Gli strambi strumenti del rock – Parte 2

Ri-famolo strano

Riprendiamo il discorso degli strumenti più strani e particolari usati nella musica moderna con la seconda parte della nostra chiacchierata: dopo aver affrontato i manufatti più “eretici”, o di derivazione domestica (qui), ci accostiamo a quelli legati alle classi borghesi e/o prodotti in serie, ma solitamente destinati ad altri generi.

Iniziamo dal Clavicembalo (in inglese, Harpsichord), su cui il buon Giovanni Sebastiano ha costruito il suo opus magnum: bene, il clavicembalo, fuori dalla musica classica, conosce una stagione di gloria nel periodo più creativo del rock, a metà dei favolosi Sixties, quando diventa una vera e propria mania. L’elenco delle sue comparsate è interminabile: anche volendo ridurre all’essenziale, lo troviamo negli Stones di Brian Jones (“Play with Fire”, “Lady Jane” e “Yesterday’s Papers”), negli Yardbirds (“For Your Love”), nei Kinks di “Face to Face”, nei Beach Boys (i capolavori “Caroline, No” e “God Only Knows”), in Donovan (“Sunshine Superman”)… E, ancora: Simon & Garfunkel, i Traffic, Jimi Hendrix (“Burning of the Midnight Lamp”), i Doors (“Love me two Times”)… Ci sono proprio tutti: ma i Beatles? Dunque, l’harpsichord c’è sicuramente in “Fixing a Hole”, e SEMBRA esserci in “In My Life”: ma qui, quel che pare un clavicembalo, è invece il pianoforte di George Martin registrato a tempo dimezzato, e poi accelerato artificialmente. Finiti i Sixties, per una trentina d’anni il clavicembalo cade nel dimenticatoio: torna nel 2010 con “Too Afraid to Love You” del duo The Black Keys… e, guarda caso, uno dei due si chiama Dan AuerBACH (ho fatto la battuta…).

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The Rock(er) is Dead: pensieri per Halloween

“Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra

Suicidi, eccessi, incidenti, malattie, casualità, età avanzata, omicidio : i musicisti, come tutti i viventi, non si sono fatti mancare nulla per chiudere la loro carriera artistica e la loro parabola di esseri umani. Troppo ghiotta, allora, l’opportunità offerta dal trittico Halloween-Ognissanti-Giorno dei Morti per far finta di nulla: ho così scelto dal mazzo (ed è un mazzo davvero, e troppo, grande) quattro storie un po’ particolari.

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Le mie prime volte

Non so voi, ma il mio primo ricordo musicale si piazza suppergiù verso i 3 anni. Avevo un mangiadischi azzurro (forse ce lo ricordiamo solo noi over 40… anche se over già da un po’) e una borsa di plastica con dei 45 giri senza copertina, raccattati un po’ ovunque. E mettevo sempre “Oh Lady Mary” (1969) dell’italo-francese Dalida: un valzerino pop assai canticchiabile, e che (così riporta mia mamma) inserivo nell’apparecchio “in automatico”, riconoscendolo dal colore e dal disegno dell’etichetta.

Salto qualche anno, e arrivo a “Buona domenica” (1979) di Venditti: un autore che non ho mai amato e tutt’ora non amo molto, ma la cui canzone apriva la mattinata domenicale di una radio libera astigiana, sul presto… Una radio dove mio papà dava una mano, e che a casa era “obbligatorio” ascoltare. Ma, nonostante la mia freddezza per Antonello, la sua “Buona Domenica” evocava, già allora, la nostalgia di una domenica che – appena iniziata – sentivo già finita: proprio come capita ancora adesso, quando alle 15 del dì di festa iniziano già a girarmi i coglioni.

Finisco con “Una donna… Una storia” di Walter Foini (1978). Un Carneade che, recentemente, ho scoperto aver vinto un Cantagiro prima, e un Festivalbar poi, prima di sparire nella nebbia. Avrò avuto 11 anni, e di sera una radio locale mandava in onda un nastro di un’oretta, un collage senza commento di successi del recente passato: li conoscevo quasi tutti, ma quello proprio no. Finché una volta mio cugino (che faceva il DJ proprio lì… famiglia di appassionati che siamo) prese un foglietto, scrisse sopra il nome del cantante, e mi chiarì l’arcano. Ovvio, Foini manco sapevo chi fosse: ma andava bene così. L’altra sera ho cercato sul Tubo e, prevedibilmente, il pezzo c’era: ho scoperto che con quella canzone il Walter aveva pure vinto Festivalbar… e mi ricordo ancora quasi tutte le parole.

Come poi, da Dalida, Venditti e Foini, si possa (fortunatamente) arrivare ai Dream Syndicate, Bob Dylan, Led Zeppelin e Afterhours, è un altro discorso. Anche perché un conto sono le preferenze acquisite e elaborate in età adulta, un conto i tormentoni che colonizzano i lobi cerebrali di un ignaro ascoltatore, ancora indifeso.

