Una canzone da orgasmo

“Son qui tra le tue braccia ancor, avvinta come l’edera…”: tanto bastava, nel 1958, per suscitare imbarazzo… Eppure, a pensarci appena, la metafora è chiara, come è chiara l’immagine che le poche parole del testo suscitano: quella di due amanti, stretti nella passione amorosa. E, fra un Festival appena finito, e la ricorrenza di San Valentino, che un po’ a tema è, imbastisco una chiacchierata a tema: la canzone e l’amplesso. I ben informati diranno che ci si potrebbe scrivere un libro, ed effettivamente è così: infatti non faccio un trattato, ma colgo qui e là qualche spunto, e ve lo propongo. Continua a leggere “Una canzone da orgasmo”

Trap’n’roll

OGGI QUESTO BLOG COMPIE UN ANNO

E, facendomi scudo del privilegio del festeggiato, pubblico un articolo un po’ diverso, che affronta – anche se in modo personale – una riflessione su un genere decisamente fuori dal mio target…

 

Il Trap è il rock’n’roll degli anni Dieci: voilà, l’ho detta!

E’ un’idea che può suonare assurda, lo so, ma è germogliata nella mia mente durante e dopo una settimana di vacanza in montagna con Martina: nipote di 15 anni, nemica delle passeggiate, in cerca di “campo” anche nei rifugi più isolati, insospettabile mangiatrice di pietanze altoatesine e devota auricolareggiante di Spotify craccato. Perché hai voglia, la mia compagna e io, di parlarle non dico degli Who o dei Beatles, ma di Frankie Hi-Nrg Mc, che per noi è “il rap”… Figurati: manco un cenno d’interesse. E allora scatta la frustrazione dell’adulto-che-sa-ma-che-il-giovane-non-caga, e iniziano le rampogne: “sono dei presuntuosi”, “non gliene frega nulla di niente”, “ci vorrebbero i campi di rieducazione a botte di Pink Floyd e Sex Pistols”…

Poi, quietatosi il borbottio del dogma, la coscienza critica ha iniziato a spifferami questo pensiero che non so, magari circola da tempo fra i pensatori più fini, o magari è una cazzata: in ogni caso è tutto mio! Perché, alla fine, vuoi mica che il Trap (“no zio, non è Rap, è Trap!”) sia l’alba di una nuova rivoluzione: proprio come lo fu il rock’n’roll (d’ora in avanti, RR) circa 70 anni fa? Di sicuro non negli Stati Uniti, dove il Trap (il dizionario Treccani lo tratta come un “sostantivo maschile”, e quindi mi adeguo) esiste almeno dal 2000: ma in Italia, in cui è arrivato una manciata di anni fa?

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Only the (b)Rave

“Beats”: rave before sunset 

Diciamocelo subito: per me la musica è sempre stata una questione di chitarra (preferibilmente elettrica), batteria, basso, voce, occasionalmente tastiera, e bon. La pochissima elettronica che ho in casa è figlia del Kraut Rock (Can e Kraftwerk in primis), e occupa davvero poco posto. Non che mi schifi, ma l’imprinting arrivato a forza di Purple, Zeppelin e Iron si fa sentire ancora adesso: e poi per me, l’elettronica si è a torto appiccicata al mondo delle discoteche, che non ho mai frequentato, preferendo i pub con le patatine fritte, il fumo da tagliare col coltello (altra epoca…) e i gruppi dilettanti assoldati per la serata.

E però. Però poche settimane fa, quando al Torino Film Festival mi sono imbattuto nel film “Beats“, dedicato ai Free Party inglesi e alla legge ammazza-rave del ’94, ho iniziato a rimuginarci sopra… E queste righe sono il risultato di questo cogitare: se poi dico troppe minchiate, voi che invece dei rave e della techno capite più di me “mi corriggerete”, come disse nel ’78 un tal Karol di bianco vestito.

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Gli strambi strumenti del rock – Parte 2

Ri-famolo strano

Riprendiamo il discorso degli strumenti più strani e particolari usati nella musica moderna con la seconda parte della nostra chiacchierata: dopo aver affrontato i manufatti più “eretici”, o di derivazione domestica (qui), ci accostiamo a quelli legati alle classi borghesi e/o prodotti in serie, ma solitamente destinati ad altri generi.

Iniziamo dal Clavicembalo (in inglese, Harpsichord), su cui il buon Giovanni Sebastiano ha costruito il suo opus magnum: bene, il clavicembalo, fuori dalla musica classica, conosce una stagione di gloria nel periodo più creativo del rock, a metà dei favolosi Sixties, quando diventa una vera e propria mania. L’elenco delle sue comparsate è interminabile: anche volendo ridurre all’essenziale, lo troviamo negli Stones di Brian Jones (“Play with Fire”, “Lady Jane” e “Yesterday’s Papers”), negli Yardbirds (“For Your Love”), nei Kinks di “Face to Face”, nei Beach Boys (i capolavori “Caroline, No” e “God Only Knows”), in Donovan (“Sunshine Superman”)… E, ancora: Simon & Garfunkel, i Traffic, Jimi Hendrix (“Burning of the Midnight Lamp”), i Doors (“Love me two Times”)… Ci sono proprio tutti: ma i Beatles? Dunque, l’harpsichord c’è sicuramente in “Fixing a Hole”, e SEMBRA esserci in “In My Life”: ma qui, quel che pare un clavicembalo, è invece il pianoforte di George Martin registrato a tempo dimezzato, e poi accelerato artificialmente. Finiti i Sixties, per una trentina d’anni il clavicembalo cade nel dimenticatoio: torna nel 2010 con “Too Afraid to Love You” del duo The Black Keys… e, guarda caso, uno dei due si chiama Dan AuerBACH (ho fatto la battuta…).

