Di terroni, colonnelli, emarginati e Lucio Dalla

In questo post metto in diretta comunicazione due argomenti che, per diverse cause, in questi giorni sono alla mia attenzione: Lucio Dalla (motivi personali di affezione e memoria) e l’immigrazione, con tutti i suoi corollari.

Chi mi legge sa che in questo blog non faccio politica: o, quanto meno, la faccio in modo laterale. E questa è una di quelle occasioni.


Me ne ricordo io, di questi cartelli: e se ne ricorda anche Lucio, spinto da Roberto Roversi, paroliere, poeta e giornalista di chiare simpatie di sinistra. Chi ascolta per la prima volta “L’auto targata «TO»“, col Dalla di “Anna e Marco” e “Attenti al lupo” troverà pochissime affinità: sì, perché il Dalla del 1973 è un artista parecchio sperimentale, a tratti ostico, e per nulla scontato. Roversi impiega una retorica scabra e quasi brutale, nel descrivere i personaggi che affollano questa piccola automobile, in viaggio da Scilla a Torino: una descrizione che non difetta di luoghi comuni ed enfasi ma che – com’è proprio del nobile esercizio retorico – mira a persuadere, convincere, dimostrare. Ne esce una canzone straziante, in cui l’opposizione fra il ghetto in cui dormono gli immigrati siciliani, e la Torino “luogo del cielo”, che si va costruendo sulle loro stanche spalle, è un piccolo capolavoro di drammatizzazione.

Ancora più rarefatta e simbolica è “L’operaio Gerolamo“: un operaio che è, per sineddoche, tutti gli operai d’Italia, tutti gli immigrati, tutti i sud possibili; che è i ritmi di lavoro uguali, ripetitivi, disumani; che è “la fabbrica dell’abbondanza e dei miracoli altrui”; che è l’incessante inferno quotidiano, dell’alzarsi col sole, produrre, stramazzare in un letto, e ricominciare da capo; e che, come una macchina, è sostituibile appena rotto. La versione moderna e industriale dei marinai trascinati da Ulisse per il Mediterraneo, cantati in “Itaca“: “E se muori, è un re che muore, la tua casa avrà un erede, quando io non torno a casa entran dentro fame e sete“.

Passano gli anni, Lucio abbandona Roversi, e inizia a scrivere anche i testi. E lo sguardo con cui osserva il quotidiano, le sue pazzie, le derive e i suoi aspetti grotteschi si fa più leggero, ironico, narrativo: è il tempo della geniale “Corso Buenos Aires” (1977). Qua c’è tutto il Dalla, pop e intelligente, leggero e surreale, eclettico e irridente, della maturità: su un boogie sincopato e allegro, si dispiega una storia di pregiudizio e follia metropolitana… Un misterioso assassino (“dev’essere uno slavo“, con tanto di cane feroce) si aggira per Milano, ha probabilmente rapito un bimbo, e terrorizza il quartiere: e, mentre tutti si affannano e si indignano, la Volante investe la folla, e alcuni approfittano della confusione per consumare vendette private. E l’assassino? Non è mai esistito: era un “terrone” un po’ spaurito, venuto al Nord per dare un’occhiata a Milano, assieme al figlio: e che, visto il casino attorno a lui, di cui non comprende la causa, torna di corsa alla stazione, direzione Barletta… “Perché a Milano in agosto, oltre il gran caldo, c’è veramente tanta confusione!“.

Nord e Sud, paese e metropoli, manovali e borghesi, semplicità e perbenismo: due mondi opposti. Sia nel Dalla “politico” dell’epoca Roversi; e sia nel Dalla ironico e brillante del pieno cantautorato. Inutile dire con chi stanno la pietas e l’affetto di Lucio: con i diversi, gli esclusi, i reietti. Gli immigrati dal Sud sono, in fondo, la versione “sociale” dei lunari emarginati cantati in “Piazza Grande”, “Il cucciolo Alfredo”, “L’ultima Luna” e “Il parco della luna”: gente che Dalla capisce, con cui si identifica, e che riesce a trasfigurare in simboli tanto poetici quanto concreti.

E Dalla ha anche ben presente, peraltro, i vecchi reazionari, a loro agio nel Ventennio come nelle dittature militari degli anni Settanta. E ne parla, con ben altri toni, in un brano ancora più remoto, del 1971: “Il Colonnello“. “Un galantuomo d’età, monocolo e frac“, che si indigna per gli “straccioni distesi per strada, i negri, la mafia e la droga“, e che auspica l’avvento di chi, finalmente, spazzerà via “scioperi e dolce vita“. Un ritratto acido e grottesco – con tanto di tosse catarrosa e voce tremula – dell’ex militare, che ha in tasca l’elenco dei nemici da abbattere: “i comunisti, i disfattisti e i pederasti”.

Sono passati 50 anni, da allora: è cambiato il mondo, ma certe cose sono sempre le stesse. Lo sfruttamento, i ghetti urbani, l’occhio che scruta canino il diverso e lo addita di tutti i mali, le morti sul lavoro, l’emigrazione, il caporalato e le nostalgie per la gerarchia e i metodi spicci ci sono ancora, eccome: hanno solo cambiato veste. Ieri, i terroni; oggi , gli africani e gli “extracomunitari non svizzeri”. Ieri, ex-militari in vestaglia; oggi, sobri e perbenisti signori in doppiopetto, cristianissimi s’intende. Come diceva De Gregori, “i nuovi capi hanno facce serene, e cravatte intonate alla camicia“.

Che poi so benissimo che non è solo lì che si annidano il razzismo, la discriminazione, il pregiudizio: albergano anche in noi, nell’angolino più in ombra del nostro cervello. E so che con un pietismo avulso da concretezza non si va da nessuna parte. Non penso nemmeno che una canzone possa bastare a portare un po’ di luce: ma di sicuro aiuta. Quanto meno a riflettere.

Chi volesse, qui può trovare i testi.

8 pensieri riguardo “Di terroni, colonnelli, emarginati e Lucio Dalla

  1. Innanzitutto post eccellente e coraggioso. Il razzismo, gli italiani lo hanno applicato prima di tutto a sé stessi. Chicco, nei prossimi giorni, se mi dai il permesso e sei d’accordo, vorrei ripubblicare questo tuo post ed aggiungere alcune considerazioni.

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