Qualcuno, dei pochi che mi leggono, ha voglia di raccontarmi i suoi primi ricordi musicali? La porta è aperta.

Gli strambi strumenti del rock – Parte 1

Famolo strano

Sono passati un po’ di anni da quando mi sforzavo di distinguere a orecchio una chitarra classica da una acustica, un sax da una tromba, una batteria a cassa singola da una a doppia cassa. Esercizio indispensabile (anche se non l’unico) per scardinare le abitudini da ascolto radiofonico passivo e iniziare un nuovo abboccamento con la musica: un training che non finisce mai, perché infiniti sono i trucchi del bancone mixer, e infinita la fantasia dei musicisti e dei producer.

È così che ho avuto l’idea di mettere giù, e di sistematizzare con un minimo di ordine, i casi più ricorrenti (o più particolari) di strumenti atipici, strani, rari e assurdi in ambito rock e pop: e, per (in)competenza, lascio ad altri il compito di occuparsi di quelli usati nella classica (mi viene in mente l’ottobasso), nella musica concreta, e in quella industrial (lì, qualunque cosa vale… anche un martello pneumatico: vero, Einstürzende Neubauten?). In questa prima parte troveremo manufatti “poveri” e di derivazione domestica o folk, ma che per qualche ragione sono riusciti a entrare nei microsolchi di fior di capolavori rock: nella prossima (e conclusiva) puntata, incontreremo invece strumenti legati alle classi borghesi e prodotti in serie, ma che con il pop e il rock parrebbero comunque non avere alcun legame. Continua a leggere “Gli strambi strumenti del rock – Parte 1”

Mimmo e Elvis: il gesto e la musica

Entrando nel primo padiglione della mostra “NOI… non erano solo canzonette“, mi accoglie questa gigantografia: Domenico Modugno, durante l’ottavo Festival di Sanremo (1958), che spalancando le braccia esplode nel suo celebre “Volare oh, oh“.

E, immediatamente, la scheda-video del mio cervello manda in onda questa immagine:

il ventunenne Elvis Presley che, al “Milton Berle Show”, NBC, canta “Hound Dog” e per la prima volta esibisce in diretta tv nazionale la sua famosa “pelvica”.

E, con questa suggestione, un po’ eretica e un po’ paracula, torno a casa, e inizio e rimuginare se le piccole cellule grigie e l’ispirazione ci hanno visto bene, o se accostare Mimmo ed Elvis è una minchiata di quelle grosse. Continua a leggere “Mimmo e Elvis: il gesto e la musica”

L’ultima luna: #5 – Eclissi totale

E se fosse solamente formaggio verde?

E’ con questo titolo (“So What if It’s Just Green Cheese?“), bizzarro, irriverente e decisamente british, che la BBC propone al pubblico il suo speciale dedicato al “grande passo per l’umanità”. La puntata del 20 Luglio 1969 della serie “Omnibus” include letture di citazioni e di poesie sulla luna di Ian McKellen e Judi Dench, le esibizioni del Dudley Moore Trio, della cantante jazz Marion Montgomery e, per quello che qui più interessa, un commento musicale improvvisato dai Pink Floyd… E figurati se potevano fare a meno di invitarli, visto che la nomea di “band spaziale” gli si era appiccicata addosso, fastidiosa e tenace come chewing-gum a una scarpa.

“Eravamo in uno studio televisivo della BBC “, ha ricordato David Gilmour, “Era una trasmissione in diretta e c’era un gruppo di scienziati da un lato e noi dall’altro. Avevo 23 anni. È stato fantastico pensare che eravamo lì dentro a comporre un pezzo di musica, mentre gli astronauti erano in piedi sulla Luna”.

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L’ultima luna: #4 – Luna nuova

Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della Luna Nuova africana, distesa sul suo dorso

Cielo di Marzo di luna nuova
sogni di fortuna,
saggi ubriachi tra i fuochi accesi
a bruciar paure

E’ così che, dopo tre minuti buoni di sarabanda sonora, la PFM, rallentato il ritmo, intona il suo canto alla “Luna nuova“. Quella luna che non si vede ma che da sempre e ovunque è simbolo della chiusura di un cerchio e di un nuovo inizio, di rinnovamento e trasformazione. Il motivo iniziale, dal chiaro sapore barocco, è guidato dal violino; subito dopo entra il Moog e la band, lanciata dal flauto, propone il secondo tema, mentre Di Cioccio si scatena in tempi spezzati e coloriture ritmiche (eh si, Franz è uno dei pochi batteristi capaci davvero di emozionarmi…).

Dopo la pausa “lunare” del primo cantato, che accosta tradizioni rurali, vaghe mitologie e simbolismi, arriva una sezione autenticamente spaghetti-prog, in un solido 4/4: prologo al grandioso finale, costruito sulla ripresa dei due temi, condotta in un accelerando sempre più difficile e virtuosistico. Un pezzo di bravura, insomma, che riesce a coinvolgere col suo calore mediterraneo e con un notevole senso della melodia: la vera arma in più della PFM.

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