e di diottrie perse, ecco i risultati più interessanti.

Il chitarrista Manuel Göttsching è uno di quei musicisti defilati e di nicchia ma, come dicono quelli bravi, “seminali”: fondatore degli Ash Ra Temple, eminenza grigia del Krautrock, col suo stile minimalista ha influenzato e indirettamente ispirato la scena ambient e house degli anni Ottanta. Il suo album d’esordio  (1984) riprende, nel titolo e nella grafica, la mossa d’apertura per eccellenza del “gioco aperto”: quella “E2-E4” scritta sulla copertina, una scacchiera vuota (e il minimalismo musicale incontra quello grafico). L’album è composto da nove brani, che prendono il nome da altrettanti momenti e fasi del gioco (“And Central Game”, “Queen a Pawn”, “Draw”).

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Scacchi e musica – Prima parte

Di scacchi, tarocchi e Difese Francesi

 

La Chess Records è una delle realtà discografiche più importanti e storiche degli States, soprattutto per chi pensa che il blues di Chicago sia “il blues”: nei suoi studi hanno inciso leggende come Ike Turner, Howlin’ Wolf, Chuck Berry, Big Billy Broonzy, Bo Diddley, Willie Dixon, John Lee Hooker, Etta James, Sonny Boy Williamson II e altri ancora… Ma cacchio, proprio questo nome dovevano inventarsi i fratelli di origine ebreo-polacca Lejzor (Leonard) e Fiszel (Phil) Czyż, quando hanno dato avvio alla loro impresa? Già, perché “Chess”, in inglese, significa “Scacchi”: e, pur amando visceralmente il Chicago blues, il loro nom de plume mi ha creato un sacco di grane, mentre cercavo materiale per questo articolo. E soprattutto quando mi sono incaponito a trovare copertine a tema scacchistico: googleando robe come “chess-themed disc covers” o simili mi sono più volte schiantato contro una vera e propria muraglia di dischi Chess, e solo per sfinimento sono riuscito a trovare la soluzione desiderata.

Ma perché questa ostinazione? Semplicemente perché, se la musica e il cinema sono le mie passioni più grandi, gli scacchi vengono subito dopo, al pari delle bistecche in carpione, dei fumetti di Sandman e della pennica del pomeriggio.

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Nanker Phelge: chi era costui?

Il Nome delle Pietre

Nell’eterna querelle Beatles-Rolling Stones (che ormai ha assunto toni decisamente bonari) c’è un punto, che depone inequivocabilmente a favore dei sorridenti quattro: avere, da subito, debuttato con un brano autografo (“Love Me Do”). Non così per gli Stones: nella quarantina di pezzi pubblicati fra il ’63 e il ’65, la prestigiosa sigla “Jagger-Richards” compare appena sette volte. Il resto è fatto da cover RNB americane, da un prezioso omaggio di Lennon/McCartney, e da una decina di brani con una strana firma: “Nanker Phelge”.

Me ne accorgo scorrendo i credits dell’esauriente raccolta “Singles Collection – The London Years”, che copre il periodo Decca dal ’63 al ’70: quello, per intenderci, degli Stones di Brian Jones. “Toh, sarà un qualche Carneade del blues americano”, mi dico: uno di tanti misconosciuti autori di pelle nera, di cui le Pietre erano entusiasti e fedeli saccheggiatori. Ma, dopo un’occhiata alle note, scopro la più prosaica delle verità: “Nanker Phelge” è un nome di fantasia, usato per i pezzi scritti da tutta la band (Ian Stewart compreso, il “sesto Stone”), con la (finta) collaborazione del manager Andrew Loog Oldham.

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Pink Floyd – Rock ecologico

I Pink Floyd hanno fatto così tanto, che qualunque chiacchierata a tema è sempre possibile. Si può parlare davvero di tutto: del catalogo, dei morbosi aneddoti su Syd Barret, dei testi, delle copertine, della chitarra di Gilmour, dei rapporti fra canzoni, parole e video, e avanti così… Ma il fan, il maniaco, l’appassionato patologico – «Ehi con chi stai parlando? Dici a me?» – sa e nota anche altre cose: spulciando la discografia, sguazzando fra bootleg di qualità più o meno infima, scartabellando libri e fanzine, si accorge che, fra una canzone e l’altra, fra un concerto e un disco, esiste spesso una fitta ragnatela, fatta di tanti piccoli collegamenti, rimandi, similitudini… Echi.

Ecco il primo caso: “Careful with that axe, Eugene”. Questo brano, reso famoso dalla strepitosa versione live di “Ummagumma”, ha in realtà alle spalle una storia lunga, ricca di punti di svolta: nato, senza particolari pretese, come breve improvvisazione concepita – ma mai utilizzata – per la colonna sonora di “The Committee”, nel giro di pochi mesi la “meraviglia su un accordo solo” si modifica, cresce, muta. Ad Amsterdam, il 23 Maggio ‘68, è eseguita col titolo di “Keep smiling people” e un mese dopo – il 25 giugno – ha già cambiato nome in “Murderistic woman” (ma, anche, “Murderotic woman”).

Nel frattempo la traccia si è dilatata, e la musica si è fatta più tesa, spettrale: l’ossessivo bordone di basso prepara il terreno su cui il sibilato di Waters può esplodere in un urlo agghiacciante, dando il la a una furiosa sarabanda sonora, dominata dal demoniaco assolo di Gilmour. Il 17 dicembre la canzone è infine pubblicata col titolo definitivo, quale retro del 45 giri “Point me at the sky”.

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Queen – “Stone Cold Crazy” – Metallica

Masters of moustache

 In questi giorni, un paio di baffi sta inondando le sale cinematografiche e i ricordi dei rock fan di mezzo mondo: quelli di Freddie Mercury. “Bohemian Rhapsody”, come tutti i biopic, non è esente da incongruenze o errori storici: e in questo pure gli assetti piliferi hanno la loro parte. Nella sequenza in cui i Queen incidono “We Will Rock You”, Freddie entra in studio esibendo baffetti e canotta (il cosiddetto “Castro clone” style): in realtà nel 1977 – anno del più iconico pezzo dei Queen – Mercury amava ancora sfoggiare tutine aderenti, capelli lunghi, e un volto perfettamente rasato… Il suo look più famoso arriverà a sorpresa solo nel 1980: e diventerà subito una griffe. Continua a leggere “Queen – “Stone Cold Crazy” – Metallica”