Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1

Uno sputo nel buio

Quarant’anni fa, il 30 Novembre 1979, usciva “The Wall” dei Pink Floyd: il disco. Precisazione non superflua, perché “The Wall” (che per brevità chiameremo TW) è un oggetto a più strati: c’è il disco (con tutte le sue demo, gli outtakes, i pentimenti, gli scarti e le variazioni in corso d’opera), c’è lo show (una serie di 31 concerti, allestiti come uno spettacolo teatrale), c’è una sceneggiatura, e c’è un film (1982, per la regia di Alan Parker).

Ma non finisce mica qui. Perché c’è un prima-ancora-prima, e un dopo-ancora-dopo. E, come si deve a un’opera così complessa, non sarò breve: per agevolare la lettura splitto il tutto in due parti, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.

Il “prima” inizia con i due Roger del gruppo: uno è Syd (il cui vero nome è Roger Keith Barrett) e l’altro è Rogerone Waters nostro. I due si conoscono dal ’64, quando i Pink non sono ancora Floyd: ma è solo dopo il ’68, con la partenza di Syd verso altri lidi mentali, che Roger inizia a prendere gradualmente le redini della band, e a mostrarsi sempre più invischiato nei tormenti dell’amico e collega. Vai a sapere quanto per empatia o quanto per speculazione intellettuale, Roger inizia a rimuginare sull’alienazione, la follia, le pressioni del marketing, il potere e le ossessioni: rovello che partorisce roba come “Echoes”, “The Dark Side of the Moon”, “Wish You Were Here” e “Animals”, e soldi a palate… Ma, anche, una crescente paranoia.

In un inquietante rinnovarsi della situazione che aveva visto Barrett scivolare nella follia, Waters inizia a isolarsi da colleghi e fan: il climax arriva il 6 Luglio, a Montreal, nel bel mezzo del tour di “Animals”. “There was one guy in the front row who was shouting and screaming all the way through everything. In the end, […] I spat in his face“. E, non ci crederete, ma ho il bootleg in cui si sente (abbastanza) distintamente il “ptuh” di Roger e il suo sfogo (si, sono un po’ maniacale…) e qui sotto vi incollo la traccia sonora.

Sconvolto dal fatto, Roger già nel backstage inizia a riflettere: “Mi venne in un lampo l’idea di esprimere il mio disgusto costruendo un muro che chiudesse il fronte del palco. Rimasi elettrizzato dalla sua potenza teatrale“. Perché sì, non è educato sputare in faccia a un ragazzo: ma l’idea è di quelle davvero geniali. Finito il tour, Waters si chiude in casa e inizia a pensare, e scrivere: il muro – da trovata scenica, o risposta perversa al “fastidio da pubblico” – diventa il simbolo universale di tutti gli isolamenti, sociali e personali… E ogni mattone può essere un differente spezzone di vita, una tappa verso la chiusura al mondo. E alla fine ha in mano non uno, ma due demo.

Mica è da tutti arrivare dagli altri tre e dirgli: “Ecco, qua c’è il prossimo disco, scegliete voi”. La decisione, per fortuna, cade su “TW”: l’altro lavoro – basato su un incubo – è considerato troppo personale… Pazienza, “The Pro and Cons of Hitch Hiking” vedrà comunque la luce nell’84, dopo lo scioglimento dei Floyd, come debutto del Waters solista.

                                                     

E qui inizia la saga di TW: un progetto che, oltre ai Floyd, vede all’opera il produttore Bob Ezrin (che smussa, lima, inventa e sistema), l’illustratore Gerald Scarfe (responsabile dell’intero progetto grafico: martelli, “font”, fiori scopanti, volti deformi, vermi e maestri psicopatici compresi) e il regista Alan Parker. Impossibile, almeno per me, separare il disco dal resto: ma dal disco occorre iniziare.

Le 26 tracce del doppio vinile – e la straordinaria grafica della confezione e del booklet – descrivono le tappe che hanno favorito la caduta della rock-star Pink nella depressione, nell’isolamento al di là del muro, e nel delirio di potere. Tutte cose che troveremo nei concerti, allestiti con una complessità scenica inaudita: maschere, gadget, costumi, aerei in fiamme, pupazzi giganteschi, sonoro quadrifonico e soprattutto 420 blocchi di cartapesta, che vanno pian piano a comporre il muro… Parete bianca che nasconderà i musicisti per (quasi) tutto il secondo tempo, funzionando anche da schermo per le proiezioni scarfiane, e che poi esploderà fragorosamente nel finale.

E il film continua sulla stessa lunghezza d’onda: ingloba i cartoon nel flusso visivo, organizza il racconto secondo una costruzione a flashback più chiara e ordinata, riesce a far dialogare musica, testi e immagini con grande inventiva e, grazie alla prova dell’ottimo Bob Geldof, dà sostanza alla parabola esistenziale e simbolica di Pink.

C’è davvero da perdersi nell’interpretare ed esaminare l’impressionante reticolo di rimandi, costruzioni di senso e linguaggi all’opera… Ci si possono scrivere agevolmente 300 pagine: esperienza già fatta, visto che con la mia compagna ci abbiamo scritto sopra la tesi di laurea. 🙂

Ora non dico 300 pagine… ma qualche spunto vorrei passarvelo. TW è innanzitutto un gran bel pezzo di musica di 82 minuti, pieno di idee, suoni, rarefazioni e parole: le 26 tracce sono tutte frutto della penna di Roger, tranne 3 scritte con Gilmour e una con Bob Ezrin. La musica – complice un Rick Wright assai defilato e un Gilmour un po’ scettico – non scorre libera e bella come nei “classici” dei Floyd, non ha quasi mai le aperture sognanti di “Echoes”, la compattezza lirica di “Dark Side” o le sublimi melodie di “Wish You Were Here”, ma procede a strappi e ripetizioni, attraverso una sequenza nevrotica di folk, hard rock, acquerelli acustici, cabaret e rock fallici: una frantumazione stilistica che riproduce la psiche alterata del protagonista, il suo andare su-e-giù nel tempo, il precipitare nei gorghi delle sue ossessioni… e che asseconda la pigrizia compositiva di Roger, più interessato ai testi che a melodie memorabili. E sono testi coi controcazzi, signori miei. Per me ogni pezzo merita l’adorazione (ho una passione particolare per “Mother”, “Hey You”, “The Thin Ice”, “Nobody Home”): ma non è un segreto che  le canzoni più celebrate e ancor’oggi famose siano quelle dove la mano del produttore (il funky di “Another Brick in the Wall Pt. 2”) e la chitarra di Gilmour (“Comfortably Numb”, col suo assolone) sono più in evidenza.

(continua nella prossima puntata)

6 pensieri riguardo “Quarant’anni fa: Pink Floyd – “The Wall” – Pt. 1

  1. album imprescindibile: musica, teatro, innovazione e tutte le espressività artistiche messe insieme per un capolavoro che continua ancora a stupire. Capitolo finale di una storia che ha concluso un’epoca. Poi quel muro: un’infinita serie di metafore che ogni volta aprono infinite porte, e dopo di esse, altrettante stanze.

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