Gli strambi strumenti del rock – Parte 1

Famolo strano

Sono passati un po’ di anni da quando mi sforzavo di distinguere a orecchio una chitarra classica da una acustica, un sax da una tromba, una batteria a cassa singola da una a doppia cassa. Esercizio indispensabile (anche se non l’unico) per scardinare le abitudini da ascolto radiofonico passivo e iniziare un nuovo abboccamento con la musica: un training che non finisce mai, perché infiniti sono i trucchi del bancone mixer, e infinita la fantasia dei musicisti e dei producer.

È così che ho avuto l’idea di mettere giù, e di sistematizzare con un minimo di ordine, i casi più ricorrenti (o più particolari) di strumenti atipici, strani, rari e assurdi in ambito rock e pop: e, per (in)competenza, lascio ad altri il compito di occuparsi di quelli usati nella classica (mi viene in mente l’ottobasso), nella musica concreta, e in quella industrial (lì, qualunque cosa vale… anche un martello pneumatico: vero, Einstürzende Neubauten?). In questa prima parte troveremo manufatti “poveri” e di derivazione domestica o folk, ma che per qualche ragione sono riusciti a entrare nei microsolchi di fior di capolavori rock: nella prossima (e conclusiva) puntata, incontreremo invece strumenti legati alle classi borghesi e prodotti in serie, ma che con il pop e il rock parrebbero comunque non avere alcun legame.

Inizio da un arnese che mio bisnonno Claudio suonava ovunque, alle feste e per strada: tanto da essere soprannominato “Laudi, l’ocarina”, “Claudio l’ocarina”. Ma si parla dell’Asti di inizio Novecento e delle canzoni monferrine: nulla a che vedere con “Wild Thing” (1966) nella versione Troggs. Quando, cioè, uno dei gruppi garage più ispidi e analfabeti di sempre (omen nomen) decide di sostituire l’originale parte di armonica con un imprevedibile assolo di ocarina: una mossa tanto assurda quanto geniale, a metà fra la provocazione dada e il cazzeggio proto-punk.

Per il prossimo strumento non mi schiodo da Asti: perché è attraverso il mio illustre concittadino Paolo Conte – che proprio un rocker non è – che ho incontrato il suono ronzante e starnazzante del kazoo… Ma si, quel “tubetto” metallico da appoggiare alle labbra e che, soffiandogli dentro, fa quel verso un po’ strano: proprio come il pettine avvolto nella carta velina. Il kazoo – di casa nelle caotiche street bands black degli anni Venti – è chiamato in causa anche nel rock: lo usa Jimi Hendrix per doppiare il riff ‘doo-dee-doo’ della sua “Crosstown Traffic” (1968); lo usano i Pink Floyd nell’ultimo, stralunato, lascito barrettiano, “Jugband Blues” (sempre ’68), e che proprio alle band di strada fa riferimento nel titolo; sbuca nel bel mezzo del patinato soul “This Girl’s in Love With You” di Dionne Warwick (1969), al posto del sax; ed è tirato fuori dal cilindro dai Red Hot Chili Peppers nella loro versione di “Love Rollercoaster” (1996), come scalcinato surrogato della sezione fiati presente nell’originale degli Ohio Players. Mai strumento principale: e mi sa tanto più private joke che inserimento meditato… Ma va benissimo così.

Rimaniamo in Italia – anzi, in Sicilia – con lo scacciapensieri: uno strumento idiofono (cioè, che produce suono dalla vibrazione del corpo stesso dello strumento, senza utilizzare corde, membrane tese o colonne d’aria): e che per abitudine culturale mai immagineremmo nella tessitura timbrica di una rock song. Eppure, sotto la denominazione anglofona di “Jew’s Harp”, lo troviamo in “The Fool on the Hill” dei Beatles (l’artefice è John Lennon), in alcune canzoni di Leonard Cohen, nelle versioni live di “Join Together” degli Who (1972), e persino in “The Guns of Brixton” dei Clash (1979), suonata da Mick Jones… che si ricorda della performance un po’ come un incubo, con la lamella del marranzano (così lo chiamano i siciliani) che gli sbatteva sui denti.

Qualcuno dirà che si tratta di strumenti elementari, più vicini al giocattolo che al manufatto industriale: ma per secoli si è fatta musica proprio in questa maniera, adattando oggetti quotidiani alla bisogna. Ne sanno qualcosa le Jug Bands di Memphis, col loro armamentario di bottiglioni, assi da lavare, bidoni e brocche: e ne sa qualcosa pure il poliedrico Benjamin Franklin (sì, quello del parafulmine), che nel 1761 – dalla tradizione amatoriale dei “bicchieri canterini” – ricava e brevetta l’armonica a bicchieri (glassarmonica): un dispositivo che allinea diverse calotte di vetro lungo un asse orizzontale e – tramite la rotazione imposta dall’esecutore – consente lo sfregamento delle dita sui bordi dei corpi in vetro, e la produzione di un suono vellutato e cristallino.

