Vaffa Day

Oggi, compleanno.

E visto che chi invecchia diventa, quasi per definizione, più petulante e malmostoso, perché dovrei sfuggire alla regola? Non che sia un hater, un grillino o un Cruciani-boy: ma ogni tanto le balle girano pure a me.

E, quindi, do inizio al primo “Vaffa Day”! (tanto la scusa del rincoglionimento ce l’ho)

Un bel vaffa innanzitutto a Francesco Facchinetti, che fieramente sostiene: “Ho cambiato canale al Concerto del 1° Maggio quando ho sentito intonare “Bella Ciao”: è una canzone divisiva”.

Un altro a Paul McCartney, con quei capelli color orso, che se ne viene fuori con questa bella riflessione: “Di fronte all’omicidio di Lennon, pensai che ora John sarebbe diventato un martire: anche io, George e Ringo eravamo Beatles come John, ma dopo l’omicidio i Beatles sarebbero diventati solo Lennon”. Potevano proprio evitare di ammazzarlo, perbacco, che mancanza di delicatezza!

Continua a leggere “Vaffa Day”

Family, Genesis e Marillion: good vibrations (seconda parte)

Voci in Progresso

…continua dalla Prima Parte.

“Gabriel imita Roger Chapman? O è Chapman che imita Gabriel?” Questo era il quesito con cui ci eravamo lasciati, qualche tempo fa.

Se badiamo alla pura e semplice cronologia, parrebbe che l’ipotesi più probabile sia “Gabriel clone di Chapman”: “Music in a Doll’s House” esce a Luglio ’68, “From Genesis to Revelation” a Marzo ’69. Voilà, giusto il tempo per sentire il disco e “ispirarsi”. Ma è anche vero che i Genesis hanno iniziato a incidere i primi demo all’inizio del ’67, un buon semestre in anticipo sul debutto a 45 dei Family. Purtuttavia, l’esordio vocale di Chappo è fin da subito più caratterizzato di quello di Peter, che solo successivamente inizierà a spingere sul tremolio dell’ugola… E così potremmo andare avanti all’infinito, indecisi fra la luce di una star come Gabriel, e il fascino da “artista minore” di Chapman. Per fortuna è quest’ultimo, sollecitato a dire la propria, a chiudere salomonicamente la questione: “We were all in the same company. We were all listening to each other’s records”.

Continua a leggere “Family, Genesis e Marillion: good vibrations (seconda parte)”

Family, Genesis e Marillion: good vibrations (prima parte)

Gemelli diversi

“Senti Robert Plant com’è ancora in gamba”. Il mio pusher di musica preferito mi apostrofò così, quella mattina. Rimasi di sasso: le casse rimbombavano delle note di “Celebration Day”, e il buon Robert strillava come se trent’anni di ugole strapazzate non fossero mai passati. Mentre mi trastullavo fra il riff traboccante slide di Page e il balbettante “My, my, my, I’m so happy” di Plant, il tipo si mise a ridere e mi mostrò il cd: era “Live at the Greek”, di Jimmy Page e i Black Crowes… E la voce, ovviamente, non era di Robert, ma di Chris Robinson: che, senza nessun artificio mimetico, si stava candidando all’Oscar di miglior imitatore di sempre di Plant.

Ecco, questo pippone introduttivo serve semplicemente ad arrivare al cuore di questo articolo: le voci simili. Anzi, una nicchia specifica, e che con gli Zep non c’entra un tubo: le voci simili nel Prog. Perché sembrerà strano, ma fra il ’68 e il 71, in pieno florilegio Progressive, una mission schizofrenica impegna i vocalist dei gruppi inglesi: essere i più originali possibile, e copiarsi contemporaneamente l’un l’altro.

Continua a leggere “Family, Genesis e Marillion: good vibrations (prima parte)”

Scacchi e musica – Seconda parte

Mai muovere troppo in fretta

Bentornati a tutti… E, dopo la prima parte, dedicata a scacchi, musica e musicisti, tocca alle copertine a tema: e qui si apre il baratro. Sono letteralmente centinaia quelle sputate fuori dai motori di ricerca: oltre al catalogo della Chess Records – che con gli scacchi non c’entra nulla, ma che ugualmente ingolfa pagine e pagine web – per arrivare al nocciolo del problema bisogna anche scremare quelle dove gli scacchi sono semplicemente un motivo grafico, senza attinenza col nobil gioco… E, dopo un bel po’ di tempo, di vaffa e di diottrie perse, ecco i risultati più interessanti.

Il chitarrista Manuel Göttsching è uno di quei musicisti defilati e di nicchia ma, come dicono quelli bravi, “seminali”: fondatore degli Ash Ra Temple, eminenza grigia del Krautrock, col suo stile minimalista ha influenzato e indirettamente ispirato la scena ambient e house degli anni Ottanta. Il suo album d’esordio  (1984) riprende, nel titolo e nella grafica, la mossa d’apertura per eccellenza del “gioco aperto”: quella “E2-E4” scritta sulla copertina, una scacchiera vuota (e il minimalismo musicale incontra quello grafico). L’album è composto da nove brani, che prendono il nome da altrettanti momenti e fasi del gioco (“And Central Game”, “Queen a Pawn”, “Draw”).

