La canzone ai tempi del COVID-19

Don’s Stand So Close to Me“, cantavano i Police nel 1980: una storiella di pruriti adolescenziali e sogni erotici da college… Chissà se Sting e soci si sono resi conto che la supplica dell’insegnante, rivolta alla provocante studentessa, oggi potrebbe diventare il nuovo inno anti-Covid19? Nei bar, nei cinema, nei ristoranti, ovunque potrebbe, da oggi in poi, risuonare l’appello “Non mi star così vicino!”: ovviamente rivisitato in chiave death metal.

Questa è una battuta, ok. Ma di canzoni che parlano di malanni, epidemie e simili è piena la storia: il poeta e compositore francese Guillaume de Machaut, in pieno Trecento, nel prologo al poema “Le Jugement dou Roy de Navarre”, dice testualmente “S’uns siens amis le visetoit, Il estoit en pareil peril Dont il en morut cinq cent mille […] Ne nuls remede n’i metoit Fors tant que c’estoit maladie Qu’on appelloit epydimie“… L’epidemia è la Peste Nera, che da stime attendibili uccise venti milioni di persone.

Dozzine di broadside ballads furono scritte per la Grande Peste di Londra del 1665: e decine di canzoni testimoniano la Carestia Irlandese dell’Ottocento, che in varie ondate colpì l’Isola di Smeraldo, causando la morte di un milione di persone e l’emigrazione di un ulteriore milione. In tempi più recenti, nell’epoca della musica incisa tanto per capirci, troviamo il musical “Alone at Last”, in cui spicca la song “Some Little Bug Is Going to Find You“, dedicata ai bacilli causati dalla cattiva conservazione dei cibi (la propongo come inno dei NAS)…

Ma veniamo a noi: l’influenza! A fide Ottocento, nel Massachusetts Reformatory gira questa simpatica e anonima nursery rhyme: “I had a little bird, it’s name was Enza / I opened up the window and in flew Enza“, che gioca col fonema “in-flew-Enza” (aprendo le finestre “entrò Enza” oppure aprendo le finestre “ecco l’influenza”). Nella musica nordamericana non c’è quasi traccia dell’Influenza Spagnola, che pure ha causato centinaia di migliaia di vittime: ma c’è il blues “Influenza” di Ace Johnson che – anche se nel testo si riferisce al 1929 – sembra proprio parli della grande pandemia del 1919: “Influenza is a disease, makes you weak all in your knees“, per chiudere con un apocalittico “It was God’s almighty hand, he was judgin’ this old land“… Che si chiami in causa il Governo o Dio, poco cambia: per la gente, la colpa è sempre dei “piani alti”.

Arriva il 1957, e un gruppetto rockabilly pensa bene di ironizzare sull’Influenza Asiatica, che sta svolazzando per il mondo reclamando il suo carico di vittime: si chiamano “Ebe Sneezer and His Epidemics“, e la canzone, manco a dirlo, ha il didascalico titolo di “Asiatic Flu“… Il ritmo, vagamente rock’n’roll, è ovviamente condito da colpi di tosse e starnuti. Vale la pena inserire il link.

E poi, il buio. Mentre la canzone pop e rock si fa adulta, scompaiono i riferimenti letterali che invece affollavano i testi delle “disease songs” degli anni Trenta: la malattia, più che un evento reale, diventa simbolo di un amore infelice, di un malessere sociale, di un disagio dell’anima. Diciamola tutta: se non sapessimo del film di Tom Hanks, dal solo testo chi direbbe che “Streets of Philadelphia” di Bruce Springsteen parla di AIDS?

Ma oggi ho fatto una rapida ricerca sul web: e pare che (al 3 Marzo 2020) su Spotify ci siano ben 65 canzoni che includono “coronavirus” nel titolo, e altre 7 con “covid-19”. La più famosa (almeno a oggi) è “La Cumbia Del Coronavirus” di Mister Cumbia, con oltre centomila scaricamenti: e che, meritoriamente, ci ricorda di lavarci le mani ed evitare i contatti con le persone contagiate. Il Dipartimento della Salute del Vietnam ha invece recentemente messo in rete un video musicale per spiegare i comportamenti corretti: eccolo qui

Chissà se ora Claudio Cecchetto riesumerà il suo “Gioca Jouer” mettendo, fra i verbi da mimare, anche “Lavarsi le mani” e “Stare a un metro”? (“Starnuto” c’era già…). Se lo fa voglio partecipare al copyright eh!

Stay smart, Guys!

4 pensieri riguardo “La canzone ai tempi del COVID-19

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