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The Rock(er) is Dead: pensieri per Halloween

“Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra

Suicidi, eccessi, incidenti, malattie, casualità, età avanzata, omicidio : i musicisti, come tutti i viventi, non si sono fatti mancare nulla per chiudere la loro carriera artistica e la loro parabola di esseri umani. Troppo ghiotta, allora, l’opportunità offerta dal trittico Halloween-Ognissanti-Giorno dei Morti per far finta di nulla: ho così scelto dal mazzo (ed è un mazzo davvero, e troppo, grande) quattro storie un po’ particolari.

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Le mie prime volte

Non so voi, ma il mio primo ricordo musicale si piazza suppergiù verso i 3 anni. Avevo un mangiadischi azzurro (forse ce lo ricordiamo solo noi over 40… anche se over già da un po’) e una borsa di plastica con dei 45 giri senza copertina, raccattati un po’ ovunque. E mettevo sempre “Oh Lady Mary” (1969) dell’italo-francese Dalida: un valzerino pop assai canticchiabile, e che (così riporta mia mamma) inserivo nell’apparecchio “in automatico”, riconoscendolo dal colore e dal disegno dell’etichetta.

Salto qualche anno, e arrivo a “Buona domenica” (1979) di Venditti: un autore che non ho mai amato e tutt’ora non amo molto, ma la cui canzone apriva la mattinata domenicale di una radio libera astigiana, sul presto… Una radio dove mio papà dava una mano, e che a casa era “obbligatorio” ascoltare. Ma, nonostante la mia freddezza per Antonello, la sua “Buona Domenica” evocava, già allora, la nostalgia di una domenica che – appena iniziata – sentivo già finita: proprio come capita ancora adesso, quando alle 15 del dì di festa iniziano già a girarmi i coglioni.

Finisco con “Una donna… Una storia” di Walter Foini (1978). Un Carneade che, recentemente, ho scoperto aver vinto un Cantagiro prima, e un Festivalbar poi, prima di sparire nella nebbia. Avrò avuto 11 anni, e di sera una radio locale mandava in onda un nastro di un’oretta, un collage senza commento di successi del recente passato: li conoscevo quasi tutti, ma quello proprio no. Finché una volta mio cugino (che faceva il DJ proprio lì… famiglia di appassionati che siamo) prese un foglietto, scrisse sopra il nome del cantante, e mi chiarì l’arcano. Ovvio, Foini manco sapevo chi fosse: ma andava bene così. L’altra sera ho cercato sul Tubo e, prevedibilmente, il pezzo c’era: ho scoperto che con quella canzone il Walter aveva pure vinto Festivalbar… e mi ricordo ancora quasi tutte le parole.

Come poi, da Dalida, Venditti e Foini, si possa (fortunatamente) arrivare ai Dream Syndicate, Bob Dylan, Led Zeppelin e Afterhours, è un altro discorso. Anche perché un conto sono le preferenze acquisite e elaborate in età adulta, un conto i tormentoni che colonizzano i lobi cerebrali di un ignaro ascoltatore, ancora indifeso.

Qualcuno, dei pochi che mi leggono, ha voglia di raccontarmi i suoi primi ricordi musicali? La porta è aperta.

Gli strambi strumenti del rock – Parte 1

Famolo strano

Sono passati un po’ di anni da quando mi sforzavo di distinguere a orecchio una chitarra classica da una acustica, un sax da una tromba, una batteria a cassa singola da una a doppia cassa. Esercizio indispensabile (anche se non l’unico) per scardinare le abitudini da ascolto radiofonico passivo e iniziare un nuovo abboccamento con la musica: un training che non finisce mai, perché infiniti sono i trucchi del bancone mixer, e infinita la fantasia dei musicisti e dei producer.

È così che ho avuto l’idea di mettere giù, e di sistematizzare con un minimo di ordine, i casi più ricorrenti (o più particolari) di strumenti atipici, strani, rari e assurdi in ambito rock e pop: e, per (in)competenza, lascio ad altri il compito di occuparsi di quelli usati nella classica (mi viene in mente l’ottobasso), nella musica concreta, e in quella industrial (lì, qualunque cosa vale… anche un martello pneumatico: vero, Einstürzende Neubauten?). In questa prima parte troveremo manufatti “poveri” e di derivazione domestica o folk, ma che per qualche ragione sono riusciti a entrare nei microsolchi di fior di capolavori rock: nella prossima (e conclusiva) puntata, incontreremo invece strumenti legati alle classi borghesi e prodotti in serie, ma che con il pop e il rock parrebbero comunque non avere alcun legame. Continua a leggere “Gli strambi strumenti del rock – Parte 1”