Continua a leggere “Scacchi e musica – Seconda parte”

Scacchi e musica – Prima parte

Di scacchi, tarocchi e Difese Francesi

 

La Chess Records è una delle realtà discografiche più importanti e storiche degli States, soprattutto per chi pensa che il blues di Chicago sia “il blues”: nei suoi studi hanno inciso leggende come Ike Turner, Howlin’ Wolf, Chuck Berry, Big Billy Broonzy, Bo Diddley, Willie Dixon, John Lee Hooker, Etta James, Sonny Boy Williamson II e altri ancora… Ma cacchio, proprio questo nome dovevano inventarsi i fratelli di origine ebreo-polacca Lejzor (Leonard) e Fiszel (Phil) Czyż, quando hanno dato avvio alla loro impresa? Già, perché “Chess”, in inglese, significa “Scacchi”: e, pur amando visceralmente il Chicago blues, il loro nom de plume mi ha creato un sacco di grane, mentre cercavo materiale per questo articolo. E soprattutto quando mi sono incaponito a trovare copertine a tema scacchistico: googleando robe come “chess-themed disc covers” o simili mi sono più volte schiantato contro una vera e propria muraglia di dischi Chess, e solo per sfinimento sono riuscito a trovare la soluzione desiderata.

Ma perché questa ostinazione? Semplicemente perché, se la musica e il cinema sono le mie passioni più grandi, gli scacchi vengono subito dopo, al pari delle bistecche in carpione, dei fumetti di Sandman e della pennica del pomeriggio.

Continua a leggere “Scacchi e musica – Prima parte”

Nanker Phelge: chi era costui?

Il Nome delle Pietre

Nell’eterna querelle Beatles-Rolling Stones (che ormai ha assunto toni decisamente bonari) c’è un punto, che depone inequivocabilmente a favore dei sorridenti quattro: avere, da subito, debuttato con un brano autografo (“Love Me Do”). Non così per gli Stones: nella quarantina di pezzi pubblicati fra il ’63 e il ’65, la prestigiosa sigla “Jagger-Richards” compare appena sette volte. Il resto è fatto da cover RNB americane, da un prezioso omaggio di Lennon/McCartney, e da una decina di brani con una strana firma: “Nanker Phelge”.

Me ne accorgo scorrendo i credits dell’esauriente raccolta “Singles Collection – The London Years”, che copre il periodo Decca dal ’63 al ’70: quello, per intenderci, degli Stones di Brian Jones. “Toh, sarà un qualche Carneade del blues americano”, mi dico: uno di tanti misconosciuti autori di pelle nera, di cui le Pietre erano entusiasti e fedeli saccheggiatori. Ma, dopo un’occhiata alle note, scopro la più prosaica delle verità: “Nanker Phelge” è un nome di fantasia, usato per i pezzi scritti da tutta la band (Ian Stewart compreso, il “sesto Stone”), con la (finta) collaborazione del manager Andrew Loog Oldham.

Continua a leggere “Nanker Phelge: chi era costui?”

Pink Floyd – Rock ecologico

I Pink Floyd hanno fatto così tanto, che qualunque chiacchierata a tema è sempre possibile. Si può parlare davvero di tutto: del catalogo, dei morbosi aneddoti su Syd Barret, dei testi, delle copertine, della chitarra di Gilmour, dei rapporti fra canzoni, parole e video, e avanti così… Ma il fan, il maniaco, l’appassionato patologico – «Ehi con chi stai parlando? Dici a me?» – sa e nota anche altre cose: spulciando la discografia, sguazzando fra bootleg di qualità più o meno infima, scartabellando libri e fanzine, si accorge che, fra una canzone e l’altra, fra un concerto e un disco, esiste spesso una fitta ragnatela, fatta di tanti piccoli collegamenti, rimandi, similitudini… Echi.

Ecco il primo caso: “Careful with that axe, Eugene”. Questo brano, reso famoso dalla strepitosa versione live di “Ummagumma”, ha in realtà alle spalle una storia lunga, ricca di punti di svolta: nato, senza particolari pretese, come breve improvvisazione concepita – ma mai utilizzata – per la colonna sonora di “The Committee”, nel giro di pochi mesi la “meraviglia su un accordo solo” si modifica, cresce, muta. Ad Amsterdam, il 23 Maggio ‘68, è eseguita col titolo di “Keep smiling people” e un mese dopo – il 25 giugno – ha già cambiato nome in “Murderistic woman” (ma, anche, “Murderotic woman”).

Nel frattempo la traccia si è dilatata, e la musica si è fatta più tesa, spettrale: l’ossessivo bordone di basso prepara il terreno su cui il sibilato di Waters può esplodere in un urlo agghiacciante, dando il la a una furiosa sarabanda sonora, dominata dal demoniaco assolo di Gilmour. Il 17 dicembre la canzone è infine pubblicata col titolo definitivo, quale retro del 45 giri “Point me at the sky”.

Continua a leggere “Pink Floyd – Rock ecologico”