Questo strumento, che evoca quasi per automatismo performance da cabaret o da strada, per decenni ha invece goduto di rispetto, tanto da essere chiamato in causa anche da Mozart, Beethoven, Donizetti e Richard Strauss! In tempi moderni sono i Pink Floyd a metter mano al congegno per rinforzare il “tappeto” sonoro celestiale di “Shine On You Crazy Diamond part 1 – 5” (1975); e, ancora più sorprendentemente, i Korn (che proprio delicatissimi non sono…) hanno usato la glassarmonica durante il concerto immortalato in “MTV Unplugged” (2007).

Merita una citazione anche il diddley-bow, lo strumento giocattolo per eccellenza: una corda, messa in tensione fra due chiodi fissati su una base di legno, è pizzicata con un plettro rudimentale, mentre con l’altra mano si fa scivolare sopra un attrezzo levigato (una bottiglia, o un coltello) in modo da alterarne l’intonazione. Il diddley-bow, per intere generazioni di bambini afroamericani, è stato il primo – e spesso l’unico – strumento a disposizione su cui imparare i rudimenti della chitarra e della tecnica slide: e un giorno uno di questi bambini, ormai cresciuto, ha pensato bene di spingere il gioco più in là. Willie Joe Duncan viene dal ghetto di Detroit, e in un non ben precisato periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale brevetta la sua “Unitar”: un diddley-bow “gigante”, con una corda di oltre 120 cm piazzata su un’asse di legno di circa 2 metri, e soprattutto amplificata elettricamente. Arrivato in California, a Palo Alto, Willie è scoperto dal manager della piccola Specialty Records (la stessa di Little Richard) e messo sotto contratto. Possiamo sentire il suono maleducato e distorto di Duncan negli strumentali “Unitar Rock” (1956) e “Twitchy” (’58), orgogliosamente condotti su una sola corda, e che nulla hanno da invidiare ai rock’n’roll più scatenati di Richard e Lee Lewis.

Volendo, si può elettrificare e amplificare tutto: una chitarra a corda singola, dei bicchieri, un’ocarina… E anche il Jug, la brocca di vetro delle street bands di Memphis. Un’idea così balzana non poteva che venire negli anni Sessanta, e a pensarla è stato Tommy Hall, musicista con un passato di studi scientifici e filosofici, e mente pensante degli estremisti psichedelici 13th Floor Elevators. Tommy prende una brocca di ceramica, mette un microfono sull’imboccatura, e vi soffia dentro: il suono che ne esce è molto particolare, un sound meticcio e inclassificabile, che rimanda a fiati, percussioni e tastiere, senza mai imitarli. Chi volesse può ascoltare “You’re gonna miss me”, un soul feroce e dissoluto con spruzzi tex-mex e vocalizzi scomposti, intriso di visceralità furibonda, e immerso nel frastuono assordante del jug elettrico di Hall.

E ora tocca a uno strumento che – dai, ammettetelo – è difficile pensare abbinato al rock, ma che è stato usato non una, non due, ma una buona decina di volte: le “bagpipes”, le scozzesissime cornamuse. L’hanno fatto i teatrali membri della Sensational Alex Harvey Band in “Anthem”, i Tears for Fears in “Shout”, i rabbiosi Korn in “Shoots and Ladders”, i White Stripes in “Prickly Thorn, But Sweetly Worn”, gli AC/DC in “Long Way to the Top”, Peter Gabriel in “Biko”, Sting in “Fields of Gold” e… si, pure gli U2, in “Tomorrow”. E, in tutti i casi, la cornamusa ha regalato al pezzo un tono solenne, che istintivamente richiama un atmosfera austera e cerimoniale.

Terminiamo questa rapida rassegna con lo slide whistle: una sorta di “fischietto a coulisse” capace di produrre un fischio glissato, che va cioè da un punto all’altro della scala senza senza “salti” bruschi, e senza soluzione di continuità. Usato con intenti umoristici nel Dixieland e negli accompagnamenti sonori delle gag dei cartoon, riemerge in ambito rock con “Highway 61 Revisited” (1965) di Dylan: qualcuno (forse Al Kooper, forse Sam Lay), porta lo strumento per gioco, per “riprendere” quei musicisti beccati a cazzeggiare un po’ troppo durante la session… Ma presto quel qualcuno ha un’idea, e suggerisce a Dylan, almeno in quel pezzo, di dimenticare l’armonica e usare lo slide whistle. Un’illuminazione a suo modo geniale perché quel fischio, piazzato a ogni inizio di strofa, crea un effetto davvero straniante: fra un suono, usualmente legato a situazioni leggere e comiche, e la pungente descrizione della società americana e dei suoi squallidi personaggi, contenuta nel brano.

Bene, la prima parte termina qui:  spero di avervi incuriosito e piacevolmente intrattenuto. Ci vediamo fra poche settimane per la seconda parte: cheers!

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